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A mio padre


Porto di Baia 1968 (fot. Antonio Agrillo)
Porto di Baia 1968 (fot. Antonio Agrillo)

Ricordi, papà? È una di quelle memorie che si sono incise a fuoco nella mia mente, limpida come se fosse ieri. Era il 1968, io avevo appena cinque anni, un piccolo esploratore curioso con un mondo intero da scoprire, e tu, il mio gigante buono, la mia guida. Ci trovavamo al Porto di Baia, una mattinata intera, interminabile per gli occhi impazienti di un bambino, trascorsa ad aspettare. Aspettare che le cime dei pescherecci, spesse e salmastre, si tendessero al punto giusto, quasi in una danza lenta e rituale con il mare e il vento.

Tu eri lì, serio e concentrato, la tua inseparabile Yashica biottica reflex montata con cura sul cavalletto, una prolunga del tuo sguardo artistico. Io, invece, ero un frullio di domande non dette, una piccola ombra ai tuoi piedi, la testa piena di un solo pensiero: ‘…ma quando andiamo all’anfiteatro di Pozzuoli?’ Senza manco sapere cosa fosse, quel luogo misterioso, solo perché me lo avevi promesso, e la tua promessa, per me, era legge. Ogni minuto che passava era un’agonia e una promessa di avventura.

Finalmente, dopo quelle che a me parvero ore interminabili, ma forse furono solo un paio, le cime risposero al richiamo, si tesero con una perfezione quasi magica. E tu, con un ‘clic’ secco e deciso, catturasti l’attimo, imprigionandolo per sempre nella pellicola. Quella fu la nostra liberazione: ‘Andiamo a Pozzuoli!’, e il mio cuore fece un balzo.

Già… Pozzuoli con la Cumana. Un viaggio lento, cadenzato, il dondolio del treno che era quasi una ninna nanna, con il paesaggio che scorreva fuori dal finestrino come un film muto. Era bello viaggiare così, con il vento tra i capelli e il sapore del mare ancora addosso. La macchina, la nostra prima auto, la comprasti solo a dicembre del ’75, e prima di allora, ogni spostamento era un’avventura collettiva.

Ora, quella fotografia, quel frammento di una mattinata di quasi cinquant’anni fa, non è solo una stampa incorniciata. Fa bella figura di sé nel soggiorno di casa mia, un punto focale che attira l’occhio. Ma per me, è molto di più: è come se fosse la foto del tuo faccione sorridente, della tua pazienza infinita, del tuo amore silenzioso. Ed ogni volta che qualcuno si ferma ad ammirarla, incuriosito, io mi sento di dover raccontare. E con un sorriso, dico sempre: ‘Sai, questa l’ha fatta mio padre al porto di Baia. Un’intera mattinata ad aspettare che le cime dei pescherecci si tendessero al punto giusto.’ E in quel racconto, ogni volta, rivivo un pezzetto di te, e di noi.

Gennaro