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Il mito Virgiliano


  Ξ Lazzaro Napoletano » Storia, mito e … » Virgilio » Il mito Virgiliano  

da “Il mito Virgiliano” in “Storia, miti e leggende dei campi Flegrei”
di Giampaolo Infusino

(Ho scelto di lasciare inserito un passo di Alessandro Dumas ritenendolo importante, per la forza e l’effetto descrittivo, al fine di questo lavoro. Ma resta ferma la mia avversione verso questo scrittore che tante volte ha contribuito con i suoi scritti a gettare fango sul Popolo del Regno delle Due Sicilie, riportando notizie di pura invenzione e di solo suo convincimento politico.)

Il mito di Roma e della sua missione civilizzatrice è un tema che trova in Virgilio e nella sua “Eneide” il profeta, il mago, il sacerdote supremo di questo mondo fatto di oracoli, leggende, essenze naturali.
“Ho visto tutti i luoghi di Virgilio”, scrive il Petrarca in una sua lettera del 1343. La “geografia virgiliana”, infatti, orientava letterati ed artisti, lungo un itinerario ben preciso cui dava inizio la tomba stessa del grande sacerdote, all’imboco della galleria di Pozzuoli 
(1)
, simbolo della famosa discesa avernale del protagonista del suo più celebre poema.

Scrive Matilde Serao in “Napoli antica”:
“A sinistra di questa grotta s’ergeva il sepolcro di Virgilio – come fu raccontata da Elio Donato, scrittore della vita di lui, che lo situò “iter secundum lapidem” in via Puteolana.
“Oggi resta 10 metri più in alto del livello della grotta, per l’abbassamento subito.
L’edificio del sepolcro di Virgilio è oggi interamente distrutto al di fuori. Nello stato, in cui ora si trova, non presenta nè forma nè figura architettonica, ma un ammasso di sassi e di calcina, che appena lo fa distinguere da lontano.
L’interno era formato in una cameretta quadrata con volta di opera reticolata, composta di tufo dello stesso monte. Un tempo un’urna di marmo sostenuta da una base con nove colonnette racchiudeva le ceneri del miglior epico latino, e decorava nel mezzo la semplicità del mausoleo.
Sull’urna leggevasi la nota iscrizione:
Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc
Parthenope, cecini pascua, rura, duces.

“Secondo le tradizioni dei nostri maggiori, ai tempi del re Roberto, l’urna fu trasportata nel Castel nuovo ed il monumento allora rimase spogliato dai suoi marmi, ed abbandonato.
Il sito di questa collina deliziosa si appellava una volta “Patulejo”, perchè aperto ed aprico, e dal Pontano “Patulco” la cui ninfa fu invocata da lui a raccogliere fiori ed a spargerli sull’urna del glorioso poeta.
Si sa dalla storia che Silio Italico aveva per il sepolcro di Virgilio una venerazione religiosa. Egli lo visitava tutti i giorni, ed al dire di Plinio Cecilio, lo rispettava come un tempio.
Silio comprò questo sito, come anche la villa di Cicerone poco lontana, onde diè occasione a Marziale di fare il bellissimo epigramma:
Silus haec magni celebrat monumenta Maronis,
Luger a facundi, qui Ciceronis habet
Hoeredem, dominumque sul tumulique, larisque
Non altum malletnec Maro, nec Cicero.

