Salta al contenuto

16 novembre 2021


  Ξ Gennaro Agrillo » Salotto Napoletano » 16 novembre 2021  

https://lazzaronapoletano.it/wp-content/uploads/2021/12/Giuseppe-Casciaro-Giardino-1915.jpg
(Giuseppe Casciaro – Giardino – 1915)

Cuitudine
di Ernesto Murolo in «Ernesto Murolo – Poesie» (Edizioni Bideri)

Casarella sperduta e sulitaria
c’ ‘o ppoco ‘e massaria ‘ncopp’Antignano,
pittata rossa cumm’ a nu papavero,
mmiez’ ‘o vverde ‘e ‘sti vvigne e mmiez’ ‘o ggrano,

te guardo e vularria ca fosse Il’ urdemo
rifuggio e desiderio ‘e chistu core!
… Scetarme all’alba, dint’ a ‘stu silenzio …
Durmì, dint’ ‘o silenzio, a vvintun’ ore …

E penzo a ‘na cucina ‘e buon’ aurio,
ca cchiù pruvvista faie, cchiù Dio t’ ‘o gguarda;
nu cane ‘e caccia, e, appiso dint’ a n’angolo,
‘o ribbotte p’ ‘a quaglia e p’ ‘a cucciarda.

Dint’ ‘a gaiola zerelléa nu passero
e ‘a vascio lle risponne ‘o gallenaro …
P’ ‘a fenestella, chiena ‘e sole e d’aria,
saglie n’ addore ‘e vino da ‘o cellaro …

… Lenzole fresche e grezze ‘e tela cànnepa,
addo m’ accucciuliasse a pprimma sera …
A ccap’ ‘o lietto ‘a palma c’ ‘o rusario
e n’ angiulillo cu’ l’ acquasantera …

Sulo, dint’ ‘a cuntrora, sott’ a ‘st’ albere,
sentì cantà tutt’ ‘e ccicale attuorno,
fìno a quanno tramonta ‘o sole e Il’ aria
pare ‘a stess’ aria ‘e quanno schiara juorno;

fino a quanno carrette e vvacche tornano,
e ‘stu ffieno, tagliato appena sguiglia,
‘st’ addore ‘e stalla, ‘e strata nova e ppòlvere
pare, quase, prufumo ‘e vainiglia.

… Lenta sunasse ‘na campana a vvespero;
e, cumme a quanno, ‘a sera, mamma mia
divotamente m’ ‘a ‘mparava a dicere,
vurria di’, ‘n’ ata vota: « Avummaria … »


Raffaele D’Ambra – Fontana Medina (o del Nettuno in Piazza Francese)

Al piano Pietro Mascagni
di Filiberto Passanti in “I caffè storici di Napoli” (Newton Compton 1995)

