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Ancora della fondazione di Partenope


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da “Ancora della fondazione di Partenope” in “Napoli Antica”
Matilde Serao

Stazio pretende che alla nave di una Partenope lo stesso Apollo avesse indicato, col volo di guidatrice colomba, le amene spiagge dell’Opicia e che quella vi fosse stata ospitalmente accolta.

Si vede che il poeta seguiva una leggenda da quella di Licofrone solo in questo diversa, che secondo essa alcuni navigatori, trovato fra noi o recatovi da Capri il culto di Partenope – cioè di una di quelle donne fatidiche appellate Sirene – fondarono una città chiamandola Partenope dal nome di lei. E ciò fecero i Rodiani, al dir di Strabone, prima che s’istituissero i giuochi olimpici, tuttochè resti dubbio il preciso tempo di questo avvenimento e se la colonia loro si fosse fermata nel luogo istesso della Torre di Falero che mai più non troviamo di poi ricordata.
La quale Partenope, venuta in fiore per i molti che vi si recavano, attesa l’amenità della posizione e la abbondanza del suolo, fu invidiosamente da’ Cumani spiantata. E questi poi, a far cessare la peste onde erano afflitti, dovettero per comodo del loro oracolo riedificarla, fondando una Città Nuova (Nea Polis) col nome di Napoli – ripristinandovi il culto della Sirena.
A ciò essi adempirono – siccome dagli storici e da parecchi numismatici monumenti si apprende, che ci offrono il nome di Napli grecamente in varia ortografia.
Due bellissime monete d’argento conserva il Museo la prima coll’epigrafe NEAIIOAIS, la seconda con quella di NEOIIOAITHS dove Partenope comparisce effigiata non come uccello a volto muliebre, ma nella primitiva figura di alata donzella.
In altre medaglie il NEOIIOAITHS è scritto alla busfrophedon – in altre il NEOIIAIT in modo retrogrado. Talvolta EOIIOAITΩN – spesso NEOIIO ovvero NE o la sigla N solamente.
E con queste leggende s’accompagnano ora i tipi di Cuma, ad esempio la testa di Pallade galeata e la conchiglia, or quegli adottati dai Cumani, che qui vennero, come il bue adromorfo, il gallo, la biga, il cavaliere.
In seguito altri stranieri giungevano alla città, cioè Calcidesi, Pitecusani, ed Ateniesi, talchè, anche per questi nuovi abitatori, fu conveniente che venisse chiata Napoli (Strabone – lib. V).
E l’ateniese Diotimo fu appunto quello che, ad onor di Partenope, istituì il corso delle fiaccole – la “Lampadodromia” – giuoco di che i Napolitani, come quelli che abitavano i Campi Flegrei, pigliarono diletto, e che celebrarono annualmente con magnifica pompa.
Se non che la “città nuova” sorgeva in altro sito più bello, ma non molto lontano dalla distrutta, la quale, dappoichè vi si trasferirono alcuni degli stessi Cumani, fu necessità chiamare PALEPOLI, o “città vecchia” come Napoli, o “città nuova”, era chiamata la nascente. Perocchè se, a spegnere la peste originata dalla distruzione di Partenope, esse dovettero ristabilire il culto della diva, edificando Napli poco discosto dalla smantellata città; non poterono certamente vietare, che le famiglie superstiti della città vecchia vi ritornassero, custodite bensì e governate da quella della nuova. Così mentre si attendeva a fabbricare un’altra città, l’antica ripopolavansi, ed in amendue viveva gente di Cuma.
A questo alluse Tito Livio, dicendo: “Palepoli ai tempi suoi trovarsi al di là di Napoli, ma non molta distanza, ed essere gli abitatori delle due città un solo popolo e tutti originarsi da Cuma”.