Virgilio trascorse a Napoli buona parte del suo tempo. Qui venne accolto dalla popolazione locale come un mago più che come poeta, anche se la sua timidezza, l’aspetto gentile, il suo timore per le donne e l’amore per i giovinetti gli fecero guadagnare il soprannome di“Parthenias”, ovvero il verginello.
Ma la fama di Virgilio alchimista “ante litteram”, uomo dai poteri taumaturgici che poteva disporre a suo piacimento delle forze della natura, fu soprattutto una costruzione medioevale.
Per meglio tracciare la complessa evoluzione della figura virgiliana, possiamo distinguere quattro elementi caratteristici.
L’elemento romano di epoca imperiale che ne deificò soprattutto le capacità letterarie paragonando i suoi scritti a quelli di Omero.
L’elemento di epoca cristiana, il quale colse soprattutto il ruolo messianico e profetico delle sue opere spogliandole di tutti i riferimenti mitici.
Quello di matrice popolare (soprattutto della zona napoletana e flegrea), che colorì il personaggio con una serie di favole ed aneddoti (come quella che gli attribuiva la creazione di Castel dell’Ovo) e che ne assimilò la figura fino a farla penetrare profondamente nel tessuto stesso della città.
Da ultimo quello tardo medievale, durante il quale la figura dello scrittore crebbe a dismisura e il letterato venne accostato e spesso confuso con uno dei suoi personaggi, la Sibilla Cumana.
Fu questo il momento in cui al Virgilio letterato fu accostato il Virgilio oracolare, le cui conoscenze profonde arrivavano a toccare i segreti più intimi dell’universo.:

“Le opere di Virgilio, alle quali si era presto attribuita la stessa virtù dei libri sibillini, si trovavano depositate in un gran numero di templi ed era nata la consuetudine di consultarle nelle circostanze difficili: si aprivano a caso e i versi che cadevano sotto gli occhi servavano di risposta agli interroganti. Queste consulatzioni erano dette “Sortes Virgilianae”. Ne troviamo esempi celebri in molti storici. L’uso fatto in questo modo dagli imperatroi delle “Sortes Virgilianae” e la cura che i biografi ebbero di riferire le situazioni in cui i fatti sembravano aver confermato l’esattezza dei responsi, ne accrebbero naturalmente l’autorità. L’uso si diffuse presso tutti i popoli dell’impero, nessuno escluso. Si mantenne in seguito attraverso tutto il medioevo. Nel secolo XVI lo vediamo praticato da Panurge nel “Pantagruel” di Rabelais. E durò molto più a lungo anche in altissima sede; infatti si racconta che Carlo I, re d’Inghilterra, durante la guerra contro i Parlamentari, avendo voluto, mentre visitava la biblioteca di Oxford, ricorrere alla divinazione virgiliana, s’imbattè in un passo che offriva una coincidenza singolare con la situazione e con le sventure che doveva subire” (2)
.
“Egli si imbattè – scrivono Lepore e Greco nel loro “Storia e poesia” – nei versi 615-620 del libro quarto dell’Eneide. I mali invocati da Didone su Enea si realizzarono per Carlo I, re d’inghilterra e di Scozia, in maniera esatta e spaventevole: più volte sconfitto, fu deferito dalla camera dei comuni all’alta corte di giustizia, che lo condannò a morte. Il 30 gennaio ascese al patibolo” 
(3).