All’angolo di piazza Francese, cioè alle spalle dell’attuale teatro Mercadante, c’era un altro importante locale napoletano, che fu un attivo centro di cultura per oltre sessant’anni, fino al 1884, anno in cui le ruspe dell’intervento pubblico cambiarono il volto della zona.
Era il «Caffè del Commercio», gestito da un intraprendente commerciante, Pasquale Muollo, e da sua moglie donna Peppina, classica
matrona partenopea, che sedeva al banco tenendo d’occhio le tre porte che immettevano nel Caffè. Due sulla via del Porto e la terza su piazza Francese.
Fu forse questa la prima sala da Caffè-concerto a Napoli. Per questa novità divenne ben presto punto di ritrovo fisso di ingegni vivacissimi. Nelle sue sale si fermava a lungo Luigi De Martino, brillante comico prosatore, e il romanziere Francesco Mastriani, seduto a uno dei tavolini più nascosti, vi scrisse «La cieca di Sorrento».
In un’intervista del 1913, Luigi Stellato, autore di tante canzoni napoletane di successo, tra cui «Levate ‘a cammesella», raccontò al giornalista Diego Petriccione di storie e di personaggi del «Caffè del Commercio ». Da quando Pasquale Muollo decise di sistemare nel locale, sopra una pedana fatta costruire apposta, un pianoforte a coda.
«Frequentatori assidui erano Eduardo Scarpetta, Michele Bozzo, Achille Maieroni, Francesco Mastriani», ricorda Stellato, «e tra i maestri che vi suonarono c’erano Pietro Mascagni, Francesco Paolo Tosti, Vincenzo Valente, Edoardo Di Capua, il Fani ed altri ancora.»
Nello stesso giorno in cui due facchini sistemarono il pianoforte all’interno el locale, un annunzio scritto a mano su un grande manifesto diceva: «Stasera debutto dell’artista lirica Madama Bertini». Iniziò così il periodo d’oro del «Caffè del Commercio» che annoverava tra la sua clientela artisti napoletani e attori di successo. La Bertini, nonostante l’età avanzata, ancora richiamava pubblico. Oltre a essere una brava cantante era anche un’ottima musicista e si accompagnava da sola al piano.
Visto il successo dell’iniziativa, ben presto Muollo affiancò all’artista lirica un altro cantante di successo, Giovanni Tizzano, baritono dalla gran voce. I suoi cavalli di battaglia erano le romanze: «Non torno» e la «Bandiera». In seguito, ai due si aggiunsero il tenore Gennaro Olandese e i comici Emilio Simeoni, Paolo Ricciuti, Aniello Bracale, pionieri di quel teatro di varietà partenopeo che muoveva i primi passi proprio in quegli anni.
Per quasi un anno, Giovanni Tizzano fu accompagnato al pianoforte da Pietro Mascagni. Nella sua chiacchierata con il giornalista, Stellato racconta dei rapporti dell’autore della «Cavalleria rusticana» con Muollo e Tizzano e con tutti gli illustri avventori del Caffè-concerto:
«In quel periodo Mascagni era in bolletta. Figuratevi che era venuto a Napoli, per uno strano caso, perchè la compagnia di cui faceva parte quale direttore s’era disciolta. Era al verde. E se la faceva spessissimo al “Caffè del Commercio”. Vi trascorreva molte ore della giornata.»
Una sera, Giovanni Tizzano aspettava il maestro Molfetta, che solitamente l’accompagnava al piano, ma il musicista tardava e il cantante, nervoso perché vedeva sfumare il suo guadagno quotidiano, si affacciava alla porta in continuazione in attesa del maestro. Era tanto agitato da parlare da solo. Un giovane avventore, intento nella lettura del giornale davanti a una tazzina di caffè, si accorse del malessere dell’artista e gliene chiese il motivo. Tizzano spiegò che il maestro Molfetta non arrivava e mai come in quel giorno il locale era affollato di pubblico. Elemento importante perché gli artisti del «Caffè del Commercio», tranne il musicista, non erano pagati dal titolare, ma racimolavano il loro compenso con le mance degli avventori. Spesso molto consistenti. Fu allora che il giovane, Pietro Mascagni, si offerse di accompagnarlo al piano. «Conosco di musica», disse al cantante. Mascagni iniziò a suonare e Tizzano cantò con grande sicurezza. Si accorse subito che il suo nuovo accompagnatore era un vero artista. Alla fine del primo pezzo, tutta la sala applaudì a lungo. La scena si ripeté dopo ogni romanza per tutta la sera. Muollo non aveva mai visto il pubblico tanto entusiasta. Da buon imprenditore non si fece scappare l’occasione e scritturò il giovane musicista disoccupato. «Per diversi mesi», dice Stellato, «il compenso del Caffè del Commercio fu l’unica fonte di reddito per il giovane Mascagni, che prese alloggio in una pensione di quart’ordine nel vicolo Stella.»
Ma non è questo l’unico aneddoto consegnato alla storia della città dal «Caffè del Commercio» e dalla bravura degli artisti che vi si esibirono. Sempre Stellato racconta che Madama Bertini era approdata nel locale partenopeo all’età di sessant’anni, dopo la promessa a se stessa di non calcare mai più le tavole di un palcoscenico. Durante la sua brillante carriera la cantante si era esibita con successo a Parigi, alla Scala e anche al S. Carlo di Napoli, ma l’età cominciava a farsi sentire, con tutti i suoi acciacchi. Non era più il caso di continuare nella vita girovaga dell’artista.
«Una sera», racconta Stellato, «il San Carlo era gremito di pubblico come non mai. Dava la “Lucia di Lammermoor”, ma all’ultimo momento la cantante comunicò di essere indisposta. Lo spettacolo non poteva andare in scena e il teatro avrebbe dovuto restituire i soldi dei biglietti a tutti gli spettatori. All’impresario venne l’idea di scritturare per una sera Madama Bertini. Corse al Caffè del Commercio e ne parlò con Pasquale Muollo. Avuto il suo consenso, trascorse quasi mezz’ora a discutere con la cantante nel tentativo di convincerla. Ci riuscì e la rappresentazione fu un vero successo.»



Nino Taranto e Gloria Christian – JETT’ ‘O BBELENO
(musica: Giuseppe De Gregorio – testo: “Ruber” Enernesto Murolo / “C.O. Lardini” Edoardo Nicolardi – 1901)