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Invasione e liberazione

Liberazione

da “La storia proibita – Quando i Piemontesi invasero il Sud”, AA.VV.,
Controcorrente, Napoli, 2001


I giacobini si ritennero patrioti e sostennero che la rivoluzione era a favore del popolo, per risollevarlo dalla miserrima condizione, intanto però, ne fomentavano la strage, ritenendo quindi che la felicità vada imposta dalle menti elette anche a prezzo di un bagno di sangue.

Qualche esempio di stragi di civili:

  • 1300 persone furono uccise a Isola Liri e dintorni;
  • Itri e Castelforte furono devastate;
  • 1200 persone uccise a Minturno in gennaio, più altre 800 in aprile;
  • gli abitanti della cittadina di Castellonorato furono tutti massacrati;
  • persone passate a fil di spada:
    •    1500 nella sola Isernia;
    •    700 nella zona di Rieti;
    •    700 a Guardiagrele;
    •    4000 ad Andria;
    •    2000 a Trani;
    •    3000 a San Severo;
    •    800 a Carbonara;
    •    tutta la popolazione a Coglie.

In un dispaccio del 21 gennaio 1799 dai giacobini napoletani allo Championnet, al fine di invitarlo ad affrettarsi a marciare su Napoli per la loro salvezza, troviamo scritto:

“NON LA NAZIONE
MA IL POPOLO E’ IL NEMICO DEI FRANCESI”. 

Questa affermazione, scritta dai filofrancesi durante i giorni della rivolta dei lazzari, con l’evidente paura di fare una brutta fine, dimostra che le poche decine di giacobini della “Repubblica Napoletana” ben capivano che solo l’arrivo immediato delle truppe d’invasione francesi poteva salvarli dalla furia popolare.
Scrive Massimo Viglione: “Ma, proprio scrivendo quelle parole, essi dimostravano, a se stessi ed alla storia, il loro totale isolamento da tutto il resto del popolo. Il fare una distinzione fra la categoria di “Nazione” e quella di “Popolo”, attribuendo la prima a se stessi, cioè poche decine di giacobini, e la seconda, con valenza dispregiativa, a milioni e milioni di individui di tutte le classi sociali, dall’ultimo dei contadini al Re, risulta essere una testimonianza inequivocabile non solo dell’isolamento, ma anche della loro utopia, e dimostra anche tutto il loro reale disprezzo per il popolo, atteggiamento tipico di ogni casta intellettuale di ogni tempo e luogo”. 

La parte continentale del Regno subì una spietata occupazione francese; i giacobini napoletani istituirono un governo fantoccio denominato “Repubblica Partenopea” che non fu riconosciuto neanche dalla Francia.
Tutti i beni, compresi gli scavi di Pompei, furono dichiarati proprietà dello straniero che pretese anche forti indennità di guerra.

Un cardinale della Chiesa, il principe Fabrizio Ruffo, di sua spontanea iniziativa chiese a Ferdinando uomini e mezzi per liberare il Regno.
Ottenne, così, il titolo di Vicario plenipotenziario del Re, una nave e sette uomini.

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Ruffo mosse inizialmente con altri sette uomini contro l’esercito francese e liberò il Regno dagli eserciti napolconici invasori.
Non ha ricevuto dagli storiografi alcun riconoscimento per la sua azione, né il suo nome appare nella toponomastica delle città o sulla fiancata di un incrociatore.
Eppure quella del Ruffo fu un’autentica guerra di liberazione: all’inizio dell’anno 1799 quasi tutta la penisola italiana era sotto la dominazione straniera; nel mese di ottobre non vi era più un soldato francese in Italia.
Scrive il Viglione: “La grande marcia di riconquista del Regno effettuata dal cardinale Ruffo va inquadrata nel contesto generale del vasto fenomeno dell’Insorgenza. Mentre il Ruffo risaliva il Regno con il suo esercito, 38.000 toscani liberavano il Granducato, decine di migliaia di italiani affossavano la Repubblica Cisalpina e riconquistavano il Piemonte al seguito degli eserciti austro-russi; tutti insieme, infine, marciarono su Roma nel mese di settembre, quasi in una gara a chi arrivava prima a mettere la bandiera su Castel Sant’Angelo: e la gara fu vinta, ancora una volta, dalle truppe del cardinale Ruffo, che per prime liberarono la capitale della Cristianità”.

Il popolo si schierò a difesa delle istituzioni e della fede cattolica, l’insorgenza popolare divampò in tutto il Regno, inarrestabile. “Probabilmente, chiunque altro avrebbe rinunciato alla folle idea gridando all’ignavia dei suoi Sovrani. Non il Ruffo, che veramente partì con quel che aveva, e sbarcò il 7 febbraio 1799 in Calabria nei pressi di Pizzo.
Quattro mesi dopo, l’esercito dei volontari della Santa Fede, o sanfedisti, era composto di decine di migliaia di persone, ed entrava in Napoli da trionfatore, restaurando la Monarchia borbonica.
Ruffo iniziò la riconquista della Calabria verso il mese di aprile, e in maggio mosse verso il Nord, passando attraverso Matera, quindi Altamura, per dirigere poi verso Manfredonia ed Ariano, ove giunse il 5 giugno, preparandosi a marciare sulla capitale.
Liberò Napoli il 13 giugno dopo una tragica battaglia che rivide i lazzari in azione al suo fianco.

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Il 21 giugno 1799 i francesi e i collaborazionisti giacobini si arresero”.
Da buon cristiano concesse ai giacobini condizioni di resa più che caritatevoli, ma l’ammiraglio Nelson, giunto a Napoli il 24 giugno 1799, non riconobbe la capitolazione accordata dal cardinale Ruffo che fu messo a tacere.
Se non fosse stato per Nelson essi sarebbero potuti partire per la Francia, e sarebbero stati dimenticati; senza saperlo egli li trasformò in martiri. Le navi trasporto furono portate a tiro dei cannoni, i passeggeri erano come, topi in trappola e i più noti furono imprigionati nelle stive delle navi inglesi.
Racconta il Viglione: “Ruffo fece di tutto per salvare i giacobinii napoletani. Molti storici, nelle loro opere chiariscono senza ombra di dubbio come l’unico vero responsabile della condanna dei giacobini fu Orazio Nelson con l’avallo della Regina. E, in fondo, furono gli stessi democratici ad autocondannarsi.
Infatti, quando l’Armata giunse a circondare la capitale, il Ruffo in persona entrò in contatto con i comandi giacobini, e promise che avrebbe loro messo a disposizione navi regie per partire per la Francia.
I repubblicani ebbero anche da ridire, e pretesero dal Ruffo che desse pubblico ed ufficiale riconoscimento alla Repubblica Napoletana, altrimenti non avrebbero accettato l’offerta.
Il cardinale, con cristiana pazienza, andò anche oltre i suoi legittimi poteri di Vicario del Re e riconobbe a nome del Sovrano la Repubblica”.
E chiarisce subito: “E’ chiaro che fece ciò solo allo scopo di salvarli. I giacobini allora iniziarono ad imbarcarsi, ma nel frattempo giunse nel porto il Nelson con la sua flotta, e fece subito sapere che il patto era infame e che non ne avrebbe permesso l’esecuzione, anche a costo di decapitare il Ruffo!
Questi allora andò personalmente a protestare sulla nave dell’ammiraglio, ricordandogli che aveva dato la sua parola e che era il Vicario del Re.
Ma il Nelson, forte dell’appoggio della Regina, rispose insolentemente tramite la sua amante Lady Hamilton che non era dignitoso per un ammiraglio parlare troppo a lungo con un prete cattolico.
Il Ruffo, benché umiliato, non si diede per vinto, e provò nuovamente a convincere i giacobini a consegnarsi a lui, promettendo di farli fuggire via terra.
I repubblicani però preferirono consegnarsi al Nelson, reputando che era meglio fidarsi di un ammiraglio protestante piuttosto che di un prete cattolico.
Appena costoro si imbarcarono sulla nave, Nelson li fece arrestare tutti.”

La decapitazione di suo cugino Luigi XVI e di Maria Antonietta, le sofferenze e l’allontanamento da Napoli non predisponevano il Re alla clemenza verso i traditori, verso coloro che avevano appoggiato l’invasore straniero, in nome di una “civiltà” imposta con la violenza.
Fu istituita una Giunta di Stato che doveva giudicare i civili e una Giunta di generali per i militari.
Di 8000 prigionieri:

  • 105 furono condannati a morte, di cui 6 graziati;
  • 222 furono condannati all’ergastolo;
  • 322 a pene minori;
  • 288 a deportazione;
  • 67 all’esilio;
  • tutti gli altri furono liberati.

Durante i pochi mesi della repubblica
vennero condannati a morte e fucilati 1563 legittimisti

Invasione e liberazione

Invasione

da “Lazzari e Santa Fede”, di Alberto Consiglio, 1936


La Capitale era divisa in sei circoscrizioni, rette da Eletti/Magistrati, che costituivano la “Città”: cinque aristocratiche comprendevano gran parte della nobiltà; uno popolare comprendeva la borghesia napoletana ed aveva diritto di rappresentare tutti i Comuni del Reame.
La “Città”, quindi, costituiva un vero Parlamento.
Secondo un vecchio privilegio elargito da Federico II e confermato poi da vari sovrani, compresi quelli di Spagna, vacando il trono, spettava agli Eletti, alla “Città”, il governo dell’intero Reame.
Vantavano, quindi diritti molto temibili per il tentennante Vicario del Re, il Principe Francesco Pignatelli.

I Francesi erano ormai alle porte della Capitale e bisognava:

  • intavolare trattative per raggiungere una pace che avrebbe potuto comportare gravissimi oneri:
  • arginare l’anarchia popolare;
  • fare ogni sforzo per risparmiare alla città il danno economico d’una occupazione militare;
  • allontanare il pericolo dell’ultima sventura: una repubblica giacobina.