Attorno alla vita dello scrittore, dunque, vi è stato attraverso i secoli tutto un fiorire di leggende e di storie che trasfigurarono l’uomo fino a consegnarlo ai posteri come colui che essendo riuscito a varcare le soglie del mondo naturale ed avendo appreso tutti i più arcani segreti dell’esistenza umana era diventato mago, profeta, sacerdote.
Molti sono i biografi virgiliani che si sono impegnati, attraverso i secoli, nel tentativo di ricostruire storia e vicende di questa singolare figura.
Il primo in ordine di tempo fu Svetonio di cui però abbiamo ricevuto solo pochi frammenti.
Dobbiamo a Donato la prima “vita virgiliana”, nella quale le notizie biografiche si fondono indissolubilmente con le leggende.
Publius Vergilius Maro nacque ad Andes 
(4)
, un piccolo villaggio agricolo vicino Mantova, nel lontano 15 ottobre del 70 a.C.
La sua nascita fu preceduta da quei segni che caratterizzano le persone destinate a compiere grandi imprese. Sua madre, ormai prossima al parto, sognò di generare un ramo di alloro 
(5) che al contatto con la terra mise radici e crebbe all’istante assumendo la forma di un albero maturo, ricco di frutti e fiori. La mattina seguente, mentre si dirigeva col marito verso la campagna vicina, presa dalle doglie uscì di strada e partorì il piccolo ai bordi di un fossato. Si racconta che il bambino, quando venne alla luce, non emise vagiti e aveva una tale dolcezza nell’espressione del volto, che sin d’allora faceva sperare in un avvenire felice (6).
Ma un altro presagio di future glorie si aggiunse a questi. Era usanza nella relgione di piantare per ogni bambino nato un piccolo alberello nei pressi del luogo dove era avvenuto il parto. Così fecero i genitori del piccolo ma, con enorme sorpresa di tutti, l’albero crebbe talmente in fretta da eguagliare in altezza i pioppi piantati decenni prima.
Quest’albero dalla crescita eccezionale prese il nome di “albero di Virgilio” e si riteneva possedesse un potere magico e taumaturgico per le partorienti, tanto che le donne gravide usavano fare voti agli dei sotto le sue fronde.
Il giovane scrittore trascorse i primi anni della sua giovinezza a Cremona dove a diciassette anni, nello stesso giorno in cui si spense Lucrezio Caro, prese la toga virile. Da qui passò a Milano, la più importante città della Gallia Cisalpina, e poco dopo a Roma, dove sudiò nella scuola di Epidio uno dei migliori maestri di eloquenza 
(7)
 dell’epoca.
Grande di corporatura, il colorito scuro, i tratti campagnoli, la salute cagionevole, a differenza dei suoi coetanei mangiava e beveva pochissimo ed appariva impacciato nel discorrere in pubblico.
Intorno al 30 a.C. si trasferì a Napoli dove conobbe la filosofia di Epicuro 
(8) che proprio in quella città si stava diffondendo per opera di due grandi maestri: Sirone e Filodemo.
Nonostante le amicizie influenti e una casa sull’Esquilino dono dell’Imperatore, il giovane scrittore tornava a Roma solo di rado e malvolentieri, preferendo la dolcezza e la quiete della collina di Possilipo ai fasti imperiali della grande città dove, egli diceva, “non sopportava di essere riconosciuto per strada e fatto segno di ammirazione”.
In nessun’epoca archeologi ed esperti di storia dell’arte sono riusciti a scoprire reperti o a darci notizie sicure sulla “villula” di Posillipo nella quale Virgilio si stabilì, dapprima come allievo di Sirone, poi come suo ospite e, infine come suo “erede”. Conosciamo, invece, l’abitazione di Filodemo di Godara. Quest’ultimo aveva nella villa dei Pisani ad Ercolano il suo cenacolo.
Tenendo presenti i principi della filosofia epicurea e basandoci sulle conoscenze relative all’abitazione di Filodemo, possiamo tentare di stabilire qualcosa, seppur di approssimativo, sia sull’abitazione napoletana di VIrgilio, sia sul carattere e sulle abitudini del poeta.
Innanzitutto la “villula” di Sirone doveva essere ampia e circondata da molto verde perchè gli epicurei erano soliti riunirsi all’aperto (erano definiti i filosofi del giardino) per discutere le teorie sancite dall’illustre maestro con la sua lunga attività nelle scuole di Mitilene, di Lampsaco e di Atene.
In quando al carattere di Virgilio doveva essere innanzitutto un“atarassico” e un “aponico”, se i vocaboli sono consentiti per adattare ad una persona due dei principi base dell’epicureismo: la mancanza di turbamento (di fronte alle cose del mondo, nota del web master) e l’assenza di dolore, condizioni entrambe raggiungibili solo attraverso la contemplazione della natura, sia pure una natura attraversata da“cozzanti brandi”.
Ecco quindi spiegato il suo atteggiamento schivo ed appartato (“vivi nascostamente” era un’altro dei principi base degli epicurei) che preferiva la dolce e quieta collina di Possilipo ai fasti della Roma dei Cesari.
