Vai al contenuto

Ai Meridionali


Che testo incredibile, denso di una verità che stringe il cuore. Ignazio Buttitta, con la sua “Lingua e dialettu”, non ha solo scritto una poesia, ha dipinto un affresco commovente e feroce dell’anima di un popolo che si vede strappare la propria essenza.
È un grido, quello di Buttitta, che risuona ancora oggi con una forza disarmante. Inizia con l’immagine di un popolo incatenato, privato di tutto, ma paradossalmente ancora “libero” e “ricco”. È una libertà interiore, quella che non può essere toccata da manette materiali o dalla privazione del lavoro, del passaporto, persino del cibo o del sonno. Finchè un popolo mantiene la sua voce, la sua storia, il suo modo unico di vedere il mondo, rimane invincibile.

“Un populu diventa poveru e servu quanno ‘nc’ arrobbanu ‘a lingua adduttata d’i patri. E’ persu pe’ sempi.” Ecco la vera prigione, la catena invisibile, la spoliazione più crudele. Non è il pane a mancare, ma la parola. La lingua non è solo un mezzo di comunicazione, è l’anima stessa di un popolo, la custode delle sue memorie, delle sue tradizioni, della sua saggezza ancestrale. Quando questa lingua, “adottata dai padri” – un’espressione che evoca una trasmissione sacra, quasi genetica – viene rubata, è come se si recidesse il cordone ombelicale con la propria identità. Un popolo senza la sua lingua madre è un albero senza radici, destinato a seccare. È la perdita definitiva, il sentirsi smarriti per sempre.

E questa povertà non è solo linguistica, ma esistenziale. “Diventa poveru e servu quanno i paroli nun figghianu paroli e si mangianu intra d’iddi.” Quando le parole perdono la loro forza generatrice, quando non riescono più a creare nuovi significati, nuove storie, nuovi sogni, ma si consumano e si logorano in un circolo vizioso, allora si è davvero schiavi. È l’incapacità di esprimersi pienamente, di dare forma al proprio pensiero e al proprio sentire, che rende un individuo, e un popolo, povero e asservito. È il silenzio imposto, la censura dell’anima.

Buttitta si accorge di questo dramma nel suo presente, mentre “accorda ‘a chitarra du ddialettu, ca perdi ‘na corda ‘gni iuornu.” È un’immagine di una bellezza straziante: la lingua natia come uno strumento musicale, con le sue melodie uniche, che giorno dopo giorno si sfalda, perde le sue corde, la sua armonia. L’autore tenta di “rammendare la tela tarmata” tessuta dagli avi, fatta di lana di pecore siciliane, un’allusione alla genuinità, alla fatica e alla ricchezza di un passato contadino e autentico. Ma nonostante abbia “denaro” e “gioielli” (simboli di una ricchezza forse materiale o di una cultura di valore inestimabile), non può usarli, non può spenderli, non può regalarli. Il suo “canto” è in una gabbia, con “le ali tagliate”. È la disperazione di chi possiede un tesoro ma non può condividerlo, di chi ha una voce ma non può farla volare.

La metafora della madre putativa è potentissima: il povero, costretto a nutrirsi dalle “mammelle sterili” di una madre surrogata che lo chiama “figlio per disprezzo”. È l’accusa amarissima a una cultura dominante che impone la sua lingua, la sua narrativa, disprezzando quella originaria. Non nutre, ma svuota. La vera madre, la lingua natia, con le sue “mammelle a fontana di latte”, è stata rubata. E ciò che è ancora più doloroso, è che “ci vippiru tutti” – tutti ne hanno tratto beneficio, forse anche coloro che ora “ci sputano” sopra, rinnegando le proprie origini.

Ma c’è un barlume di speranza, una resistenza sottile e profonda. “Nni ristò a vuci d’idda, a cadenza, a nota vascia du sonu e du lamentu: chissi non nni ponnu rubari.” Ciò che non può essere strappato è l’intonazione, il ritmo intrinseco del parlare, la musicalità profonda della lingua natia, quel suono basso e malinconico che porta con sé secoli di storia, di gioie e di lamenti. È un’eredità incisa nel profondo dell’essere.

E ancora: “Nni ristò a sumigghianza, l’annatura, i gesti, i lampi nta l’occhi: chissi non ni ponnu rubari.” Rimangono i tratti somatici, l’andatura, la gestualità eloquente, gli sguardi vividi e penetranti. Sono espressioni corporee, linguaggi non verbali che nessuna imposizione esterna può cancellare. Sono la prova tangibile di un’identità che persiste al di là delle parole pronunciate.

Eppure, nonostante questa invincibile essenza che resiste, la conclusione è amaramente lucida: “Non nni ponnu rubari, ma ristamu poviri e orfani u stissu.” Nonostante la resistenza dell’anima, la privazione della lingua madre lascia un vuoto incolmabile, una povertà spirituale e un senso di orfanezza profonda. È la consapevolezza che, anche se l’identità non può essere del tutto rubata, essa rimane ferita, mutilata, privata di una parte fondamentale di sé, condannata a vivere in un mondo che non riconosce pienamente la sua voce originale. Buttitta ci lascia con questo nodo alla gola, un monito eterno sul valore inestimabile della propria lingua e della propria cultura.

Lingua e dialettu”
Ignazio Buttitta

Un populu mittitinc’a catina
spugghiàtilu
attuppatinc’a vucca
è ancora libero.
Levatinc’u travagghiu
u’ passaportu
‘a tavola unni mangia
u’ lettu unni dormi
è ancora ricco.

Un populu diventa poveru e servu
quanno ‘nc’ arrobbanu ‘a lingua
adduttata d’i patri.
E’ persu pe’ sempi.

Diventa poveru e servu
quanno i paroli nun figghianu paroli
e si mangianu intra d’iddi.

Mi n’addugnu uora, mentre accordu
‘a chitarra du ddialettu,
ca perdi ‘na corda ‘gni iuornu.

Mentri arripezzu
a tila camulata
chi tesseru i nostri avi
cu lana di pecuri siciliani
e sugnu poviru
haiu i dinari
e non li pozzu spènniri
i giuielli
e non li pozzu rigalari;
u cantu,
nta gaggia
cu l’ali tagghati

U poviru,
c’addatta nte minni strippi
da matri putativa,
chi u chiama figghiu pi nciuria.

Nuàtri l’avevamu a matri,
nni l’arrubbaru;
aveva i minni a funtani di latti
e ci vippiru tutti,
ora ci sputanu.

Nni ristò a vuci d’idda,
a cadenza,
a nota vascia
du sonu e du lamentu:
chissi non nni ponnu rubari.

Nni ristò a sumigghianza,
l’annatura,
i gesti,
i lampi nta l’occhi:
chissi non ni ponnu rubari.

Non nni ponnu rubari,
ma ristamu poviri
e orfani u stissu.