Il 24/12/1798 alla seduta degli Eletti furono ammessi altri 16 deputati borghesi.
Gli Eletti, facendosi patroni ed interpreti della volontà popolare, poichè i Lazzari chiedevano le armi e i castelli, proposero di costituire una milizia cittadina.
Si recarono dal vicario del Re, il Principe Francesco Pignatelli, per rammentargli i privilegi della “Città”, e chiedergli di rimettere nelle loro mani il compito della difesa e dell’ordine pubblico, e di concedere le armi necessarie alla costituzione di una milizia civica di 14.400 uomini.
In realtà lo scopo era quello di affrettare la conclusione della pace e di salvarsi (gli eletti) dal peggio e dall’anarchia.
La costituzione di una repubblica aristocratica era solo una minaccia priva di fondamento.

Il 12/1/1799 si ottenne l’armistizio che prevedeva:

  • l’evacuazione di Capua;
  • l’abbandono del territorio fino alla linea che corre tra l’Ofanto e il torrente dei Lagni;
  • il pagamento di due milioni e mezzo di ducati;
  • la chiusura dei porti ai navigli della coalizione.

Il generale Mack evacua, quindi, Capua per ritirarsi su Napoli.
Il popolo è certo del tradimento dei ministri e degli ufficiali dell’esercito.
Comincia, così, a diffondersi l’adagio “Chi tene pane e vino ha da essere giacubbino”.

Iniziano a farsi sentire gli effetti dell’armistizio. Molti molini, che traevano forza motrice dal torrente dei Lagni, le cui rive erano occupate dal nemico, avevano interrotto la macinazione, per cui si risentiva penuria di farina.
Sorge lo spettro della fame, mentre nobili e borghesi si abbandonano ad una certa spensieratezza. E questo esalta il furore dei Lazzari.

Il 15/1/1799, all’alba, i Lazzari si gettano contro le porte di Castel Nuovo. 

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Dopo un breve combattimento si impadroniscono della porta principale.
Una volta entrati non fanno danni alle persone. Inalberano la bandiera Reale, cacciano il presidio, si armano fino ai denti, pongono sentinelle sui cammini di ronda e si preparano all’estrema difesa.
La stessa scena avviene nel medesimo tempo in Castel Sant’Elmo, nel forte del Carmine e in quello dell’Ovo.
Durò tutta la giornata la processione dei Lazzari che si recavano a provvedersi di un fucile, d’una baionetta e di munizioni.
Già si trascinavano in piazza i cannoni che i Lazzari non sapevano adoperare.
Furono spalancate le porte delle carceri, liberando circa 6.000 prigionieri, tra i quali gli imputati per reati politici erano una piccola minoranza.
Il convincimento popolare era che il re fosse stato tradito dagli stranieri e dai signori, dei quali una parte s’era venduta ai francesi, e l’altra anelava di stipulare una pace che salvasse le loro ricchezze e desse la plebe nelle mani del vincitore.

Quindi il popolo non poteva considerare colpevoli coloro che avevano derubato i ricchi, traditori del re e del popolo.
E se una torma di plebei invadeva la casa di qualche benestante, il saccheggio aveva sapore di rappresaglia.
Ciò non diminuisce la forza morale che solleva i Lazzari, visto che, a quel tempo, gli eserciti delle nazioni più civili punivano, appunto, col saccheggio la resistenza delle città nemiche.
Il popolo aveva ormai acquistato il diritto di considerare colpevoli della catastrofe tutte le classi abbienti.
I Lazzari non insorgevano dopo una carestia; il loro movimento, spontaneo, era la difesa disperata della loro terra, degli usi, dei costumi, delle credenze, della religione. Di tutto ciò che, in ogni paese, forma la concretezza dell’animo popolare ed è la patria stessa.

Molti si recarono a presidiare l’altura di Capodichino, dove, per tradizione, si sapeva che gli eserciti invasori calavano sulla città.
Da questo accampamento era partita una colonna verso Casoria, in cerca del generale Mack, considerato codardo e traditore, per togliergli il comando e farne giustizia.
Ma questi, avvertito, depose il comando e chiese asilo al nemico, ottenendo anche un passaporto.
Il Mack passò innanzi a Gaeta il giorno stesso che la fortezza cadeva nelle mani francesi.

16/1/1799
Il vicario, che fino a quel momento non aveva mai voluto fornire di armi (pur avendone la possibilità) la milizia, munitosi di una buona somma di ducati scappò.
Lo stato insurrezionale della città non consentiva il versamento della somma pattuita con i francesi.
Rotto così l’armistizio, il generale Championnet avanzava lentamente su Napoli.
Gli Eletti, per salvare loro stessi e calmare l’insurrezione popolare, spedirono al generale francese una deputazione, la quale promise il pronto rispetto dei patti dell’armistizio, a condizione che si sospendesse la marcia sulla capitale.
Championnet, dubitando degli Eletti, rifiutò di trattare. E poichè si cominciava a fare distinzione tra re e nazione, assicurando che questa non aveva mai inteso muovere guerra ai francesi, il generale francese li esortò a “democratizzarsi”, nel qual caso egli sarebbe entrato in città da amico e alleato.
Conosciute queste trattative, i tumulti si moltiplicarono. I Lazzari accusarono di tradimento i magistrati cittadini e i gentiluomini che avevano elevato al comando.
I francesi erano a poche ore di marcia e bisognava prepararsi a combattere alle barriere.
I cannoni, dai Castelli, furono trascinati a braccia sull’altura di Capodichino, sulla via di Poggioreale e al ponte della Maddalena.
Non ci si dette pensiero che la capitale era assolutamente priva di mura e fortificazioni.
Si confidava sulle proprie braccia e sull’aiuto di San Gennaro, in nome del quale si combatteva e che formava il simbolo della concreta patria che si difendeva.
I tumulti si aggravavano di più, tanto che, oltre ai pavidi proprietari e ai giacobini, anche i legittimisti e coloro che più avevano temuta l’occupazione francese, spedivano messi allo Championnet perchè affrettasse la marcia.
Non vi era alcuno che avesse il coraggio di mettersi lealmente a capo della plebe e tentar la sorte in un’ultima giornata. Nessuno volle intendere che l’anarchia sarebbe divenuta ordine composto ed eroico, solo che un uomo fosse riuscito a riscuotere la fiducia della plebe.
Nelle ultime ore, sulle alte classi sociali, presero il sopravvento i giacobini, gli unici che potessero moralmente giustificare il desiderio dell’occupazione francese.
Francesi e giacobini sapevano che il Castel Sant’Elmo era la chiave della situazione.
All’interno del castello vi erano, infatti, 40.000 armati che avrebbero opposto ai francesi un muro di ferro e fuoco veramente infrangibile.
Nella notte del 18/1/1799 i giacobini tentarono, senza riuscirvi, di impadronirsi del castello.
Il 20/1/1799 l’arcivescovo fece portare in processione la statua di San Gennaro. Questo per persuadere la plebe del favore del clero.
Anche l’aristocrazia e la borghesia partecipò alla processione, anche queste per portare il popolo dalla loro parte. Ma il loro scopo era quello di far cessare il popolo di dare la caccia ai ricchi traditori e dare quindi il tempo al nemico di prevenire la sua resistenza.
Il 21/1/1799 i giacobini, tra cui alcuni che avevano partecipato alla processione, riuscirono con uno stratagemma ad impadronirsi del Castel Sant’Elmo.
Il grosso dei giacobini vi si asserragliò e lo Championnet, sicuro ormai del fatto suo, muoveva i battaglioni sulla capitale.

La città fu investita dalla parte orientale.
I francesi si fecero largo dopo aver raso al suolo Pomigliano d’Arco.
A Capodimonte, a Capodichino, al Ponte della Maddalena, i battaglioni francesi urtarono contro un’ostinata resistenza.
I Lazzari, tra i quali era impossibile contare il numero dei caduti, opponevano alle baionette e ai cannoni delle vere muraglie umane.
Nella prima giornata i francesi concentrarono l’assalto sul punto di maggiore resistenza (la Porta Capuana), tentando di occupare fin da subito i quartieri più popolari.
Combattevano lì 2.000 Lazzari comandati da Michele il Pazzo, ma anche qualche centinaio di svizzeri delle guardie reali.
La brigata Monnier era riuscita con una furiosa carica a sloggiare i Lazzari da Poggioreale e li aveva inseguiti fino alla porta.
Respinta una prima volta, Monnier ritentò la carica. Travolti nel primo impeto i Lazzari, i francesi passarono la porta e giunsero nella piazza, ove, furono accerchiati da un furioso fuoco di fucileria proveniente dalle case circostanti.
Abbandonati i loro morti sul selciato, dovettero battere in ritirata, mentre Svizzeri e Lazzari, trascinati in piazza 12 cannoni, fulminavano d’infilata la via per la quale il nemico fuggiva.
Il maggiore Thièbault, riuscì, per fortuna del nemico, ad arrestare una colonna di 3.000 Lazzari, evitando una disastrosa rotta.
I francesi riorganizzarono una colonna d’assalto. Simulando la fuga si fecero inseguire dai Lazzari, che questa volta furono sorpresi di fianco dai granatieri di riserva, che ne fecero orrendo massacro.
Tuttavia la porta e la piazza non furono espugnate prima che l’incendio non avesse distrutte le case della plebe.
Lo spirito combattivo dei Lazzari non era, comunque, minimamente fiaccato.
I popolani si lasciavano massacrare combattendo con disperazione cieca.
I Lazzari, sebbene sloggiati dalle primitive posizioni, conservavano una forte linea difensiva.
Intanto i giacobini, rinchiusi nel Castel Sant’Elmo, vedendo volgere piuttosto incerte le sorti della giornata, indirizzarono una lettera agli Eletti nella quale minacciavano il bombardamento della città, se i magistrati non avessero disarmato il popolo insorto.
I magistrati erano, inoltre, chiamati responsabili delle conseguenze e delle rappresaglie.
Gli Eletti risposero che non erano in grado di fermare 40.000 armati sbandati i quali erano riusciti a far “rinculare” il nemico al quale avevano tolto buona parte dell’artiglieria, affrontandolo a “petto nudo e scoperto”.
Ma la loro preoccupazione era che in caso di vittoria dei Lazzari, questi avrebbero sfogato su di essi il loro sdegno. Quindi speravano che i Lazzari riuscissero a respingere il nemico e quindi poter trattare una pace vantaggiosa.
I giacobini, quindi, si accingevano a porre in atto la minaccia di bombardare la città.
La sera del 21/1/1799 spedirono alcuni messi ai francesi, esortandoli ad attaccare il giorno dopo i Lazzari ai Ponti Rossi, in modo che il forte avrebbe colpito i difensori alle spalle.