Già molto giovane cominciò ad occuparsi di letteratura trattando gli avvenimenti contemporanei di Roma ma, ostacolato nell’argomento, preferì passare ai carmi bucolici senza però rinunciare a parlare di Roma e dei suoi personaggi.
Le “Bucoliche” nacquero con il preciso scopo di celebrare Asinio Pollione, Alfeno Varo e Cornelio Gallo, tre influenti notabili romani, che con il loro intervento avevano impedito che le terre del poeta fossero espropriate in favore dei veterani di ritorno dalla battaglia di Filippi.
Le “Georgiche”, invece, furono scritte in onore Mecenate che lo aveva salvato dalla furia di un soldato che stava per ucciderlo durante un banale diverbio.
Pignolo e amante della perfezione, durante la stesura delle Georgiche era solito dettare a prima mattina un numero enorme di versi, numero che riduceva drasticamente durante il corso della giornata attraverso continue e pazienti riletture.
Questo carattere pignolo e perfezionista gli fece portare a termine le“Bucoliche” in tre anni, le “Georgiche” in sette e l’“Eneide” in undici.
Le “Bucoliche” riscossero talmente tanto successo che vennero musicate e rappresentate sulla scena secondo la moda alessandrina del tempo.
Al successo seguirono immediatamente la protezione, la familiarità e l’amicizia di Mecenate, che, ministro di Ottaviano, cercava di attirare nell’orbita della politica augustea i più grandi artisti del tempo perchè dessero lustro al principato e contribuissero all’opera di ricostruzione morale, civile e religiosa che l’imperatore si era proposta.
La stima e l’ammirazione di Augusto nei confronti di Virgilio furono tali che mentre l’Imperatore soggiornava ad Atella per guarire da un mal di gola, chiese al poeta di recitargli le Georgiche, soca che lo scrittore fece per quattro giorni di seguito sostituito nelle pause dovute alla stanchezza dallo stesso Mecenate. La voce soave, la dizione perfetta, incantavano tutti i presenti tanto che il poeta Giulio Montano in un impeto di rabbia esclmò: “mi piacerebbe strappare alcuni versi a Virgilio, anche se a nulla varrebbe tanto ardire se non potessi rubargli anche la voce, la pronunzia ed i gesti”.
La fama di Virgilio divenne tale che, mentre l’“Eneide” era ancora in stato embrionale, i suoi contemporanei già ne parlavano come di un capolavoro. A questo proposito Sesto Properzio amava esclamare:“Fate largo, o scrittori romani, fate largo, o greci: non so che cosa stia per nascere, più grande dell’Iliade”.
Persino Augusto, che in quel tempo era lontano a causa della spedizione cantabrica, lo esortava continuamente con lettere ad inviargli “dell’Eneide o un primo abbozzo o una parte qualsiasi”.
Ed infatti, lo scrittore poco tempo dopo recitò per l’Imperatore i libri II, IV e VI.
Fu un vero e proprio trionfo, tanto che Ottavia 
(9), assistendo alla lettura del VI libro, fu presa da una tale commozione che svenne e fu a fatica rianimata.
All’età di 52 anni volendo dare un’ultima correzione all’“Eneide” decise di intraprendere un viaggio in Grecia e in Asia minore per sottoporre“per non più di tre anni l’intero poema ad una attenta verifica per poi dedicare il resto della vita alla filosofia”.
Ma i progetti erano destinati a mutare.
La fatica del viaggio incise sulla sua salute già cagionevole. Ad Atene, incontrato Augusto che tornava dall’Oriente, decise di far ritorno con lui in patria.
Era ormai prossimo alla fine. Mentre visitava l’isola di Megara a causa del sole molto forte fu colto da maolre che andò sempre più accentuandosi ne successivi giorni di navigazione e, una volta sbarcato a Brindisi, morì nella piccola cittadina poco dopo.
Sentendo il male aggravarsi e comprendendo che la fine era vicina, più volte chiese gli scrigni dove era custodita l’“Eneide” per poterla bruciare poichè non aveva avuto il tempo di revisionarla come voleva. Poichè nessuno se la sentiva di accondiscendere a questo desiderio, dispose nel suo testamento che tutta l’opera fosse “bruciata in quanto opera non corretta ed incompiuta”.
Ma tucca e Vario che erano rimasti tutto il tempo vicino al poeta gli dissero che mai Augusto avrebbe permesso una cosa del genere. Virgilio ormai allo stremo delle forze decise allora di affidare ai due amici il poema con il solenne impegno che non divulgassero niente che non fosse stato già letto in pubblico e lascassero i restanti versi così com’erano. Inoltre, dispose che il suo corpo fosse portato a Napoli e dettò egli stesso l’epitaffio per il proprio sepolcro:
“Mantova mi generò, la Calabria mi rapì,
ora mi custodisce Partenope.
Cantai i pascoli, le campagne, i duci”
.

