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Il culto di Priapo


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da “Il culto di Priapo” in “Napoli Esoterica”
di Mario Buonoconto

Il culto di Priapo è tra i più antichi riti mesteriosofici napoletani e riguarda il potenziamento della fecondità. La fecondità si associa al concetto di penetrazione e quindi di possesso del “di sotto”, simbolicamente del ventre stesso della Terra. Negli antichi culti napoletani il “sotto” non era il regno della tomba e del morto (con i suoi rituali di seppellimento come restituzione alla Grande Madre degli umori che, rivitalizzati, ritornavano nelle messi e nelle viti a cantare il trionfo della rigenerazione), ma era il luogo sacro del rifugio invernale di Proserpina-Demetra dove avveniva quella “putefrazione” essenziale del seme che permetteva il ritorno alla luce del germoglio primaverile e del frutto estivo. L’antico patto della mitologia greca con il dio degli Inferi troverà immediato seguito nella Palepoli ellenica della prima colonia di Pizzo Falcone (monte Echia) e la leggenda di Partenope – la sirena vergine che viene a morire d’amore inconsumato sulla nostra spiaggia – non fa che confermare la fondamentale importanza vitale delle fecondità attraverso il possesso del dio Priapo, il Fallo Alato venerato, secoli dopo a Pompei.
La sirena vergine è infecondata, quindi non può sopravvivere alla sua vergogna e deve morire. Solo morendo il suo grande corpo di pesce-uccello antropomorfo può “fecondare”, penetrando nel suolo-madre, il luogo dove sorgerà la sua città omonima. I primi templi alla deificata sirena sorgeranno proprio su quel litorale che ancora conserva la memoria del suo nome, per portarsi in seguito, in epoca tardo-greca, sull’acropoli di S. Aniello a Capo Napoli, dove un tempio dedicato a Partenope avrò culto anche nella prima romanità che a Napoli rispetterà sempre la precedente cultura greca fusa con gli elementi sanniti dei campani d’Ausonia.  Nei riti “segreti” della fecondità le vergini designate dalla Sacerdotessa venivano accompagnate in grotte sotterranee – operando così una prima ritualizzazione della “penetrazione” femminile della sirena morente nella grande vagina della Madre Iniziatica – e denudate nel corso di una cerimonia ritenuta di fondamentale importanza. Il “nudo” iniziatico sarà lentissimo a morire nei riti esoterici napoletani e si trasmetterà nei secoli fino alle “Tarantelle Cumplicate” che si tenevano nella grotta romana di Piedigrotta (o grotta di Pozzuoli o, ancora, crypta Neapolitana – nota del web master). Distesa su una “pelle marina” ottenuta con unione di diverse pelli di pesci particolari del golfo – tutti perfettamente citati in antichi manoscritti o “celati” in raffinati mosaici di uso profano – la vergine veniva posseduta da un giovane “vestito” a sua volta da pesce. Il legame con il mare e i suoi antichi riti è una peculiarità di una civiltà che traeva proprio dal mare la sua ricchezza ed il suo quotidiano sostentamento. Arricchiti di significanti aspetti marini che saranno poi – come tanti altri – riproposti anche in devozioni cristiane nell’alto Medioevo normanno per perpetuarsi, attraverso la rigorosa religiosità angioina, la più libera tradizione aragonese, il doppio viceregno, fino all’età moderna.