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Le Sciantose e il Caffè Concerto


  Ξ Gennaro Agrillo » Divagazioni » Le Sciantose e il Caffè Concerto  

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(Isaac Lazarus Israels – “Cafe Group Chantant la Feria Sun”)

Il “Cafè Chantant” nacque, come scrisse Sebastiano Di Massa, «quando la canzone dalla strada e dalla bottega salì sulla pedana del caffè ed al palcoscenico del teatro» e fu «un periodo che, se non felice, fu certamente lieto» e che determinò un tempo «nel quale “un figlio di famiglia si sentiva disonorato se non corresse dietro alle divettes del varietà e non cadesse nelle mani degli usurai”; “nel quale, con i figli, anche i padri si abbandonavano al dolce vivere”».
Parenti e amici, scriveva Alberto Consiglio, “facevano la vita con aria blasée”.
Raccontava Mario Stefanile di un suo «zio che, “per difendere la bravura artistica di non so quale chanteuse finì in casa con un occhio viola come un tramonto di laguna e il naso gli gocciolò in sangue per tre giorni, sotto lo sguardo severo del nonno, che trovava sgraziatissima la diva per cui il figliolo aveva compromesso gli occhi e il naso”».

«La profusione di raffinatezze faceva di ogni donna una specie di divinità, e una divinità presuppone sempre un culto. L’atmosfera sociale di quel tempo era particolarmente intrisa di femminilità. I modi di queste donne, che avevano il privilegio di essere oggetto di culto, davano ai devoti di questo culto l’impressione di godere anche di un privilegio».

Erano gli anni della “Belle Epoque”, anni di spensieratezza (non sempre, perchè qualche guerra coloniale era sempre in atto), e a Napoli nacquero i “Caffè concerto” che, riprendendo molto il parigino “café-chantant”, costituirono una forma di spettacolo mettendo insieme la musica, la canzone, la macchietta, la parodia e il balletto … e i nazionalismi.

– ‘A Frangesa – (1894, di Mario Pasquale Costa)
“… Spassámmoce e redimmo,
si lu pputimmo fá …”

– Tripoli – (1911, di Giovanni Corvetto e Colombino Arona)
“… Tripoli, bel suol d’amore
Ti giunga dolce questa mia canzon
Sventoli il tricolore
Sulle tue torri al rombo del cannon …
… Al vento africano che Tripoli assal
Già squillan le trombe, la marcia real
A Tripoli i turchi non regnano più
Già il nostro vessillo issato è lassù
Issato è lassù …”

E se fino a quel momento la diffusione della canzone napoletana era riservata ai salotti della borghesia, ai “pianini” e alle “postegge”, la nascita dei “café-chantant” napoletani le diede lo slancio.
La nuova produzione musicale rappresentò la fonte principale dalla quale si attinsero le novità canore. Poeti e letterati (tra i quali Salvatore di Giacomo, Ferdinando Russo, Ernesto Murolo, Libero Bovio ed anche Gabriele Dannunzio) supportati dalle partiture di illustri musicisti e maestri fornirono successi, conquistando le platee dei caffè di Napoli.

Nel 1890, dieci anni dopo il successo di “Funiculì Funiculà” (scritta da Giuseppe Turco e musicata da Luigi Denza), a Napoli fu inaugurato il “Salone Margherita” al quale seguì il “Gambrinus”, quest’ultimo frequentato da artisti, scrittori e giornalisti.
Al “Caffè Calzona” la notte del 31 dicembre 1899 dodici ballerine salutarono l’arrivo del nuovo secolo con un ballo che i cronisti dell’epoca definirono “un po’ troppo audace”; ma al “Caffè concerto” la violazione misurata di qualche regola era concessa.
Questi tre non furono gli unici locali, anzi ne furono decine. E in città si respirava un’aria spensierata di musica.