La tomba di Virgilio, secondo la volontà del poeta, è a Napoli, lungo la via che porta verso Pozzuoli alle spalle della chiesa di Santa Maria di Piedigrotta, accanto all’antica grotta di Pozzuoli. Si tratta di un monumento di età augustea sulla sommità di un piccolo monte (10).
Dove ora troneggia un’enorme quercia vi era una volta un albero d’alloro che, si diceva, attingesse la sua forza vitale dalle ceneri stesse del mago.
L’antica leggenda popolare dell’albero trova conferma anche nella lapide posta accanto al sepolcro scritta da Sebastiano Bartoli nel 1668 e su cui si legge:
“Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc
Parthenope, cecini pascua, rura, duces.
Ecce meos cineres: tumulantia saxa coronat
laurus, rara solo vivida pausilypi.
Si tumuls ruat, aeternum hic monumenta Maronis
servabunt lauris, lauriferi cineres.
Virgili Maronis
super hanc rupem
superstiti tumulo
sponte enatis lauris
coronato, sic lusit

arago. Ther. Auc.” (11)

L’alloro della leggenda è dunque il segno magico di Virgilio sulla collina di Posillipo. L’uomo che era nato sotto il simbolo dell’albero caro ad Apollo giaceva ora sotto di esso, anzi era lui stesso trasmigrato in qualche modo nell’albero dalle fronde d’oro, trasferendo le sue capacità magiche alle stesse foglie ed alla corteccia dell’albero. Racconta la tradizione, infatti, che chiunque volese ottenere una grazia particolare doveva masticare qualche foglia dell’“albero del santo”, pianta dalla forza vitale inesauribile e per ogni foglia strappata ne rinasceva subito una nuova e più bella.
La venerazione per la tomba virgiliana ha sfidato l’oblio dei secoli ed giunta fino ai nostri giorni. Agli inizi del secolo (XX), le foglie dell’albero del poeta (anche se sostituite da una più “volgare” quercia) erano richieste persino dagli italiani d’america.

