Ξ Gennaro Agrillo » Scusate l’esag(g)erazione » Declamando (me stesso)
Continuo, quasi ostinatamente, a definire “pensieri” tutto ciò che scrivo.
Poesie? No, verrei preso sul serio.
Il rifiutare l’etichetta di “poeta” mi tiene lontano dalla solennità e dal rischio della presunzione.
Chiamarli “pensieri” mi permette di restare nel recinto dell’amatore, di chi scrive per necessità dell’anima e non per gloria letteraria.
Da buon napoletano direi “Chillo tene ‘e penzieri”, identificandomi non in un intellettuale o un filosofo, ma in un qualcuno preoccupato, tormentato, con grattacapi.
Con questa frase provo ad offrire ai miei conterranei una via d’uscita ironica: se quello che scrivo non piace o sembra troppo profondo, possono liquidarmi con un sorriso, dicendo che sono solo un uomo un po’ “appensierato”.
Rivendico così la libertà di sbagliare e invitare ad un ascolto distratto, proprio perché tutto questo non si presenta come “Arte” con la A maiuscola.
Quindi: “Non leggetemi come un letterato, ma come un uomo che ha troppe cose per la testa e ha deciso di metterle su carta per liberarsene.
In fondo, è questo che cerco: abitare un’epoca passata con il rispetto di chi entra in un santuario, lasciando che la mia voce diventi il ponte tra il loro tempo e il mio presente.
Per questo continuo (perdonate la ripetizione), quasi ostinatamente, a definire “pensieri” tutto ciò che scrivo. Poesie? No, non vorrei mai essere preso troppo sul serio. Preferisco chiamarli così: “pensieri”. Almeno i miei conterranei, vedendomi perso tra versi e spartiti, potranno sorridere e dire con la solita benevola ironia: “Chillo, tene ‘e penzieri!”
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