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I primi ordini civili


  Ξ Lazzaro Napoletano » Storia, mito e … » La fondazione di Partenope » I primi ordini civili  

da “I primi ordini civili” in “Napoli Antica”
di Matilde Serao

Napoli, fin da che prese il nome di Falero, dovette governarsi a somiglianza d’ più antichi popoli, che venivano divisi per “tribù” composte delle medesima gente, e per “fratrie” risultanti dalle varie famiglie di una stessa tribù.
Però Nestore consigliava Agamennone di ordinare le sue milizie dell’Eubea, dell’Acaia, e del Peloponneso non alla rifusa, come soleva farsi, ma per “file” e per “fratrie”; e gli diceva: conoscerai …
De’ capitani a un tempo e de’ soldati
Qual siesi il prode e qual il vil; che ognuno
Con emula virtà per suo fratello
Combatterà. Conoscerai pur anco
Se nume avverso, o codardia de’ tuoi,
O poca d’armi maestria, ti tolga
Delle dardanie mura la conquista.
… Entro i paterni
Fidi algerchi Tlemolemo cresciuto
Di subitaneo colpo a morte mise
Licinio, al padre avuncolo diletto,
E canuto guerrier. Ratto costrusse
Alquante navi l’ucciso, e accolti
Molti compagni, si fuggi per l’onde,
L’ira evitando e il minacciar degli altri
Figli e nipoti dell’erculeo seme.
Dopo error molti e stenti, i fuggitivi
Toccar di Rodi il lido, e qui, divisi
Tutti in tre parti, posero la stanza,
E il gran re de’ mortali e degli dei
Li dilese, e su lor piovve la piena
D’infinita mirabile ricchezza.

Laonde, nella sua “Repubblica”, Platone prescriveva doversi edificare una città in mezzo alla regione, poscia dividerla in dodici parti uguali, assegnare a ciascuna di esse un numero tirato a sorte e dar loro il nome di Fratrie.
E di fratrie soltanto, non mai di “file” ci parlano gli antichi marmi di Napoli: e quelle adunavansi in comuni conviti, ed esercitavano sacerdozi e magistrature, ora in privato tra le persone della parentela, chiamati a deliberare intorno alle poliche faccende che a tutta la città riguardavano. Aveva dunque ciascuna la propria assemblea, i propri conviti e i poroi sacrifizi.
“Fretria” chiamavasi grecamente il collegio delle famiglie – “Fretores” gl’individui che il componevano – “Fretarco” e “Fretriarco” il capo scelto da costoro, che insieme con gli altri capi a lui uguali deliberava degli affari della città – “Allofretores” gl’individui di una fratira diversa – “Diiceti” gli amministratori della fratria – “Frontista” il curatore – “Calcologo” l’esattore – “Fretrion” il tempio – “Teoi fretores” o “fretrii” i numi.
Ai “Fretori” i genitori erano obbligati di presentare i figliuoli e le fanciulle per assicurarne la leggittimità; la quale riconosciuta per voti, gli uni e le altre erano iscritti nel “lessiarchico”, ossia libro de’ nomi, talchè chi non vi si trovava annotato non avevasi per cittadino.
Nel tempio degli “Dei fretori” offrivasi per i giovanitti puberi il sacrizio “Curio”, per le donzelle il “Gamèlio”.
Le quali cose meglio appariscono dalla mutilata iscrizione di Aristone e della mogle Valeria Musa dove leggesi:
“Non sia lecito né al fretarco, né ai calcologi, né al frontista, né ai diiceti, né a chiunque altro della fratria degli Aristei accrescere sacrifizio o cena oltre i giorni stabiliti. I mille e dugento denari non si dieno a mutuo, se non con malleveria di pagarne l’usura di dugento cinquanta denari in città.
“Non sia permesso al fretarco, o all’esattore, o a chiunque altro della fratria degli Aristei, prendere a mallevadore qualcuno della fratria, o di obbligar la sua fede per lui. Se chi prende a mutuo dia in sicurtà un qualcuno di altra fratira, lo sappia l’assemblea; e trovatosi a prini voti idoneeo, come si pratica anche per lo fretarco e per l’esattore, allora a norme delle cose scritte di sopra gli si consegni denar. Coloro che il ricevono in prestito rechino le somme dovute il settimo giorno della prima decade del mese panteone in piena assemblea; e la fratira deliberi a chi voglia darle a mutuo: e così facciasi nell’ammisnistrazione degli altri anni. In quelli due giorni ne’ quali si sacrifica e si cena, Valeria Musa porti ciò che dee.
“Questa iscrizione affissa in pubblico, sia consegnata successivamente dal fretarco, dai calcologi, dal frontista, e dai diiceti in perpetuo a coloro che saranno scelti dalla fratria al suo governo.
“Chi farà diversamente da quello che di sopra è scritto, pagni in pena al tesoro degli Dei fratrii dugento cinquanta denari d’argento.”

