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L’isolotto di Lucullo


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da “L’isolotto di Lucullo” in “Santa Lucia. Il mare che diventa Napoli”
di Vittorio Paliotti

Napoli nacque, Napoli fu fondata in quella zona che oggi noi chiamiamo Santa Lucia. Sulla scorta di informazioni giunteci dalla tradizione letteraria e sulla base dei ritrovamenti effettuatui dagli archeologi, è addirittura possibile precisare che un primo nucleo abitato andò formandosi tra l’isolotto di Megaride e la riva, vale a dire nell’area che oggi comprende caratteristici ristoranti come la Zi’ Teresa e la Bersagliera, il Castel dell’Ovo e i circoli velici, il Borgo Marinaro e alcuni grandi alberghi, come l’Excelsior, il Royal, il Continental e il Vesuvio. Naturalemente a quell’epoca, IX secolo a.C., la topografia del luogo era notevolmente diversa: il tracciato dell’attuale via Santa Lucia, per esempio, sarà aperto solo nel Cinquecento, e inoltre la costa appariva alquanto rientrante, dal momento che non era stata ancora operata la colmata di mare. Comunque il posto era quello, non vi sono dubbi.
Dove oggi, nelle belle giornate di sole, i turisti scattano fotografie, nel IX secolo a.C. approdarono navi guidate da Greci, probabilmente Rodii, i quali immediatamente si stabilirono, appunto sull’isolotto di Megaride e sull’antistante riva e che più tardi si estesero fino alle pendici di monte Echia, detto anche Pizzofalcone o Monte di Dio; luoghi tutti, questi, che allora dovevano essere lussureggianti di verde. COn le sue pareti tufacee a strapiombo sul lido, il monte Echia offriva una gran quantità di grotte, le cosiddette grotte Platamonie (da cui la parola Chiatamone) e in esse i pescatori ricoverarono le loro imbarcazioni. Fu appunto lì, su quell’isolotto subito battezzato Megaris, fra quella riva e quelle pendici, che i Rodii impiantarono un piccolo centro abitato, sorta di scalo marittimo per i loro compatrioti. Roma, si noti, non era ancora sorta.
Di cosa vivevano gli uomini di quel piccolo stanziamento? Di pesca, di caccia, di modestissimo artigianato, ma più che altro di servigi resi ai naviganti in sosta, possiamo arguire. E come si moltiplicarono? Avevano portato con sè anche le donne, con ogni probabilità: è comunque sempre arduo investigare nel labirinto delle epoche remote. Di certo sappiamo che due secoli dopo, intorno al 680 a.C., in quello stesso luogo, e cioè fra l’isolotto di Megaride e la vicina terraferma, arrivarono da Cuma i Calcidiesi e così la colonia rodia, divenuta ormai la città di Partenope, prosperò e si allargò, pur rimanendo, grosso modo, nell’attuale zona di Santa Lucia. Dal punto di vista urbanistico, il fatto nuovo si verifiò nel 470 a.C., quattro anni dopo la sconfitta inflitta agli aggressori etruschi, quando a oriente della primitiva colonia, i Cumani fissarono un nuovo centro abitato che chiamarono “Neapolis”, città nuova, in antitesi cono Partenope che, tutto d’un tratto, vide mutato il suo nome in Palepoli, città vecchia. Dopo una lunga soggezione ai Siracusani e agli Ateniensi, i due agglomerati si fusero nel 326 a.C., allorchè i Romani, debellati anche i Sanniti, conquistarono l’intero territorio.
E fu appunto sotto i Romani che l’attuale zona di Santa Lucia ebbe il suo primo grande impulso diventando il vero e proprio “luogo di delizie” della città anticipando, da molti punti di vista, futuri criteri turistici. Peraltro le grotte Platamonie, vale a dire le caverne del Chiatamone, che erano dotate di sorgenti di acqua sulfurea, vennero elevate al rango di elegantissime terme ove andavano a bagnarsi, e non solo a bagnarsi, patrizi e matrone; vi si svolgevano plausibilmente feste orgiastiche; e del resto fu forse proprio in queste grotte e non in quelle di Pozzuoli che Petronio Arbitro collocò molte scene del suo Satyricon.
In epoca romana, comunque, lo sviluppo di quella zona che oggi chiamiamo Santa Lucia è strettamente legato al nome di Lucullo. Già sostenitore di Mario nella lotta contro Silla, il generale Lucio Licino Lucullo, nel I secolo a.C., volle scegliere Napoli per trascorrervi la sue età matura. Sterminatamente ricco, acquistò il monte Echia e l’isolotto di Megaride e qui fece costruire una fiabesca villa. Tutt’intorno fece allestire un enorme giardino e una serie di edifici che, dal nome del loro proprietario, furono chiamati “Castro Luculliano”. In quella splendida residenza vennero piantati, autentiche novità per l’Italia, alberi di pesche e alberi di ciliegie e venne installato un vivaio con migliaia e migliaia di pesci; e se la villa diventò luogo di banchetti raffinatissimi (luculliani, si dice ancora), essa fu anche la sede di convegni culturali e di quella che può essere considerata la prima grande biblioteca del mondo romano.
La villa di Lucullo fu abitata, negli anni successimi da un ospite d’eccezione. Passata allo Stato dopo la morte del suo fondatore e proprietario, essa venne messa a disposizionedi Virgilio, allorchè questi, nel 45 a.C. arrivò a Napoli. Il poeta mantovano soggiornò ben quendici anni nel “Castro Luculliano”, e fu appunto qui, al cospetto del mare di Santa Lucia, che scrisse le Bucoliche e quattro libri delle Georgiche. Virgilio abbandonò Napoli nel 29 a.C., tuttavia dieci anni dopo, giunto in punto di morte e diventato cro ad Augusto per la sua Eneide, chiese di essere sepolto nella città legata ai suoi primi poemi.
Ma già, quando a Napoli, provenienti da Brindisi, giunsere le spoglie di Virgilio, l’antico “Castro Luculliano” stava andando lentamente in rovina. I ciliegi e i peschi rinsecchiti, i giradini ridotti a sterpaglia, i vivai degradati a pantano, le fabbriche avvilite a ruderei, mostravano uno spettacolo sconfortante. Quattro bui secoli cancellarono infine anche le memorie di quella che era stata una delle dimore più belle dell’antichità: fra i suoi superstiti muri, trasformati in squallida prigione, chiuse i suoi giorni, nel 476, sconfitto da Odoacre, l’ultimo imperatore romano Romolo Augustolo.
Megaride era adesso un arido scoglio nel mare, accanto alla costa, anch’essa rimasta priva di attrattive. Ecco però che nel 492 un gruppo di monaci ungheresi dell’ordine di San Basilio arrivano a Napoli e si fermano proprio alle pendici del Monte Echia, incantati dal mare e dal cielo, che non erano mutati: dal vescovo, questi monaci ottengono l’isolotto di Megaride, e vi fondano un convento.
Saranno questi monaci a costruire, sull’isolotto, il primo nucleo di quello che diventerà il Castel dell’Ovo.