“Per una diversione delle nostre passeggiate entro Napoli, risolvemmo Jadin ed io, di tentare qualche escursione nei dintorni.
Dalle finestre del nostro albergo scorgevamo la tomba di Virgilio e la grotta di Pozzuoli. Di là da quella grotta, che Seneca chiama una lunga prigione, era il mondo sconosciuto delle antiche stregonerie: l’Averno, l’Acheronte, lo Stige; poi se bisogna credere a Properzio, Baia, lussuriosa città di perdizione che, più sicuramente e più presto che ogni altra città, conduceva ai cupi regni infernali.
Ci munimmo del nostro Virgilio, del nostro Svetonio e del nostro Tacito, salimmo nel nostro corricolo 
(12)
 e, domandati dal cocchiere ove dovesse condurci, gli rispondemmo tranquillamente:
– All’inferno! –
Il nostro cocchiere partì al galoppo.
La presunta tomba di Virgilio è sita all’ingresso della grotta di Pozzuoli.
Al sepolcro del poeta si sale per un sentiero tutto coperto di rovi e di spine; è un rudere pittoresco sormontato da una verde quercia, le cui radici lo stringono come artigli d’aquila. Dicono che in altri tempi al posto della quercia sorgeva un lauro gigantesco che vi era nato spontaneamente. Alla morte di Dante il lauro morì; Petrarca ne piantò un secondo che visse sino a Sannazzaro 
(13). Poi, finalmente, Casimiro Delavigne ne piantò un terzo, ma la talea non mise più germogli.
Non era colpa dell’autore delle “Messéniennes”: era la terra che s’era esaurita.
Si perviene alla tomba da una scala semidistrutta, dai cui gradini spuntano grossi ciuffi di mirto: poi si oltrepassa la soglia del colombario e ci si trova nel santuario.
L’urna che conteneva le ceneri di Virgilio vi rimase, si assicura, fino al XIV secolo. Un giorno venne asportata col pretesto di metterla al sicuro: da quel giorno non è più riapparsa 
(14).
Dopo una breve splorazione nell’interno Jadin uscì per eseguire uno schizzo del monumento e mi lasciò solo nella tomba.
Allora il mio sguardo si portò naturalmente indietro e tentai di farmi un’idea ben precisa di Virgilio e dell’antico mondo nel quale viveva.
Virgilio era nato ad Andes, presso Mantova, il 15 ottobre dell’anno 70 a.C., cioè quando Cesare aveva trent’anni; ed era morto a Brindisi il 21 settembre dell’anno 19, cioè uando augusto ne aveva quarantatrè.
Aveva conosciuto Cicerone, Catone Uticense, Pompeo, Bruto, Cassio, Antonio e Lepido; era l’amico di Mecenate, di Sallustio, di Cornelio Nepote, di Catullo e di Orazio. Fu il maestro di Properzio, di Ovidio e di Tibullo, che nacquero, tutti e tre, quando egli terminava le Georgiche.
Aveva assistito a tutto quanto era avvenuto in quel periodo, vale a dire ai più grandi eventi del mondo antico: la caduta di Pompeo, la morte di Cesare, l’avvento di Ottavio, la rottura del triumvirato; aveva veduto Catone squarciarsi le viscre, aveva veduto Bruto gettarsi sulla spada, aveva veduto Farsaglia 
(15), aveva veduto Filippi, doveva vedere Azio.
Forse anche Augusto era venuto in quella tomba dove io venivo a mia volta, e si era addossato in quello stesso punto dove, io stesso addossato, avevo visto passare ai miei occhi tutta quella gigantesca storia.
Ed ecco che questa illusione uno sciagurato dotto voleva toglermi, dicendomi che forse quella non era la tomba di Virgilio!” 
(16).