Il 22/1/1799 il generale Championnet inviò un parlamentare ai bivacchi dei Lazzari, per offrire la pace.
Ma la plebe, che fino a quel momento era stata tradita da tutti, non conoscendo il “diritto delle genti”, massacrò l’ufficiale francese.
La battaglia si riaccese a Capodimonte e al Ponte della Maddalena.
I Lazzari furono praticamente accerchiati ed assaliti da tutte le parti.
S’era appena iniziata la battaglia, che Sant’Elmo cominciò a bombardarli.
Ai francesi fu necessario l’intervento, in aiuto, di una brigata. Due battaglioni di questa passarono dietro le colline di Capodimonte e del Vomero, senza incontrare resistenza e penetrando in Sant’Elmo, ove si piantava l’albero della libertà.
I Lazzari, pur combattendo intrepidamente, cedevano terreno.
Ma i Lazzari di Foria e di Chiaia respinsero francesi e giacobini malgrado le loro critiche condizioni.
Un distaccamento francese, proveniente da Capodichino, sorprese i difensori di Via Foria di fianco e li ricacciò facendo terribile strage. Quaranta Lazzari fatti prigionieri furono fucilati in massa.
La plebe dovette difendersi e barricarsi nel Largo delle Pigne. Avevano solo quattro cannoni.
Nel centro della città correvano pattuglie di Lazzari in servizio d’ordine pubblico. Dai conventi, monaci e preti scagliavano sui difensori vasi da fiori e ogni oggetto possibile. Da qualche casa borghese non si esitava a sparare qualche fucilata e qualche pistolettata sulla plebe.
Giacobini, o creduti tali, erano assaliti nelle case, trucidati, gettati i loro cadaveri sui fuochi di bivacco.

Durante il 21 e 22/1/1799 i Lazzari ordinarono che tutti i portoni e tutti gli usci rimanessero spalancati. Ogni luogo di rifugio doveva essere pronto a ricoverare i passanti bersagliati dal bombardamento di Sant’Elmo.
Dopo sette ore di resistenza i Lazzari abbandonarono il Largo delle Pigne.
La resistenza si concentrava nel quartiere di Mercato. Tenevano ancora buona parte di Via Toledo, il Palazzo Reale, il Castello del Carmine, il Castel Nuovo e il Castello dell’Ovo.
All’alba del terzo giorno Championnet dette ordine che la lotta procedesse senza quartiere.
I francesi discesero per Via San Carlo alle Mortelle e per Via Santa Lucia a Monte, per piombare sul fianco dei Lazzari, in Via Toledo e in Piazza San Ferdinando.
Dopo un aspro combattimento si impadronirono del centro e sbucarono in Largo del Castello. Qui, dopo un prolungato tiro di artiglierie da Sant’Elmo, presero d’assalto Castel Nuovo.
Ora si poteva battere alle spalle i Lazzari che combattevano al forte del Carmine e che sostenevano altri francesi.
Questi ultimi, sebbene avessero ricevuto dei rinforzi, urtavano contro circa 8.000 Lazzari, che cedettero il terreno solo nelle ore pomeridiane, quando furono accerchiati. Tentarono di asserragliarsi nel forte del Carmine, ma il Castello fu preso d’assalto, prima che si potessero chiudere le porte. Molti difensori furono trucidati.
Championnet poteva ritenersi padrone della città.
Tuttavia, se i forti e i principali centri di resistenza organizzata avevano ceduto, il popolo era ancora in armi.
Ma una cannonata da Castel Sant’Elmo spazzò il Largo di Palazzo.

10.000 caduti

Erano recidivi

La Vandea

di Renato Cirelli


1. Un fatto divenuto un simbolo

Il termine «Vandea», grazie alla storiografia filo-rivoluzionaria, è divenuto sinonimo di rivolta reazionaria e di resistenza contro l’affermarsi del progresso, che hanno come protagoniste popolazioni contadine ignoranti, sobillate da clero e nobili, che utilizzano il fanatismo religioso per scopi in realtà riconducibili ai loro interessi e privilegi di classe. Questa interpretazione non ha potuto essere adeguatamente controbilanciata dalla storiografia filo-vandeana, perché, a tutt’oggi, gli storici di parte rivoluzionaria hanno praticato l’occultamento dei fatti e imposto la damnatio memoriae nei confronti dei protagonisti, quindi anche dei valori che stanno all’origine della rivolta vandeana.

2. I motivi della rivolta

Il territorio indicato come Vandea Militare è situato nella Francia Occidentale, sulla costa atlantica, con un’estensione di circa 10.000 kmq e con una popolazione, all’epoca, di ottocentomila abitanti. Non si tratta di una regione povera e marginale, ma la sua ricchezza e la sua popolazione sono superiori alla media francese, così come la ricchezza e la popolazione francesi sono superiori alla media europea del tempo.

Gli abitanti della regione sono noti per l’attaccamento alle consuetudini e alle libertà locali, oltre che per un radicato sentimento religioso, segnato dalla predicazione di san Luigi Maria Grignion di Montfort (1673-1716), che aveva combattuto lo scetticismo del tempo soprattutto con la devozione mariana.

Alla fine del secolo XVIII l’Ovest, come tutta la Francia, patisce gli esiti di un processo di centralizzazione che si è sempre più sviluppato a partire dal regno di Luigi XIV di Borbone (1638-1715).

Il costo di questa politica è la causa principale della voracità statale in materia fiscale e una delle conseguenze del governo dei ministri illuministi, sì che fra il 1775 e il 1789 la pressione fiscale diventa sempre più sostenuta e male sopportata da tutti.

Quando, per avviare una riforma generale che affronti il problema fiscale e il deficit dello Stato, vengono convocati da re Luigi XVI di Borbone (1754-1793) gli Stati Generali l’assemblea costituita dai rappresentanti del clero, della nobiltà e della borghesia , anche dalla Vandea arrivano i cahiers de doléance, raccolte di rimostranze e di petizioni che esprimono, insieme a un profondo attaccamento alla monarchia, anche una serie di proteste contro il sistema di imposizione fiscale, i suoi abusi e la sua irrazionalità.

I vandeani auspicano, quindi, un rinnovamento e con questo spirito mandano a Parigi i loro rappresentanti, perché se ne facciano portavoce presso il sovrano. E la disillusione è tanto più cocente quanto più grande è stata la speranza.

Diventa sempre più chiaro, e non solo in Vandea, che a Parigi non si lavora alle sperate riforme, ma a emanare leggi destinate ad aumentare il potere coercitivo delle amministrazioni, a colpire la Chiesa e le tradizioni religiose del popolo in una inquietante accelerazione distruttiva.

La confisca e la vendita dei beni ecclesiastici, che avvantaggia solo borghesi e nobili, e l’introduzione della Costituzione Civile del Clero, nell’estate del 1790, creano un diffuso malcontento, al quale le autorità rispondono con insensibilità, con incapacità di governo e con una crescente repressione, che sfocia nell’irrimediabile frattura fra le popolazioni e i pubblici poteri.

Gli avvenimenti precipitano nel 1793. La rottura provocata dalla Costituzione Civile del Clero, che pone le basi di una rivolta di natura religiosa, si consuma con la notizia che il 21 gennaio 1793 re Luigi XVI è stato ghigliottinato, e si manifesta quando il Governo di Parigi ordina in tutta la Francia l’arruolamento di trecentomila uomini da mandare al fronte.

3. La guerra contro-rivoluzionaria

La rivolta scoppia perché la popolazione della Vandea rifiuta di abbandonare le case per andare a morire per una repubblica che considera illegittima, colpevole di perseguitare la religione, di aver assassinato il sovrano legittimo e di aver inasprito la crisi economica.

Già dal 1790, a causa delle tasse e in difesa dei sacerdoti detti «refrattari», cioè quelli che non avevano giurato fedeltà alla Costituzione, scoppiano un po’ dovunque tumulti e la Guardia Nazionale, più di una volta, non esita a sparare sulla folla.

Anche in altre regioni della Francia scoppiano rivolte, però ovunque la Repubblica le soffoca più o meno rapidamente, perché sono improvvisate, mancano di coordinamento e di decisione. Ma in Vandea, nel marzo del 1793, inizia un’insurrezione generale, annunciata dal suono delle campane a martello di tutte le chiese. Gli insorti si organizzano militarmente sulla base delle parrocchie e costituiscono un’Armata Cattolica e Reale di molte decine di migliaia di uomini, guidati da capi che essi stessi si sono scelti e che spesso, specie fra i nobili, sono restii a farsi coinvolgere.

Jacques Cathelineau (1759-1793), vetturino, è l’iniziatore della sollevazione e viene eletto primo generalissimo dell’Armata vandeana; muore in battaglia a trentaquattro anni. Il marchese Louis-Marie de Lescure (1766-1793) è un ufficiale che gli insorti liberano dalla prigionia, ed egli ne diviene un capo autorevole; quando muore in combattimento, a ventisette anni, gli viene trovato addosso il cilicio. Henri du Vergier de la Rochejaquelein (1772-1794) è eletto generalissimo a soli ventuno anni; Napoleone Bonaparte (1769-1821) ne esalterà il genio militare. Jean-Nicolas Stofflet (1753-1796), guardiacaccia, si rivela un formidabile tattico e non accetterà mai di arrendersi. François-Athanas de la Contrie (1763-1796), detto Charette, è un ufficiale di marina «costretto» a diventare un capo leggendario dagli insulti dei contadini che lo traggono da sotto il letto, dove si è nascosto per sottrarsi alle loro ricerche; muore fucilato. Vi è anche chi è prelevato a forza e portato in battaglia sulle spalle dei contadini. Fra le poche eccezioni vi è Antoine-Philippe de la Trémoille, principe di Talmont (1765-1794), che torna dall’esilio per mettersi alla testa della cavalleria, unico dei grandi signori di Francia a combattere e a morire con i vandeani.

