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Edmond e Jules de Goncourt


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da “L’Italia di ieri” (note di viaggio degli anni 1855-56)

Nella baia azzurra di Napoli, dagli echi sonori che ripetono le batterie dei tamburi di Castel dell’Ovo; nel Porto gremito di bastimenti dagli alberi gialli, dalla carena rossa, subitamente sul fianco del nostro battello a vapore, una musica su una barca s’è venuta ad accostare: una musica folle, viva, e gesticolante e danzante. In mezzo alla barca d’armonia, che brevi onde cullavano, ondeggiando, si teneva all’impiedi un vecchio, con un cappello da buffone, i cui due angoli rovesciati sulle orecchie, dondolavano a destra e a sinistra, seguendo il ritmo, sulla sua faccia che era tutta rughe e smorfie. Come si batte il tamburo, egli batteva con mano rapida, con un bastoncino che andava e veniva, le musiche che dormivano, russavano e gorgogliavano in una zangola di latta, sotto il braccio sinistro. E secondo l’ondulazione dell’onda e l’aria della canzone, piegava e raddrizzava le gambe, girando beatificato le pupille, tenendo e precipitando il tempo, con l’immenso naso chinato sul putipù dai borborigmi rumorosi.
Il vecchio suonatore aveva per accoliti due ciechi. Uno strombettava in una cornetta a pistone verderame, come se ne vedono nelle vetrine dei rigattieri, l’altro tirava da un flauto cinque o sei note lamentosamente false. Poi i ciechi cantavano: – Carolina, quanto sei bella con il tuo musetto di ciliegia! Che t’ho fatto, io poveretto, che mi fai tanto soffrire? … Oh! che infelicità è l’amore! –
E questa piccola poesia d’amore, queste galanti parole che fan pensare a una canzonetta di trovatori, questa musichetta che sospira così gentilmente e in cui passa come la brezza profumata della costa napoletana sull’azzurro del suo mare: parole, cantanti, musichetta, poesiola, pigliavano il volo, storpiate e zoppicanti, ammaccate e avvizzite, dalle bocche sgolate, mentre il suonatore di putipù, pigiando e ripigiando più vivamente i crepitii della sua zangola, accompagnava il canto dei ciechi imitando malamente i cuì cuì, i buì buì, i rirì rirì del falsetto artificiale d’un pulcinella.