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Carlo Augusto Majer


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da “Neapel und die neapolitaner oder” (1840)

«A Ginevra un signore grasso e rubicondo mi aveva detto: – Quando lei entrerà nel golfo di Napoli, morirà di gioia -. Egli vi era stato! Io soffrivo il mal di mare e desideravo di star presto sulla terra ferma. Per caso volsi attorno l’occhio stanco. Già da una grande distanza si scorge la bella forma a piramide dell’isola d’Ischia, e, indietro laggiù il vecchio pirotecnico, il Vesuvio, e il monte Sant’Angelo, ai cui piedi giace Sorrento. Il canale, formato a destra dalla bassa isola di Procida, a sinistra dal capo Miseno, è la strada per cui, da questa parte, si entra nel golfo di Napoli; è la porta al paradiso terrestre, a quel pezzo di cielo caduto sulla terra, come lo aveva chiamato il poeta Sannazzaro».

«Chi ha osservato il mare o i laghi profondi, sa quanto la bellezza dei loro colori dipenda dall’aria, e come un cielo grigio si rifletta sempre soltanto su un’acqua grigia. Qui il mare, invece, non appena ci si è allontanati tanto nel golfo dalla riva che il fondo non traspare più, specialmente all’ombra del battello, è di un bellissimo, purissimo color indaco; però i colori mutano continuamente nelle varie gradazioni. Se si guarda dall’alto della riva la tranquilla superficie delle acque, si osservano, come sulla una carta geografica, ordinati flussi e correnti, che senza il minimo moto delle onde si contorcono lentamente; si vedono diverse zone; ad esempio, una zona verde chiaro in una più grande azzurra, oppure una zona smorta in una color acciaio lucente. Se soffia un vento dal mare, le acque si oscurano ad una grande lontananza; poi gradualmente l’ombra si estende e si avvicina. La bianca superficie argentea s’increspa in un moto ondeggiante; piccole onde si sollevano e sbattono mormorando, come per gioco, alla riva. Ma ne seguono subito altre più grosse; lunghe file di onde verdi sopraggiungono mugghiando; le loro creste bianche si sollevano sempre più impetuose; tuonando s’infrangono sulla spiaggia, e spezzano, rimbalzando indietro, la linea più prossima delle onde sopraggiungenti»

«Com’è splendido il chiarore solare o lunare tremolante sul mare! In linea esatta fino al piede dello spettatore oscillano e brillano le luci sulle cime delle onde, come spiriti che emergono e si sommergono. Quando il sole tramonta nel mare, queste luci sono rosso e oro e tutti i colori dell’arcobaleno giocano sul mare. Poi le onde battono alla riva e si allargano piatte sulla sabbia, diventano improvvisamente fiammeggianti come porpora, ma rapidamente si mutano, rifluendo in bianca spuma.
Di notte, specialmente d’estate e dopo i temporali, le onde luccicano in una debole luce fosforica, sprizzano faville intorno al remo del pescatore, e la scia della sua barca è rosso fuoco. Ciò proviene da milioni di altrimenti invisibili abitatori del mare di Napoli, il cui luccicore è accresciuto da un più forte moto dell’acqua. Le barche, che spesso nelle sere oscure giungono a riva ed equipaggiate di due file di rematori, filano a colpi cadenzati sullo specchio del mare e somigliano a giganteschi granchi coi piedi di fuoco.
Che meraviglioso e misterioso elemento è l’acqua! Per ore ed ore si può star distesi presso un ruscello, ma quali pensieri e fantasie risveglia l’infinito, eternamente mutevole mare, e le sue onde dalle mille voci, le piccole onde mormoranti, che s’infrangono lambendo dolcemente il tuo piede e rotolano su e giù sulla spiaggia pietruzze variopinte e conchiglie.»