Vittorie e sconfitte si alternano fino allo scacco di Nantes e alla sconfitta di Cholet, nell’autunno del 1793. L’Armata Cattolica e Reale decide, allora, di attraversare la Loira e di raggiungere il mare in Normandia, dove pensa di trovare la flotta inglese. Ma all’arrivo gli inglesi non vi sono e i vandeani, con le famiglie al seguito, ritornano sui propri passi, inseguiti dai repubblicani che li sconfiggono in una serie di scontri, che si risolvono in carneficine dove gli insorti, donne e bambini compresi, vengono sterminati a migliaia.

4. La repressione rivoluzionaria

Nel gennaio del 1794 la Repubblica ordina la distruzione totale della Vandea. Spedizioni militari punitive, dette «colonne infernali», attraversano la regione facendo terra bruciata e perpetrando il genocidio della popolazione, con una metodicità e con strumenti da «soluzione finale», che anticipano gli orrori del secolo XX; né mancano intenti di controllo demografico.

Parallelamente inizia la campagna di scristianizzazione del territorio e il Terrore rivoluzionario si abbatte sulle popolazioni con la più dura delle persecuzioni mentre gli imprigionati, i deportati in questo periodo viene inaugurata la colonia penale di Caienna, nella Guyana , le esecuzioni di ogni tipo sono in un numero imprecisato. Nel febbraio del 1794 la Vandea insorge ancora e conduce una spietata guerra di guerriglia, che mette la Repubblica alle corde. Finalmente, nel febbraio del 1795, a La Jaunnaye, i capi vandeani firmano una pace con la quale il Governo di Parigi s’impegna a riconoscere la libertà del culto cattolico, concede l’amnistia, un’indennità di risarcimento e, a quanto pare, in alcuni articoli segreti, s’impegna a consegnare ai vandeani il figlio di Luigi XVI, prigioniero nella Torre del Tempio di Parigi. Però, in seguito al mancato rispetto degli accordi, nel maggio del 1795 Charette e altri capi riprendono le armi, ma questa volta l’insurrezione non ha l’ampiezza della precedente, anche perché è grande la delusione per il mancato arrivo di un principe che si metta alla testa degli insorti; mancato arrivo di cui sono responsabili anche gli intrighi inglesi.

La guerriglia continua senza speranza fino alla cattura e alla fucilazione di Charette, nel marzo del 1796. Il tentativo di sbarco a Quiberon da parte di settecentocinquanta «emigrati» persone che hanno lasciato la Francia dopo gli avvenimenti del 1789 , molti dei quali ufficiali di marina cui l’Inghilterra ha promesso aiuto e appoggio militare, si conclude in un disastro. Traditi, cadono nelle mani dei repubblicani, che promettono loro la vita in cambio della resa e invece li fucilano; tutto finisce in una tragica Baia dei Porci ante litteram.

Con la morte di Charette si conclude l’epopea vandeana. Vi sarà un’altra insurrezione negli anni 1799 e 1800, guidata dai capi vandeani superstiti e da George Cadoudal (1771-1804) in Bretagna; poi ancora nel 1815, durante i Cento Giorni napoleonici; e, infine, l’ultimo episodio sarà la fallita insurrezione legittimista contro il governo liberale di Parigi nel 1832.

5. Il costo della guerra

Anni di guerra e di guerriglia spietata, ventuno battaglie campali, duecento prese e riprese di villaggi e di città, settecento scontri locali, centoventimila morti di parte vandeana, numerosissimi di parte repubblicana, la regione completamente devastata: queste sono le cifre impressionanti che molti cercano di nascondere.

Quella che Napoleone ha chiamato una lotta di giganti è una guerra popolare, cattolica e monarchica, che i vandeani hanno condotto diventando coscientemente un ostacolo all’affermazione del primo grande tentativo di repubblica rivoluzionaria e totalitaria della storia moderna. Per questo la Vandea ha pagato con un terribile genocidio, seguito dal silenzio di chi si riconosce nell’albero ideologico della Rivoluzione francese.

6. La vittoria dei vinti

Il riconoscimento dei sacerdoti fedeli a Roma, il ristabilimento del culto cattolico e infine, con tutti i suoi limiti, il Concordato Napoleonico del 1802 sono da molti ascritti a merito anche del sacrificio dei vandeani. Questa, in ultima analisi, può essere definita la grande vittoria dei vinti. Vinti in questo mondo, dal momento che molti di questi martiri sono stati elevati alla gloria degli altari dalla Chiesa.

Quindi, questa è la ragione per cui, fuori dal linguaggio corrente della storiografia, il termine «Vandea», al di là del suo contesto storico, ha valenza positiva, esempio e sinonimo di contrapposizione radicale ai princìpi rivoluzionari dell’epoca moderna, e difesa e proposizione dei valori sui quali si fonda la civiltà cristiana; perciò termine contro-rivoluzionario perché esprime non solo ostilità alla Rivoluzione in tutti i suoi aspetti, ma anche sostegno dei princìpi cristiani, che sono a essa radicalmente contrari.