Ora gli alberi di alloro della collina di Posillipo sono quasi del tutto spariti, simbolo di una città che crescendo ed espandendosi distrugge qualsiasi antico ricordo. Nemmeno Virgilio il poeta, il mago, ha potuto, con tutti i suoi poteri, far sì che questo piccolo angolo di poesia restasse incontaminato.
Nessuno più, o quasi, ricorda oggi il potere di questa tomba, ma nei racconti popolari è ancora viva la storia dei libri magici ritrovati accanto al corpo dello scrittore da un misterioso straniero.
La storia, affascinante e contraddittoria, è ambientata ai tempi di Ruggero il Normanno (Ruggero I o Ruggero II? – domanda del web master).
Si narra che in quell’epoca un misterioso medico inglese si presentò al re chiedendogli il permesso di aprire il sepolcro e di poter prendere per studi scientifici tutto quello che vi era lì custodito, il re, che poco tollerava il culto napoletano di Virgilio, accondiscese. Così, qualche giorno dopo diede l’ordine alle guardie preposte alla sorveglianza del luogo di aprire il sepolcro e di consegnare al medico il contenuto della tomba.
La cosa mise in agitazione tutti. Virgilio era ritenuto il protettore della città e l’operazione appariva quasi sacrilega. Cosa si cercava tra quegli antichi massi? E soprattutto, chi era questo misterioso studioso? La voce frattanto si era già sparsa in città e l’inquietudine cominciò a circolare tra la popolazione.
Con curiosità mista a timore fu sollevata la vecchia pietra. Un’enorme nuvola di polvere circondò il luogo. Ci volle qualche minuto perchè l’aria rischiarasse, ma appena la polvere si diradò ed il sole riprese a filtrare agli occhi dei presenti apparve una scena incredibile. Sotto la testa di Virgilio perfettamente conservato a mò di cuscino vi era un grosso scrigno di rame!
Lo straniero, per niente stupito, diede ordine di issare il contenitore e con aria impaziente forzò l’apertura e lo aprì. Dentro, ancora in ottime condizioni, vi erano i libri con le formule magiche di Virgilio.
La notizia fulminea si sparse per la città e nella zona flegrea. La gente, andando di casa in casa e passandosi la voce diceva.
“Uno straniero venuto chissà da dove vuole prelevare le ossa dell’antico veggente per poter così compiere dei malefici contro la nostra città!”.
Ben presto una folla urlante circondò il luogo. Le guardie reali non riuscivano a contenere la furia popolare. Quando però la gente riuscì a forzare il blocco era ormai troppo tardi.
Il medico era fuggito con i preziosi manoscritti.
Le ossa del poeta, raccolte in un sacco, furono portate dalla stessa popolazione nel vecchio castello dell’Ovo, il maniero che il mago stesso aveva fondato. Qui, una volta arrivate, per rassicurare l’intera cittadinanza furono esposte dietro una grata a quanti volessero vederle e successivamente, per ordine dello stesso re, vennero murate. Dei libri magici e del misterioso straniero non se ne seppe più nulla.
Nei mesi e negli anni seguenti le voci sulla sorte dei manoscritti si moltiplicarono divenendo sempre più numerose ed imprecise. C’è chi diceva che in qualche modo erano finiti nelle mani del Papa a Roma che, spaventato dal contenuto aveva deciso di distruggerli, chi invece narrava di incredibili prodigi che erano scaturiti da quelle formule. Persino il cardinale di Napoli affermò di aver potuto constatare personalmente la potenza di quelle formule magiche.
La città rimase per molto tempo sconvolta dall’evento. Virgilio era conosciuto come il protettore dei napoletani e la profanazione della sua tomba sembrava presagio di grande sventura. Quella stessa sventura, forse, che sembrerà accanirsi attraverso i secoli contro Napoli ed i napoletani.


(1) La “crypta neapolitana” o “grotta di Pozzuoli” era stata per secoli considerata un luogo sacro. I culti pagani di Mitra e Lampsaco, nonchè più tardi quelli cristiani dedicati alla Madonna ne sono una testimonianza.

(2) Lamarre, “Historie de la littèrature latine au temps d’Auguste” in Roberto De Simone, “Il segno di Virgilio”, Pozzuoli, 1982.

(3) in Roberto De Simone, “Il segno di Virgilio”, Pozzuoli, 1982.

(4) Nota del webmaster:  l’odierna Pietole (frazione del comune di Virgilio in provincia di Mantova) secondo la tradizione.

(5) L’alloro era una pianta ritenuta sacra ad Apollo e come tale protettrice degli artisti.

(6) Anche questo era ritenuto un presagio positivo nelle antiche credenza. Solo i bambini destinati ad imprese eccezionali non piangevano dopo il concepimento.

(7) L’eloquenza era l’arte di parlare e scrivere con efficacia.

