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Un’immensa carta topografica


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di Gino Doria
dalla prefazione in “Napoli come città” di Giuseppe Russo (Edizioni Scientifiche Italiane 1966)

Chi sorvoli Napoli in aereo o, più modestamente, si sporga dal famoso balcone della Certosa di San Martino può rendersi conto esattamente della singolare costituzione urbanistica di questa più singolare città. Vede una immensa carta topografica in cui da rarissimi spazi liberi si dirama un intrico di piccole vene e di piccoli nervi, che si rilevano come una sottile striscia nera nel complesso delle fabbriche. Vede poche, pochissime strade larghe e rettilinee; la stessa Toledo che fu nel passato gloriosa nella sua ampiezza sembra, ora, uno stretto corridoio. E poche piazze vede che meritino questo nome, altre essendo solo uno slagarsi per necessità, quasi a forza di gomiti, di strade e di vicoli; e poco, pochissimo verde sulle colline, che un tempo erano tutto un verziere. Vede qua e là emergere, dall’immenso blocco di pietra, qualche antico edificio, come Santa Chiara che è medioevo, o qualche bruttura che non si vorrebe vedere e che è modernità spinta oltre la licenza; qualche chioma di albero fuoriuscita, in ansiosa ricerca di sole, dalla stretta delle case; qualche cupola gaiamente maiolicata. Immagine complessiva che, per il predominio dei toni grigi, appena rialzato dagli embrici di qualche tetto, e per la compressione e quasi compenetrazione delle fabbriche, potrebbe sembrare malinconica e deprimente se da oriente a settentrione e da settentrione ad occidente non si snodasse l’arco delle colline (conservano almeno,via via disparendone il verde, la grazia del movimento) e se innanzi a questo monolite non ridesse la splendida cuvette del golfo con il fondale del Vesuvio, della penisola sorrentina e dell’isola di Capri.
Ma ritorniamo alla nostra immensa carta topografica e consideriamola indipendentemente dal suo mirabile contorno: scendiamo dall’aereo o dal balcone della Certosa a più bassa quota, e a poco a poco vedremo il blocco disgregarsi, le strade, grandi o piccole, trsformarsi in confini o spartiacque e di qua e di là da esse delinearsi tante piccole Napoli, più o meno corrispondenti alla divisione amministrativa in quartieri; e ognuna di esse con una fisionomia propria (senza dire del proprio modo di vita e del proprio linguaggio), ognuna di esse fonte inesauribile di quelle sorpese e di quello «imprevisto» così amorosamente cercato e documentato da Roberto Pane (“storico dell’architettura e architetto”, nota di LN-GA). E ognuna di queste piccole Napoli è a sua volta frazionata nell’alternarsi inesauribile del vecchio col nuovo, del bello col brutto, del nobile col plebeo. In questa irrrazionalità, che è tanto riscontrabile nell’edilizia quanto nei cittadini, consiste appunto il fascino della città, così complesso da operare allo stesso modo, con la stessa forza, e sugli animi semplici rapiti dalla grazia del paesaggio circostante e sui cervelli dei ben provveduti che intendono penetrare la ragione delle cose, a ricercare la misteriosa logica, che pur deve esserci, di tante incongruenze sul terreno della urbanistica, della demografia e, naturalmente, della storia, che tutto in sè comprende.
Ben s’intende che le piccole Napoli di cui si è detto non offrono tutte allo svagato curioso o all’attento studioso una egual somma di aspetti insoliti e di contrasti violenti; ma, dove in maggiore e dove in minor numero, essi si riscontrano dappertutto. Il che è in rapporto strettissimo con le vicende stesse della storia napoletana, a partir dalle favolose origini della città, o meglio – per lasciare Ulisse e le Sirene alla fantasia dei poeti – da quelle, scientificamente accertate, di sei o sette secoli avanti l’era volgare. Già il fatto di aversi allora due città distinte, una al Monte Echia e l’altra a Monterone (“l’antico colle sul quale nacque la città – l’antica Neapolis. Con i millenni, l’altura originale è stata quasi completamente inglobata e spianata dalla stratificazione di edifici, strade e palazzi, diventata irriconoscibile come collina distinta. Oggigiorno il nome Monterone è principalmente associato al centro storio di Napoli, in particolare l’area intorno a Via Mezzocannone, Rampa di San Marcellino e Largo San Marcellino”, nota di LN-GA), crea le premesse per la storia urbanistica di Napoli, così differente da quella di molte altre città egualmente venerande: lo stesso può dirsi di Parigi, che nasce e si arrocca sulle isole della Senna, mentre un’altra città si va formando intorno alla motagna di Santa Genoveffa. Nell’uno e nell’altro caso le due città si vanno a poco a poco avvicinando fino a congiungersi e fondersi; ma pur con qualche momento in cui il vallo fra le due cinte urbane si trasforma in campo di battaglia.
Già questa duplice origine di Napoli, come si sî è detto, costituisce una prima, ma non sufficiente spiegazione dei contrasti violenti nello sviluppo edilizio; una seconda ragione, e neanche essa sufficiente, potrebbe essere la differente origine etnica dei due nuclei primitivi, come potrebbero essere, nei secoli successivi e le due città cofuse, le reiterate immissioni di nuove razze e delle relative civiltà o barbarie che fossero. Ma a noi pare che una terza causa motrice debba considerarsi, quanto meno di pari efficacia che le altre enunciate, per giustificare razionalmente le irrazionalità delle vicende urbanistiche della nostra città. E cercheremo di isolarla nel miglior modo possibile, questa «terza ragione», che non è facilmente documentabile, in quanto non si basa su concreti dati di fatto, su misurazioni e su cifre, ma piuttosto su motivi astratti, di ordine psicologico e non pratico.