Erano recidivi

Ortona, Febbraio 1799

di Antonio Falcone


Ricostruire quelle giornate è impresa ardua, mancano molti documenti, andati persi durante l’assalto al Palazzo Comunale del 19 Aprile 1885. Sono disponibili documenti relativi al periodo 1793/1800, presso l’Archivio Parrocchiale; l’Onciario del 1751 e del 1796, presso la Biblioteca Comunale; altra fonte è costituita dagli atti notarili presso gli Archivi di Stato.
Il Re Ferdinando IV di Borbone, sul trono del Regno di Napoli dal 1759, impaurito e sconvolto dalla rivoluzione francese, aveva portato il Regno su posizioni reazionarie, sino a dichiarare guerra alla Francia repubblicana, nel Novembre 1798. Dopo i primi successi iniziali, i borbonici furono sconfitti dai francesi, i quali già in Dicembre invadevano l’Abruzzo e successivamente costringevano il Re alla fuga. Le popolazioni contadine, davanti alla realtà del loro paese invaso da stranieri, davanti ai capi che fuggivano, insorsero con violenza, in un movimento essenzialmente spontaneo che fu chiamato “sanfedismo”, dalla santa fede cristiana che molti dicevano di voler difendere contro l’ateismo dei francesi rivoluzionari. I contadini erano favorevoli al Re borbonico, anche perché le riforme della seconda metà del ‘700 avevano alleggerito i vari “pesi” che su di essi e sulle loro proprietà gravavano da sempre, specialmente da parte della nobiltà. Migliaia furono i morti nella insurrezione antifrancese in Abruzzo, con distruzioni, incendi, saccheggi, stupri, assassinii inutili in massa: centinaia di contadini-prigionieri fucilati perché non potevano essere trasportati facilmente a Napoli, ecc. I francesi, molto più forti sul piano militare e organizzativo, erano ostacolati dalle masse che li affrontavano ovunque, ma che sapevano in genere scegliere anche i luoghi adatti ad agguati. Le popolazioni, eccetto una minoranza filogiacobina, appoggiavano direttamente e indirettamente gli insorgenti. Un aiuto particolare venne agli insorti dalle condizioni della loro terra, dove strade ben fatte e ponti erano una cosa piuttosto rara. Basta leggere le cronache d’epoca per rendersi conto come era difficile spostarsi da un paese ad un altro: i battaglioni francesi, con le artiglierie e le salmerie, impiegavano molto tempo nei loro spostamenti, e, in questo, gli insorti erano favoriti.
Occupata la città di Ortona il 28 Dicembre 1798, i francesi vollero con Bourdelier sistemare ” democraticamente ” (così sostenevano) il governo della città. Abolito l’antico governo, elessero alcuni “municipalisti” con il compito di amministrare Ortona. Furono eletti in cinque, appartenevano alla nobiltà come il barone Armidoro de Sanctis e alla borghesia, come Michele Onofrj, Giuseppe Bernardi e Tommaso Berardi. Il cavaliere Francesco de Luna apparteneva ad un’antica famiglia spagnola venuta in Ortona probabilmente agli inizi del secolo, in quanto Salzano de Luna era stato nominato “ministro portolano” ossia comandante di tutta la costa abruzzese e molisana, sino alla Capitanata, con sede in Ortona, dove esisteva il porto più importante della zona. I cinque municipalisti dovettero amministrare quel poco che potevano nel mese di Gennaio 1799, mentre in tutto l’Abruzzo iniziavano le insurrezioni popolari contro i francesi. In quel mese, con un clima freddissimo e quindi con problemi non facili per gente essenzialmente povera, Ortona “democratizzata” visse qualche settimana di relativa calma. Ma le “masse” (così le cronache del tempo chiamavano le bande di insorti filoborbonici), specialmente nella zona del lancianese, incitate da alcuni sacerdoti (tra cui Giuseppe Lanza di Fossacesia), presero le armi ed insorsero, raggruppandosi in bande piuttosto decise e violente. Soprattutto contadini di Casalbordino, Rocca S. Giovanni, Torino di Sangro, San Vito, Frisa, Canosa, Crecchio. A questo proposito, è molto probabile che anche “masse” di Caldari e dintorni si unissero ai sanfedisti filo-borbonici. Indirettamente ne troviamo conferma in un verbale del Consiglio del 24 Febbraio 1811, redatto a proposito della richiesta di alcune Ville ortonesi di staccarsi dal centro urbano. <E’ dell’interesse privato di tali villaggi (Caldari, Rogatti o Ruatti e Torre) come rivoluzionari siano segregati da questo Comune. Nel 1799 al 1° di Febbraio, li capi delle descritte ville unite alle masse delli Comuni convicini si portarono in questa città anch’essi armati per eseguire la rivoluzione fra loro combinata, come in effetti vi riuscirono, commettendo dei massacri ed incendiando l’archivio della Corte locale nascosero le procedure dei loro misfatti. Essi non han deposto le di loro grave mire, giacchè nel dì dodici dell’andante (mese) che sentirono il cannoneggiamento de’ nemici per mare, sono accorsi con accetti e sacchi, supponendo occupato questo Comune da nemici e così profittare coll’unione di essi nel saccheggio e nella rapina..>. L’episodio si riferisce ad un’azione navale degli inglesi del 12 Febbraio 1811, durante le guerre napoleoniche. Trecento inglesi sbarcarono nel porto di Ortona, per prendere alcune barche di grano e distruggere la città, ma dopo alcune ore di combattimenti furono messi in fuga dai legionari e dai cittadini. Il 31 Gennaio e il primo Febbraio 1799, in Ortona alcuni filo-borbonici diedero inizio a sommosse antirepubblicane. I primi agitatori furono sei, secondo la testimonianza di Uomobuono delle Bocache: Filippo la Fazia, artigiano di S.Vito, giunto in Ortona il 31 Gennaio per agitare le acque, lo speziale Pasquale Torrese, originario di Canosa, ma da anni abitante in Ortona, il campagnolo Vincenzo Rapino, il notaro Vincenzo Recchini, lo studente Gaetano Gianvito, e il chierico Tommaso Cieri. La sommossa del 1 Febbraio ha carattere spontaneo non organizzato. Probabilmente il solo la Fazia aveva esperienze di sommosse e sapeva bene quello che voleva; il tutto però, prese una piega violenta e sanguinaria. Il caso volle che fosse in Ortona, quel primo Febbraio, un commissario francese, Luis Pecul, che da Pescara era venuto in Ortona per trovare vino e viveri per la fortezza, dove stazionavano le truppe francesi. Insieme con lui era un giacobino pescarese, Cristofaro Basile. Erano presenti in Ortona, per caso, anche due giacobini di Vasto, i municipalisti Filippo Tambelli e Paolo Codagnone, i quali, fuggiti via mare alla volta di Pescara, per il contrario vento dovettero approdare ad Ortona. Furono tutti condotti in prigione, insieme ad un giovane ortonese Alterisio Magnarapa che era interprete per trattare coi francesi gli interessi di Ortona. Il buio della notte impedì ad alcuni facinorosi di tentare violenze ai danni dei prigionieri e di famiglie giacobine o credute filofrancesi. Vi era inoltre il Mastrogiurato che pattugliava le vie del centro urbano con gruppi di cittadini armati, per mantenere l’ordine. Le masse sanfediste, come avvenne in tante altre parti, dopo essersi impadronite della città, avrebbero compiuto violenze e saccheggi. In Ortona , la sera del primo Febbraio, questo non avvenne.
Verso le 11,30 del due Febbraio arrivarono a Porta Caldari diverse centinaia di sanfedisti, forse un migliaio. Circa 300 erano quelli di S.Vito e dintorni, guidati da Filippo la Fazia, poi c’erano quelli di Frisa, circa 400 guidati da Coladamo Colacioppa; erano presenti anche sanfedisti di Fossacesia, Rocca, Guardiagrele, e di Caldari, secondo il cronista De Chiara. La presenza di una massa armata di un migliaio di uomini, piuttosto violenti e spicciativi, preoccupava tutti gli ortonesi. Dopo varie celebrazioni, verso le tredici tutte le masse erano nella piazza principale. Furono portati fuori dai magazzini i sette cannoni di cui c’era disponibilità in città. C’era un certo fermento in piazza: la folla era immensa, l’eccitazione notevole. Nel palazzo di città, il tenente Morelli, aiutato da Carlo di Pietro e qualche altro, preparava le cartucce e le polveri per i cannoni. Improvvisamente, corse voce che chi preparava le cartucce era un giacobino traditore: la folla, urlando, salì nel palazzo comunale. Così Bocache descrive l’assalto: <tutta la massa straniera si pose sopra l’arme, e salita nella cancelleria arrestaron il detto capitano (Di Pietro) e sargente vestiti dell’uniforme reale e lo calarono nel carcere dove erano detenuti gli infelici Vastesi e Basile. Raddoppiarono le sentinelle dentro e fuori, fecero la consegna all’officiale di guardia vita per vita, e di nuovo rimontati nella detta cancelleria cominciarono a buttare dalle finestre tutte le scritture esistenti in essa, ed in quella del Civile contigue tra loro, le devastarono in modo che vi rimasero unicamente le mura. Fatto ciò, accesero nel mezzo della piazza un gran fuoco e incendiarono il tutto con dispiacere universale per le carte antiche, e famosi documenti che colà vi erano. Se ne risentì la massa ortonese a questi accessi, ma gli accaniti forestieri senza replicar parola incominciando a far fuoco costrinsero la massa ortonese a darsi alla fuga salvandosi dentro le rispettive case>. La perdita di quei documenti antichi bruciati il due Febbraio è stata gravissima. Tutti i verbali dei consigli precedenti il 1584 sono oggi perduti; pergamene, manoscritti di eccezionale valore storico-documentario furono bruciati; tutte le testimonianze di età ricche per Ortona, come quella Sveva, furono irrimediabilmente perdute. Evidentemente, la distruzione del proprio Palazzo comunale ed esattamente di quello che vi era dentro causò una reazione da parte degli ortonesi. Dovettero esserci discussioni a dir poco violente, se la massa forestiera alla fine “fece fuoco”, e gli ortonesi, in minor numero, dovettero ritirarsi. Nel pomeriggio del due Febbraio, circa mille uomini sanguinari e violenti erano padroni della città. La violenza cominciava. Così la descrive Bocache:< Rimasta sola la massa straniera, cacciarono dal carcere il capitano e il sargente facendoli accostare in faccia al muro sotto la merlina e gli scaricarono due colpi di fucile. il solo capitano cadde morto, ed il sargente che aveva scampato il primo orribile periglio fattosi animo si cavò di sacca uno stile e voltatosi verso quello che aveva ucciso il capitano era in procinto di privarlo di vita, ma corsogli dietro uno della massa con un colpo di accetta lo fè cadere semivivo. Accorsero altri con altri colpi gli aprirono il cranio e si notò che uno di essi dato il piglio al cerebro interiore ci si unse le scarpe, ed a colpi di calci spingendo gli altri due corpi di quegli innocenti li buttarono in quell’accesa voragine di fuoco eruttando infinite bestemmie. Dopo questo scellerato entusiasmo che ferì il cuore di tutti gli ortonesi, tornarono nella carcere cavarono l’impallidito signor Codagnoni del Vasto lo spogliarono facendolo rimanere in camicia e calzonetti, lo situarono nel detto muro gridando con confuse lacrime di volersi confessare, ma non udite le sante richieste dell’infelice all’istante lo fucilarono e lo trascinarono ad ardere nel detto fuoco. Si avviarono quindi per prendere il signor Tambella e con esso fare lo stesso sacrificio, lo trassero sino alla merlina, ma egli intrepido e coraggioso si diede alla fuga in mezzo a quella popolazione e voltando per la via di S. Francesco prese la direzione della marina, si precipita per la dirupata collina che guarda il mare chiamata della ripa grande, e nella caduta si spezza una gamba. La dove cadde, le palle lo finiscono. Similmente estratto dal carcere Cristofaro Basile lo strascinarono, e vivo lo buttarono nello stesso fuoco, e colà gli scaricarono addosso molti colpi di fucile fino alla consumazione del cadavere>. Era rimasto in prigione il giovane ortonese Magnarapa, l’interprete. Egli si salvò dal massacro: <col gittarsi a’ piedi del famoso Coladamo Colacioppo della massa di Frisa, promettendogli di volere svelare tutt’i giacobini del paese. Gli si accordò la grazia, gli tosarono il capo, lo ligarono, e così ligato lo condussero per la città facendosi additare le case rispettive. Egli però da timore sbalordito proferiva i soggetti come gli cadeva in fantasia>. L’indicazione di Magnarapa non ebbe seguito violento perché forse i sanfedisti si accorsero che i nomi indicati non avevano alcun legame con i giacobini. inoltre, si avvicinava la sera inoltrata, con il buio e il freddo.