Fu un fenomeno che influenzò molto la cultura, i gusti e il divertimento della borghesia, grazie alla fusione di caffè, buona tavola, bel canto e … il fascino delle “sciantose” (dal francese “chanteuse”, cantanti dal nome francese ma che spesso francesi non erano).

– Ninì Tirabusciò – (1911, di Aniello Califano e Salvatore Gambardella)
“… Ho scelto un nome eccentrico:
Ninì Tirabusciò …”

– Lilì Kangy – (1905, di Giovanni Capurro e Salvatore Gambardella)
“… Chi ‘mme piglia pe’ frangesa,
chi mme piglia pe’ spagnola,
ma so’ ‘nata ô Conte ‘e Mola,
metto ‘a copp’ a chi voglio i’ …”

Inizialmente le sciantose eseguivano brani e arie tratti da opere liriche o operette famose, poi col passare del tempo il termine «sciantosa» assunse il significato di donna fatale, seducente, ammaliatrice, mettendo maggiormente in risalto le caratteristiche fisiche e il portamento in scena … e sminuendo le capacità artistiche.
Ed ecco che le sciantose iniziarono a costruirsi un passato “più credibile”, rendendo intrigante e maliziosa la loro immagine.
E parlando con accenti stranieri lasciarono immaginare un esotismo che non le apparteneva e “millantavano storie d’amore con esponenti dell’alta società, magari solo intravisti in platea”.
Questo, purtroppo, portò molti ad identificarle come “donne di facili costumi pronte a concedersi ad incontri fugaci con amanti di ogni età”, quando in realtà erano artiste.

Il popolino si divertiva anche solo sostando davanti i “Caffè concerto”, ascoltando dall’esterno le esibizioni artistiche e invidiando il divertimento dei “veri” spettatori.
Storie divertenti, tristi, romantiche e leggende avvolsero quel mondo del varietà, ammantandolo di colori chiaroscuri fatti di amori folli e passioni travolgenti, suicidi e omicidi per amori non corrisposti, capitali di famiglia sperperati e dolci creati per la diva di turno.

Avvolte in abiti a coda con colori tra il viola e il nero, le sciantose “romanziste” erano specializzate in un repertorio classico di arie tratte da opere liriche.
Vi erano poi le “eccentriche” che, per la presenza scenica ammiccante, erano scritturate per un repertorio dal genere brillante e sentimentale.
Altre invece venivano scritturate per numeri secondari, ed avevano il compito di invogliare il pubblico a consumare bevande (in alcuni casi percepivano anche una percentuale sugli incassi).
Quelle che senza compensi eseguivano pezzi di repertorio, solo con la speranza di tentare la scalata al successo, erano le “esordienti”.

Furono tante le “sciantose” ad avere fortuna … ma tante sono le “concetta, adelina, carmela, brigida, fortuna, annunziata, lucia” rimaste anonime, che alla fine non ce l’hanno fatta e sono scomparse nell’oblio.

Intanto era vicina la terribile Prima Guerra Mondiale, «gli “spiriti” cambiavano, quasi ne avvertissero i “miasmi” di morte, da lontano».
E in quel fatidico 1914 il mondo fu travolto. Il “culto della femminilità” e il “Romanticismo” scomparvero.
Quell’esperienza artistica bisognosa di “cuori liberi” per nascere e vivere si dissolse.
Restò il ricordo, come scrisse Sebastiano Di Somma, «d’un paradiso perduto, d’una favola, che qualche canzone rievoca, dando un attimo di gioia allo spirito».
Fu un sogno bellissimo durato più di vent’anni. Un sogno che riuscì ad unire la Napoli della cultura con quelle del popolino e della borghesia.
Un sogno consumato in fretta … ma bellissimo.

Il “cafè chantant” di Napoli sopravvisse alla guerra, nonostante i divieti imposti considerassero “poco edificanti gli spettacoli di varietà per i reduci del fronte”, introducendo spettacoli di prosa, di operetta e le prime proiezioni del cinema muto.
Ma questa è un’altra Storia.

(Gennaro Agrillo – 15 maggio 2023)