Dodici erano queste fratrie in Atene; ma mi occuperò solamente di quello che spetti alle nostre, raccogliendo dai marmi i nomi di alcune di esse.
Sono ricordate:
– la Fratria degli Aristei
II OPHTPIA TΩN APISTAIΩN
Così detta da quegli Ateniesi che adorarono Diana Arista;
– la Fratria degli Artemisii
II OPATPIA II TΩN OINONAIΩN
da “Enone” isola di Egina, o da “Enone” nell’Attica;
– la Fratria de’ Cimei
II OPHTPIA TΩN HYMAIΩN
da Cuma;
– la Fratria dei Teodati
II OPHTPIA TΩN OEOTAAΩN
da una stirpe così chiamata;
– la Fratria degli Eunostidi
II OPHTPIA TΩN EYNOS TIAEΩN
dal tanagreo Eunosto venerato nella Beozia;
– la Fratria degli Eumelidi
II OPHTPIA TΩN EYMHAIAΩN
da Eumelo adorato in Cuma;
– la Fratria degli Antinoiti
II OPHTPIA TΩN ANTINOITΩN
da quelli veneranti Antinoo, cui, adulando Adriano, si consacrarono templi, e che si ebbero sacerdoti, oracoli e profeti.

Questi erano gli elementi che costituivano il governo popolare di Partenope e Napoli. Essi, insieme, riuniti, formavano un Senato, dal quale eran le pubbliche faccende proposte alla deliberazione del popoli, presso cui era la suprema autorità, come avvenne nella guerra di Palepoli. Laonde gli stessi magistrati di Rodi, Cuma e Atene, che si reggevano anche a repubblica, avranno regolato la nostra città, e fra essi si vogliono annoverare certamente i Demarchi. E tali magistrati saranno durati finchè Napoli, dopo essersi resa a Pubblico Filone senza perdere l’autocrazia per cui poterva dar ricovero anche ad un siliato dai Romani, si mantenne stretta ad essi con vincolo di federazione.
Ma, divenuta municipio, adottò molte magistrature e leggi di Roma, le quali vi duravano quando Adriano l’assoggettò al consolare della Campanie, e crebbero allorchè, fatta colonia e avendo a poco a poco perduta ogni greca legge, cangiò del tutto anche i nomi dei magristrati.
Non si parlò più di “Ginnasiarchi” – di “Fretarchi” – nè di “Agonoteti”.
Fu chiusa la palestra, furono abolite le fratrie e i giuochi atletici, ad invece dei greci “demarchi” trovo rammentati gli “Arcontici” (i duumviralizi), gli “Agoranomici” (gli edilizi), i “Pentaeterici” (i quinquennalizi), i “Timetici” (i censori o questori) – traduzioni tutte di latine in greche parole. Imperocchè, se romano era il governo in Napoli, non per questo la lingua dello Stato era cangiata del tutto, e negli atti pubblici, nelle monete e nei marmi durava ancora: anzi, ove fosse occorso di mescolare greco e latino in un’epigrafe stessa, sempre precedeva il greco al latino.
Il greco annunziava ai cittadini il ricevuto benefizio; il latino era quello di che valevasi l’autorità pubblica e serviva come ad autenticare l’atto.
Per fino i decreti dei decurioni napoletani scritti grecamente mostrano formule de’ “senatus-consulti” romani. Gli anni vi sono segnati coi nomi dei consoli, e i mesi partiti in idi e calende.
In somma, in fuori della greca lingua, Napoli, dichiarata colonia, divenne di poi veramente romana.
Costantino da ultimo ne commise il governo allo stesso Consolare della Campania, con obbligo bensì di dipendere dal vicariato di ROma. E questi consolari, che la ressero fino a Valentiano III – ci conservarono in marmi i nomi di un Barbario Pompeiano – di un Taziano – di un Mavorzio Lolliano – di un Lupo – di un Postumio Lampadio – la cui epigrafe, messa innanzi alla chiesa della Rotonda, diceva:
POSTHVMIVS
LAMPADIVS
V.C. CONS. CAMP.
CRAVIT