Nella notte tra il due e il tre Febbraio, ci fu un consulto da parte degli uomini più responsabili della città per concertare il da farsi per salvare Ortona dalla presenza asfissiante della massa forestiera, che spadroneggiava nel centro urbano. La mattina del tre giunse una lettera (falsa) ai capi; era firmata dal capo-popolo Pronio, riconosciuto dai sanfedisti abruzzesi. La lettera letta ad alta voce, ordinava alla massa di non procedere a massacri, ad uccisioni o a saccheggi, ma di accorrere a Ripa Teatina. Di fronte a tale ordine (nessuno capì che era falso), una parte dei sanfedisti partì e si diresse verso il luogo ordinato; altri tornarono nei loro paesi d’origine. Secondo il cronista guardiese, De Chiara, che scrisse a metà dell’800, anche una “massa guardiese” fu in Ortona il due Febbraio. Tornando nel loro centro, portarono con sé il commissario francese Luis Pecul e il giovane ortonese Magnarapa. A metà Febbraio, però, il francese fu giustiziato: questo fu uno dei motivi per cui, poi, Coutard (comandante francese) incendiò Guardiagrele per rappresaglia, il 25 Febbraio. Magnarapa, invece, dopo qualche settimana riuscì a fuggire. La giornata del tre fu decisiva per dare un’impronta di nuovo tipo alla sommossa antifrancese scoppiata in Ortona. Colui che più degli altri spinse verso questo nuovo corso fu il barone Armidoro de Sanctis, unica personalità che emerge, con sufficiente chiarezza, dalle vicende di quelle settimane. Era certamente un uomo di autorità morale e civile: il due Febbraio intervenendo presso la massa, ormai in preda all’ebbrezza, aveva salvato il francese Luis Pecul, evitandone il massacro. Ma laddove Armidoro dimostrò la sua abilità di fondo fu nel consiglio che dette in quel frangente del tre, la mattina: convocare a parlamento i cittadini di Ortona. Pur con gli ovvi limiti dovuti all’età, si può affermare che la convocazione di un’assemblea generale di tutti i cittadini fu un atto di democrazia che poco o niente aveva a che fare con i metodi spicciativi dei sanfedisti borbonici e reazionari, oppure con i metodi elitari degli illuministi francesi. Riuniti nella antica chiesa di San Francesco, il pubblico parlamento dei cittadini ortonesi discusse la situazione che si era creata e pose le sue decisioni; che non furono di pochi o da pochi imposte, ma furono di tutti, e poi tutti le attuarono: e molti pagarono con la vita la scelta fatta. Si decise soprattutto: < di non ricevere più masse straniere, e soltanto guardarsi la città con paesani >, praticamente bisognava resistere ai sanfedisti violenti e assassini, e ai francesi. Bocache così testimonia la decisione: < si congregò pubblico parlamento e fu resoluto di non riceversi più masse straniere, e soltanto guardarsi la città da paesani con chiudersi tutte le quattro porte, due a catenaccio, e due a terrapieno, quelle cioè del Carmine, e quella di Santa Maria de minori osservanti. Si designarono due deputati, Francesco Bisignani e Tommaso Napolioni, artieri di professione, per assistere al taglio delle strade acciò s’impedisse il passaggio di cannoni che venir potevano o dalla volta di Chieti o da quella di Pescara dove si trovavano i francesi >. La struttura municipale, autonoma, ben salda, rimase un punto di riferimento in quelle circostanze molto difficili: il potere centrale borbonico era sfaldato, lo Stato, come tale, non esisteva. Ma gli ordinamenti municipali continuarono a sopravvivere: il Mastrogiurato mantiene l’ordine nella città, il Parlamento si riunisce e decide. Decisero quindi di far da soli. Una decisione coraggiosa, visti i tempi; avventata anche, conoscendo la forza dell’esercito francese e la debolezza delle proprie difese; eppure, non chiesero aiuto alle masse forestiere; sarebbe stata più facile la difesa, avendo Ortona 2000 combattenti, e non solo 3-400 uomini. Ma la decisione presa dall’assemblea di far da soli, fu mantenuta : e così una cittadina di 4000 abitanti circa, di cui non più di 5-600 potevano essere gli uomini atti alle armi, si apprestava a resistere all’esercito che allora era considerato il più forte del mondo. La città era circondata dalle mura che Caldora aveva edificato circa 370 anni prima, le condizioni erano pessime. Bucciarelli scrisse : < la città non solo non era protetta da veruna moderna fortificazione, ma le vecchie sue opere… erano ancor più rovinate dalla vecchiezza e dalla negligenza in maniera, che co’ fossi riempiti, colle contrascarpate appianate, e co’ terrapieni sfondati non potevano resistere a’ colpi delle artiglierie; si approntarono 35 scale per poggiarle alle dirute mura, avanzi di venerabile antichità, perché dai merli e dai fori si potesse ferire senza essere offesi >. < Uscì pertanto pubblico bando che tutti i contadini si portassero con le zappe ed altri strumenti nei destinati luoghi – luogo detto la Peticcia un quarto di miglio lontano dalla città- , e nel giro di circa mezz’ora trecento e più persone impiegate fecero una gran voragine con le sponde dall’uno all’altro lato capaci di impedire qualunque passaggio > (Bocache). Le armi erano molto poche e vecchie : < Cinque e non più vecchi cannoni di ferro e due piccoli cannoncini di bronzo presi ad un legno straniero venuto per commerciare nel porto. Di peggio, erano ancor pochi i fucili, giacchè in diverse occasioni le armi da fuoco, ed ancor quelle da taglio si erano consegnate alla Corte o per dono gratuito, o per forzosa richiesta ad uso delle truppe reali. La monizione poi era arcipochissima > (Bucciarelli).
< In ogni porta fu fissata la sentinella, cioè un artigliere per lo cannone e ‘l paesano per indagare ed impedire ogni sinistro evento >. < Si stabilì la gran guardia nel centro della piazza colle reali imprese con montarvisi la guardia formalmente a suon di tamburo come fosse truppa regolare, e con riceversi rapporti ogni 24 ore >. Di seguito Armidoro de Sanctis invia Bartolomeo Primavera con una barca a Barletta, per trovare e comprare munizioni; sfortunatamente: < ..la esecuzione riuscì infelice perché non meno detta città di Barletta che altri luoghi della Puglia si erano democratizzate e corsi pericolo più volte di perdere la vita per le mani dei ribelli senza ottinere lo effetto..>. Ortona, quindi, con pochi cannoncini, con vecchi schioppi e fucili, con scarsissime munizioni, senza chiamare rinforzi, si apprestava a sostenere l’assalto francese. Il quale esercito era in armi nella fortezza di Pescara e quanto prima avrebbe marciato contro Ortona, la cittadina più vicina. Infatti, appena ricevuti rinforzi dalle Marche, continuarono a reprimere le rivolte filoborboniche. Il generale Luis Coutard, con 2000 uomini, un notevole parco di artiglieria e squadroni di cavalleria, partì da Pescara probabilmente il 17 Febbraio, passando per Francavilla dove sostò e giunse in Ortona all’alba del 18. < con auspizi cotanto, a dir vero, sinistri, e disfavorevoli, chi non avrebbe pensato che Ortona avesse dovuto deporre l’idea di difendersi, e di misurarsi contro una gente stimata irresistibile, per la comune esperienza di una guerra sì lunga, e sì complicata, cui o subito, o in poco di ore piazze d’armi rispettabili, e rinomati per lunghi assedi sostenuti in altre occasioni, avevano aperte le porte, benché con minore forze investite? Chi si sarebbe immaginato che sola avesse osato irritare alcun poco una nazione, il cui semplice nome era diventato il terrore e lo spavento d’Europa? Non avrebbero, gli ortonesi, forse non solo non ricusare, non solo gradire, ma chiedere, ma implorare a qualunque costo la pace?> (Bucciarelli). Dal racconto di Bocache emerge che i francesi di notte, o poco prima del chiarore, erano giunti davanti ad Ortona, se è vero che alle sei o poco più gli artiglieri di guardia al torrione e al Carmine fecero fuoco. Evidentemente i francesi avevano già circondato in parte la città: l’assalto della mattina del 18 colse un po’ di sorpresa. Comunque i colpi di cannone e il rullio di tamburi svegliarono tutti. < Facendo fuoco e gittando granate reali dal torrione di essa offendè molti nemici, in guisa tale che per questa valida difesa, come pure perché il popolo con circa 35 scale era salito dentro le mura della città facendo anco essi fuoco, i francesi ebbero ordine dal di loro comandante di retrocedere, sul supposto che una difesa così prontanea non fosse opera della sola massa, ma piuttosto di truppa regolare e numerosa abile a fargli petto > (Bocache).
Mentre i francesi si ritirano di qualche centinaio di metri, ad Ortona si fecero suonare tutte le campane per richiamare l’intera popolazione alle armi. Il capitano francese allora si rese conto che dentro le mura non vi era un esercito regolare ma solo il popolo e male organizzato; ordinò, quindi, un nuovo attacco. Respinto anche questo nuovo tentativo offensivo dei francesi, il comandante Coutard si pose egli stesso con altri ufficiali a cavallo, alla testa di essi, ma all’approssimarsi verso la porta del Carmine, Francesco Lopez che difendeva quella porta, gettò una granata reale e ferì due ufficiali e ne uccise altri due. Vedendo ciò, il comandante, sceso da cavallo depose la spada, quindi fermatosi nel mezzo della piazza del Carmine, fece segno con un fazzoletto bianco e con le braccia in croce sul petto, di accordar loro la pace e perdonare a tutti, riconoscendo quella popolazione come amica. La pace, però, non ci fu. Probabilmente gli animi erano troppo agitati: coraggio ed incoscienza fecero respingere l’invito di una capitolazione ragionevole. < Al contrario però il nominato generale ebbe per tutta risposta una scarica di cannone, che al fianco gli uccise un uffiziale di rango. Allora convinto il generale dell’animo degli assediati, dato il segnale di attacco, investì la città da per ogni lato, con tutta l’arte di guerra fulminandola col cannone, gittandovi non poche bombe, e facendo avanzare le soldatesche col fucile alla mano, onde scemar sulle mura il numero dei suoi difensori; ma loro non giovò neppure un simil ripiego. Allora raddoppiarono i loro sforzi i francesi e non curanti, come già sono, della vita, adopraron ancor essi con tal successo il fucile, che ne cadde degli assediati a questi colpi più d’uno, e tra gli altri uno, che da dentro la torretta della porta del Carmine lanciava sopra di essi granate, rimasto semivivo dopo il loro ingresso a colpi di baionetta miseramente trafitto > (Bucciarelli) . I francesi, tuttavia, nonostante il massiccio uso dell’artiglieria e l’assalto dei fanti con fuoco vivissimo non riuscivano a superare le mura : ciò significa che la massa dei cittadini sulle mura era notevole e si rispondeva al fuoco francese con una certa intensità. La battaglia durò almeno due ore, dopo il primo assalto e l’offerta di capitolazione; verso le dieci, quindi, era ancora in corso. Poi le cose cominciarono a cambiare, non per il coraggio venuto meno né per lo scarseggiare delle munizioni, quanto per la impreparazione tecnico-militare. Intanto qualche giacobino repubblicano dall’interno della città cercava di dare una mano ai francesi tirando fucilate addosso agli ortonesi che stavano sulle mura.
I francesi, però, non riuscendo a superare d’assalto le mura, pensarono di provare dalla via del mare. Probabilmente seguirono la cimosa litoranea che dal Peticcio-scalo correva lungo il mare e risalirono dalla marina verso la porta del castello. Certamente gli ortonesi avranno pensato che i francesi, non disponendo di barche, non avrebbero potuto assalirli via mare. Inoltre, era molto difficile, a causa delle frane, che una moltitudine di soldati risalisse dalla marina attraverso la porta del castello. < I francesi non solo entrarono dalla porta del mare, ma corsero per le mura dove erano le predette scale e facilitarono l’ingresso al resto della truppa quivi rimasta ad arte…i francesi s’impossessarono dei cannoni inchiodandoli ed impossessandosi della gran guardia e questo alle ore 16 di detta mattina (poco dopo le dieci) dopo quattro ore di resistenza ….i paesani che combattevano nelle due altre porte della città, nulla spendo dell’ingresso dei loro nemici, furono improvvisamente assaliti, motivo per cui si diedero a precipitosa fuga dispersi in vari luoghi (Bocache). Seguirono dei combattimenti per le vie cittadine, numerose furono le scaramucce, ma la caduta della città era segnata. Tuttavia la resistenza fu notevole, al di là di ogni logica aspettativa, sia per la durata che per la consistenza dei combattimenti. Le vecchie mura dimostrarono di essere un baluardo ancor valido; i piccoli cannoncini e le poche armi a disposizione furono utilizzati al massimo; l’accanimento ed il valore dei difensori furono lodati dai cronisti dell’epoca e, in un certo senso, apprezzati anche dai francesi. Il 19 Febbraio nella piana davanti a Porta Caldari, si presentarono i sanfedisti, per tentare qualche azione militare contro i francesi che stavano dentro le mura di Ortona. Questo tentativo fu piuttosto inconsistente, visto che le bande furono respinte molto facilmente dai francesi; ciò dimostra quanto, la colonna che aveva assalito e occupato Ortona il 18, fosse forte, accompagnata da un notevole parco di artiglieria e da squadroni di cavalleria: la stessa colonna, infatti, pur dopo aver subito perdite in Ortona, avanzerà verso Lanciano e si avvierà ad assalire Guardiagrele.
< Sedato ogni rumore uscì ordine dal savio Coutard di spurgarsi la città da’ cadaveri che in gran numero vi erano, furono tutti umati e coperti con dodici salme di calcina viva. Ad un’ora di notte, fu derubata la testa d’argento di San Tommaso con dentro la reliquia insigne. Si vuole, però, che in Lanciano fosse stata venduta e ridotta in verghe d’argento > (Bocache). La mattina del 20 ( dopo il saccheggio della città e la sepoltura dei morti) i francesi partirono da Ortona per Lanciano, arrivati a San Leonardo il comandante Coutard ordinò la rivista generale per vedere la perdita degli uomini. < trovò il numero de’ morti ammontare a 300 e 16 feriti; inviperì, saputo questa perdita, e voleva tornare indietro per mandare Ortona a ferro e fuoco. Colla prudenza ed umanità dell’altro comandante della piazza di Pescara, il quale lo richiamò alla parola d’onore per cui avendo dato il generale perdono non conveniva venire alla vendetta. I feriti furono con due barchette mandati a Pescara. E fu dato ordine che i nove prigionieri de’ quali si disse essersi portati alla gran guardia, fossero all’istante fucilati e che nello spazio di due giorni si dovesse mandare in Pescara la contribuzione di 2mila ducati in pena, e che fossero rimasti in ostaggio molti gentiluomini della città>.
Il Febbraio violento del 1799 concluse un secolo di vita, per Ortona, ricco senz’altro di progresso e di dinamismo sociale e civile: al di là del giudizio storico sul significato della rivoluzione sanfedista, l’episodio del Febbraio 1799 dimostrò che nella popolazione ortonese esistevano valori civili e politici che seppero, nel momento decisivo, dare coraggio a decisioni difficili, vissute con determinazione.

