Ξ Gennaro Agrillo » Scusate l’esag(g)erazione » Spagnolos Napoletanos
“Oh! Torero … Te sî piazzato ‘ncapo stu sombrero … Dice ca sî spagnuolo e nun é o vero … Che ‘e nnacchere int”a sacca vai a ballà … Mescolando bolero e cià-cià Chi vuo’ ‘mbruglià!”
Proprio come il protagonista della canzone si piazza in testa un sombrero per sembrare ciò che non è, mi approccio allo spagnolo con una sorta di mascheramento sonoro. Non importa se la grammatica vacilla o se l’accento tradisce le origini: l’importante è il “colore”. È l’arte di abbozzare un mondo (quello iberico o latino) usando i colori che ho in tasca, magari mescolando dialetto e fonetica spagnola con la stessa spregiudicatezza di chi unisce bolero e cià-cià-cià.
Cantare in una lingua che non si domina perfettamente è l’applicazione pratica del mio concetto di estemporaneità. È puro istinto dove, invece delle nacchere, uso l’ironia.
La domanda “Chi vuo’ ‘mbruglià?” è una strizzata d’occhio a me stesso: sapendo bene che è un gioco, ed è proprio questo a renderlo godibile.
Cerco la perfezione? No, la perfezione è noiosa.
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