(8) Il filosofo Epicuro era morto da circa due secoli e mezzo ma la sua filosofia era più che mai viva. La città partenopea rappresentava un vero e proprio faro da cui si irradiva la dottrina del grande maestro, grazie alla scuola di Posillipo tenuta da Sirone, uomo illustre traferitosi dalla Siria in Italia assime al greco Filodemo di Godara. In questli annio di disordini politici, di sangue, di violenza, questa filosofia ebbe largo seguito fra le persone colte e gli spiriti eletti, perchè rispondeva ai bisogni spirituali del momento. Essa invitava all’abbandono delle ambizioni, alla rinuncia della lotta per le ricchezze e per la potenza, al distacco dai pubblici tumulti, all’emancipazione dalle passioni che tormentano l’animo umano, all’amore per la povertà vivendo contenti del poco nella serenità dei campi. Era, si può dire, un larvato pre-cristianesimo che favorì successivamente l’avvento della predicazione cristiana.

(9) Ottavia, sorella di Augusto, sposò in seconde nozze Marco Antonio, dal quale in seguito fu ripudiata. MOrì nell’11 a.C.

(10) Non tutti sono daccordo nell’identificare questa pietra con il sepolcro del poeta. Argomento principale degli oppositori è soprattutto la diversa distanza del monumento rispetto a quello tramandatoci dagli antichi storici latini. Il celebre “secondo miglio” calcolato dall’antica Porta Puteolana o Cumana verrebbe a ricadere, infatti, nella Riviera di Chiaia, e più esattamente all’interno della odierna Villa Comunale dove, nel 1819 (quando si appellava ancora “Villa Reale”, nota del web master) venne eretto un tempietto in onore di Virgilio.

(11) “Mantova mi generò, la Calabria mi rapì alla vita, ora mi trattiene Napoli. Cantai i pascoli, i campi e gli eroi. Ecco le mie ceneri: l’alloro che qua e là fiorisce sul suolo di Posillipo fa corona alla mia tomba. Se pure la tomba rovinasse, le ceneri, generatrici di alloro, custodiranno qui in eterno il ricordo di Marone, grazie all’alloro”.

(12) Il corricolo è il tradizionale calesse trainato da un cavallo che accompagnava i forestieri nei giri turistici.

(13) Un lauro c’era ancora nel secolo XVIII. La margravia di Bayreuth, visitando la tomba, ne staccò un ramoscello e lo inviò a Federico II di Prussia, accompagnato da un epigramma di Voltaire:
“Sur l’urne de Virglilie un immortel laurier
de l’outrage des temps seul a su dèfendre
toujours vert et toujours entier”

(14) Secondo le tradizioni, re Roberto si sarebbe fatto custode delle ceneri di Virgilio in Castelnuovo; ma l’esistenza di questi resti nel castello non è mai stata provata.

(15) Poema epico di Lucano, il cui tema è la lotta tra Cesare e Pompeo. Qui ci si riferisce alla battaglia fi Farsalo combattuta nel 48 a.C. tra gli eserciti di Cesare e di Pompeo e vinta dal primo. (nota del web master).

(16) da Alessandro Dumas, “Il corricolo”. Dumas, poco più che trentenne, nel 1835, intraprese il viaggi oin Italia con l’amante, poi moglie, Ida Ferrier, con il pittore animalista Jadin e con il fedele cane Milord. Ma, arrivati a Roma, il viaggio incontrò un ostacolo: il rappresentante diplomatico delle Due Sicilie, Conte Ludolf, negò il visto per Napoli, avendo Dumas fama di sovversivo, rivoluzionario e cospiratore. Riuscito vano ogni tentativo di piegare l’ostinato Ludolf, e ostinato a sua volta Dumas nel desiderio di vedere Napoli, fu necessario ricorrere ad un espediente. Con la complicità degli amici di VIlla Medici fu fabbricato per lo scrittore un passaporto con un nome falso, tale Guichard, e così il giovane scrittore potè varcare la frontiera. (Fonte G. Doria, “Viaggiatori stranieri a Napoli” e Gianni Infusino, “Dumas, giornalista a Napoli”).