Erano recidivi

Viva Maria 1799

di Giuliano Mignini


1. Un fenomeno di resistenza popolare contro-rivoluzionaria

Il termine “Viva Maria” indica tradizionalmente l’insorgenza tosco-umbra del 1799, che ha il suo epicentro ad Arezzo e che coinvolge anche i territori limitrofi del lago Trasimeno e dell’alta valle del Tevere, appartenenti allo Stato Pontificio, cioè la resistenza popolare all’esportazione manu militari della Rivoluzione francese del 1789 da parte delle truppe di Napoleone Bonaparte (1769-1821) verificatasi fra le odierne Toscana e Umbria. Come tutti i fenomeni contro-rivoluzionari, anche quello del Viva Maria è fenomeno prevalentemente popolare in difesa delle tradizioni religiose e culturali, nonché del patrimonio, pure materiale, delle comunità locali. Contro le armate francesi e le milizie “italiche”, portatrici di un messaggio ideologico astratto e confliggente con l’identità storica e religiosa delle mille piccole patrie italiane, le popolazioni della penisola, mosse da un forte senso di appartenenza e di radicamento territoriale, reagiscono con le modalità proprie delle insurrezioni e mostrano, in modo inequivocabile, la loro avversione alla Rivoluzione sia nella realizzata versione francese che in quella potenziale italiana.

Le armate francesi, penetrate in Italia nella primavera del 1796, con l’apporto dei giacobini locali tentano dovunque — in modo brutale e senza mediazioni di sorta — di laicizzare le istituzioni e di sovvertire alla radice le tradizionali forme di espressione della sovranità e della rappresentanza politica, distruggendo e criminalizzando le plurisecolari entità statuali esistenti, e imponendo nuovi modelli culturali e politici. Il popolo si solleverà quasi subito, sia perché è torchiato dalle imposizioni e dalle ruberie dell’occupante, sia perché percepisce l’estraneità ideologica dei francesi, visti non tanto come stranieri quanto come portatori di una visione del mondo ostile al “senso comune” che ancora sopravvive nelle società dell’Antico Regime.

2. Le origini

Le popolazioni toscane erano già insorte contro la politica liberistica e filogiansenista del granduca Pietro Leopoldo di Asburgo-Lorena (1747-1792) — il futuro Leopoldo II, imperatore del Sacro Romano Impero —, culminata nella convocazione del Sinodo di Pistoia, nel settembre del 1786; e proprio ad Arezzo, nel 1795, si verificano violenti tumulti, anche con implicazioni religiose. Il miracolo del 15 febbraio 1796, quando un’annerita immagine della Madonna del Conforto sbianca dinanzi agli occhi di alcuni artigiani, è il primo di una serie di episodi analoghi verificatisi in molte altre parti del Granducato e nei territori limitrofi, dove sono viste statue o immagini della Madonna muovere gli occhi o piangere. La devozione mariana, già forte in Toscana e nell’Umbria Occidentale, è rafforzata da questi miracoli e costituisce il motore della futura sollevazione.

Il Granducato, in un primo tempo, è risparmiato dai rivoluzionari francesi, salvo la città di Livorno, occupata nel giugno del 1796, mentre i contigui territori perugino e altotiberino, appartenenti allo Stato Pontificio, sono invasi dalle truppe rivoluzionarie nel febbraio del 1798 e sono assegnati al nuovo Dipartimento del Trasimeno. La linea direttrice dell’invasione è, infatti, quella dei possedimenti pontifici, dove i reparti francesi del generale Pierre-François-Charles Augereau (1757-1816) penetrano nel giugno del 1796, provocando la violenta insurrezione delle popolazioni nella Legazione di Ferrara, l’attuale Romagna, culminata nella rivolta e nel sacco di Lugo.

Due mesi dopo si sollevano anche i centri dell’alta valle del Tevere e, il 16 aprile, gli insorti, a cui s’uniscono elementi provenienti dal Granducato, entrano a Città di Castello al grido di “Viva Maria!” e abbattono l’albero della libertà, il simbolo eretto ovunque dai rivoluzionari. Dopo alterne vicende gl’insorgenti entrano di nuovo in città il 5 maggio, ammazzando circa centocinquanta soldati e ufficiali francesi. Quasi contemporaneamente, il 22 aprile, si ribella l’altro epicentro della rivolta, Castel Rigone, nei dintorni del lago Trasimeno, e gl’insorgenti, organizzati da un popolano, il “generalissimo” Tommaso, detto il Broncolo, giungono ad assediare la stessa Perugia. Le truppe francesi riprendono il controllo della situazione nel corso del mese di maggio a prezzo di saccheggi e di massacri, e nonostante la strenua resistenza degl’insorti, che, poco armati e mal equipaggiati, iniziano una sorta di guerriglia, riparando poi nei vicini territori aretini.

Quando, il 25 marzo 1799, i francesi entrano a Firenze, costringendo all’esilio il granduca Ferdinando III (1769-1824), reo di aver dato ospitalità a Papa Pio VI (1775-1799) e a Carlo Emanuele IV di Savoia (1751-1819), re di Sardegna, anche la Toscana subisce l’imposizione del regime repubblicano, con la sua triste sequela di confische, di requisizioni, di contributi e di vessazioni contro il clero e contro i fedeli. Fin dai primi giorni dell’occupazione, a Firenze e in altri centri scoppiano tumulti, presto sedati con violenza dagli occupanti.

3. L’insorgenza e il suo sviluppo

Il 6 aprile 1799 esigue forze francesi occupano Arezzo, località molto vicina ai centri del Perugino e dell’alta valle del Tevere — caratterizzati da una particolare fedeltà alla dinastia e da un forte sentimento religioso —, già coinvolti nell’insurrezione del 1798. Un mese dopo, la mattina del 6 maggio, scoppia la rivolta. Mentre le campane delle chiese suonano a stormo, gli aretini e gli abitanti del contado, armati con roncole e fucili, abbattono l’albero della libertà, piantato presso la caserma delle guardie nazionali, e s’impadroniscono della città, al grido di battaglia degli insorti del 1798, “Viva Maria!”. Viene quindi costituita una Suprema Deputazione, composta da personalità cittadine, fra cui spicca il barone Carlo Albergotti Siri (?-1832), mentre il comando militare è affidato al cavalier Angiolo Guillichini vecchio ufficiale della marina toscana, e al marchese Giovan Battista Albergotti (1761-1816), cavaliere dell’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme. Pertanto, mentre la prima fase dell’insorgenza era stata caratterizzata dallo spontaneismo e dal ricorso a guide popolari, talora provenienti dalle file del banditismo, la fase successiva vede la partecipazione di elementi di spicco del clero e della nobiltà locali in funzione di guida, e l’alleanza con le truppe austriache.

I francesi trascurano inizialmente l’episodio perché la difficile situazione nell’Italia Settentrionale richiede un intervento immediato. Così Arezzo è lasciata libera e l’insurrezione può espandersi grazie anche all’appoggio degli austro-russi, che inviano l’alfiere Karl Schneider von Arno (1777-1846) ad assumere il comando degl’insorti. In giugno si sollevano le comunità della Valdichiana, del Valdarno e del Casentino, che si pongono alle dipendenze della Suprema Deputazione di Arezzo, la quale assume di fatto la veste di governo provvisorio della Toscana nel nome di Ferdinando III. Le truppe della coalizione, forte di almeno trentamila uomini, penetrano nel Senese e, attraverso l’alta valle del Tevere, nel territorio pontificio, fino a Città di Castello. La vittoria ottenuta presso il fiume Trebbia, fra il 15 e il 17 giugno, dalle truppe austro-russe del generale principe Aleksandr Vasilevic Suvarov (1729-1800) nei confronti di Jacques-Étienne-Joseph-Alexandre Macdonald (1765-1840), comandante dell’Armée de Naples, accresce ulteriormente le fortune degli aretini, a cui si unisce il cavalier William Frederic Wyndham (1763-1828), diplomatico inglese presso la Corte granducale. Il 28 giugno, le truppe aretine attaccano Siena, accolte con entusiasmo dai popolani, ma, penetrate nel ghetto, ammazzano tredici componenti della comunità israelitica — mostratasi favorevole ai francesi — finché sono fermate da alcuni esponenti del patriziato locale.

Nel pomeriggio del 7 luglio circa tremila insorti — guidati da Wyndham e Lorenzo Mari, vecchio ufficiale dei dragoni di Toscana divenuto comandante degl’insorgenti di Montevarchi — fanno il loro ingresso in Firenze, preceduti da un frate zoccolante con una grande croce. A essi si aggiungono altri reparti aretini provenienti da Pontassieve e alcuni squadroni di cavalleria austro-russa. Gli austriaci, intervenuti in forze il giorno 20, assumono progressivamente il controllo dei centri occupati dagl’insorti, con i quali nascono presto non pochi attriti. Fra i personaggi fiorentini subito tradotti in carcere dai contro-rivoluzionari vi è pure mons. Scipione de’ Ricci (1741-1810), vescovo di Pistoia e di Prato, il maggior esponente del giansenismo italiano.

Anche nella Toscana Occidentale i francesi e i giacobini locali vengono ovunque battuti. Il 17 luglio le truppe rivoluzionarie sgombrano Livorno, mentre in Maremma i contingenti di Volterra, guidati dai fratelli Curzio e Marcello Inghirami, cacciano i francesi e risollevano le insegne granducali. Dopo alcuni giorni di assedio, gli aretini, insieme a reparti dell’area del Trasimeno e dell’alta valle del Tevere, entrano a Perugia nella notte fra il 3 e il 4 agosto, e il 31 si arrende anche l’ultimo baluardo giacobino in città, cioè la Rocca Paolina. Arezzo, in quanto centro militare ed economico dell’insorgenza, diventa la capitale effettiva del Granducato e la Suprema Deputazione continua a governare il paese anche dopo che il sovrano ha affidato in sua assenza il governo della Toscana al Senato fiorentino dei Quarantotto. Nella conflittualità insorta con il Senato, titolare del potere legale, la Deputazione ha, in un primo momento, la meglio, mantenendo il controllo del territorio e riorganizzando le proprie bande e quelle delle città alleate in un’”armata austro-aretina”, che insegue l’esercito francese nello Stato Pontificio, dove libera Todi, Assisi, Foligno, Spoleto e Orvieto, giungendo fino alle porte di Roma. L’inevitabile esaurimento dell’azione militare, a seguito della ritirata generale dei francesi dall’Italia Centrale, finisce per togliere alla Deputazione le ragioni della sua forza, consentendo al Senato fiorentino di procedere allo scioglimento prima dell’armata e poi della stessa Deputazione.

Dietro il governo granducale l’Austria assume il controllo della Toscana, reprimendo duramente tutte le attività giacobine, ma anche emarginando progressivamente gl’insorgenti.

4. L’epilogo

Un motu proprio sovrano del 16 febbraio 1800 riconosce i meriti degli aretini e concede loro numerosi benefici, ma, quando i francesi tornano in forze in Italia nel maggio del 1800, dopo la vittoria napoleonica di Marengo, in Lombardia, la difesa del Granducato è affidata all’inetto generale Annibale Sommariva (1755-1829), che presiede la reggenza nominata dal granduca e che fugge ingloriosamente prima da Firenze e poi da Arezzo.

La resistenza tentata dal marchese Albergotti, il 17 ottobre, in un contesto profondamente mutato rispetto a quello dell’anno precedente, risulta vana e i francesi si vendicano di Arezzo, rimasta sola. Gl’insorgenti aretini scrivono le pagine più belle dell’epopea del Viva Maria, combattendo eroicamente contro l’invasore, a cui vengono inflitte notevoli perdite. Il giorno dopo, spezzate le ultime resistenze, i francesi compiono uno sfrenato saccheggio, che prosegue nei giorni successivi. Bande d’insorti, trasformatisi in guerriglieri, continuano ancora a operare nell’Italia Centrale, ma ormai l’insorgenza si è esaurita.


Per approfondire: vedi la ricca Bibliografia aretina 1790-1815 e Rassegna bibliografica del “Viva Maria” 1799, a cura di Roberto G. Salvadori, Università degli studi di Siena, Dipartimento di studi storico-sociali e filosofici, Centro Stampa dell’Università, Siena 1989; Occupazione francese e insorgenza antifrancese nelle carte dell’Archivio di Stato di Arezzo. 1799-1801, a cura di Augusto Antonella, revisione dei testi di Antonella Moriani, Provincia di Arezzo-Progetto Archivi, Arezzo 1991; Claudia Minciotti Tsoukas, I “torbidi del Trasimeno” (1798). Analisi di una rivolta, Franco Angeli, Milano 1988; Claudio Tosi, Il marchese Albergotti colonnello delle bande aretine del 1799, in Le insorgenze popolari nell’Italia rivoluzionaria e napoleonica, numero monografico di Studi Storici. Rivista trimestrale dell’Istituto Gramsci, anno 39, n. 2, aprile-giugno 1998, pp. 495-531. Per una bibliografia sull’Insorgenza, con estesi riferimenti al Viva Maria, vedi Giacomo Lumbroso (1897-1944), I moti popolari contro i francesi alla fine del secolo XVIII (1796-1800), con premessa di Oscar Sanguinetti, Minchella, Milano 1997.

Erano recidivi

Le insorgenze ferraresi del 1799

di Renato Cirelli


1. Ferrara nel Triennio Giacobino
L’Insorgenza nel Ferrarese si situa nel quadro più vasto della resistenza delle popolazioni italiane alla dominazione francese e giacobina dopo l’invasione del 1796 da parte degli eserciti di Napoleone Bonaparte (1769-1821), che, sconfitte le truppe del Regno di Sardegna e dell’Impero asburgico e occupata la Lombardia, invade anche gli Stati Pontifici, benché neutrali, impadronendosi prima di Bologna e poi, il 22 giugno 1796, della Legazione di Ferrara, senza incontrare resistenza. La tregua conclusa fra la Santa Sede e Bonaparte il giorno dopo a Bologna sancisce il passaggio di Ferrara sotto il dominio francese che abolisce subito gli statuti locali insediando una municipalità repubblicana. La svolta rivoluzionaria è interpretata, dal ceto dirigente ferrarese, come una riconquista di quell’autonomia locale che era stata sempre più svilita e negata dalla politica accentratrice dei Pontefici riformatori nella seconda metà del 1700, e perciò alcuni esponenti conservatori e aristocratici, in un primo momento, collaborano entrando nella nuova giunta. Fin da subito, però, cresce il malcontento popolare provocato dalle vessazioni e dalle angherie del nuovo governo repubblicano. I provvedimenti varati dai francesi, infatti, impongono alla città il pagamento di quattro milioni di lire tornesi, la consegna, sotto pena di morte, di tutte le armi, anche da taglio, la spoliazione del Monte di Pietà, comprese le fedi nuziali, delle chiese e dei conventi, l’espulsione di circa settecento ecclesiastici rifugiati dalla Francia, la requisizione dei beni della Chiesa e delle confraternite. I contraccolpi sono immediati e le ordinanze provocano una forte reazione popolare, specialmente da parte delle donne, e i primi moti di scontento avvengono a Cotignola, a Massalombarda e ad Argenta, presto terminati anche per l’invito alla calma da parte dell’arcivescovo di Ferrara, cardinale Alessandro Mattei (1744-1820). In luglio però esplode gravissima la rivolta a Lugo, capeggiata dal fabbro Francesco Mongardini, che costringe i francesi a intervenire in forze contro gl’insorti, i quali, dopo gl’iniziali successi militari, vengono sconfitti; Lugo è assediata e brutalmente saccheggiata e i capi della rivolta tradotti a Ferrara e giustiziati, fatti che provocano grande turbamento e che contribuiscono a scoraggiare altri tentativi di rivolta. Ciononostante in agosto il cardinale Mattei, approfittando dell’assenza temporanea della guarnigione francese, cerca di ristabilire l’autorità pontificia, ma l’impresa, peraltro velleitaria, fallisce subito, lasciando l’alto prelato ad affrontare da solo l’ira di Bonaparte che lo costringe a un temporaneo esilio. Nel dicembre del 1796 Ferrara entra a far parte della Repubblica Cispadana, e si svolge la consultazione elettorale per l’approvazione della costituzione e l’elezione dei deputati al Congresso di Reggio Emilia, ma in 112 parrocchie — che fungono da collegi elettorali — su 185 i ferraresi rifiutano di votare e nelle restanti votano solo 2825 su 8823 aventi diritto e, di questi, 1658, la maggioranza, sono contrari alla repubblica. Nei quartieri cittadini solo uno, oltre al ghetto, si esprime favorevolmente. La collaborazione della comunità ebraica con i francesi provoca molto risentimento nei ferraresi, che vedono gli esponenti israeliti partecipare alla giunta municipale e fra questi Abramo Bianchini, noto per il fanatismo giacobino, diventa addirittura comandante della Guardia Nazionale, mentre altri acquistano terre e ori requisiti alle chiese e ai conventi. Alcuni, ancora, disturbano cerimonie religiose provocando disordini. Dinanzi al mutamento rivoluzionario si manifesta subito una massiccia opposizione. La presenza di una numerosa guarnigione francese impedisce però un immediato sfogo violento alla ribellione latente. La nobiltà ferrarese adotta un atteggiamento di sprezzante distacco dalla vita politica, mentre la città si chiude in un silenzioso dissenso, che si esprime nella renitenza alla leva e nell’evasione fiscale. Nelle campagne, invece, la sorda e insofferente ostilità è spesso incoraggiata dall’ostruzionismo del clero locale. L’atteggiamento diffuso di resistenza passiva e di apatica dissidenza si afferma come la principale peculiarità della popolazione ferrarese di fronte alla nuova realtà, ed è destinata a durare nel tempo, anche quando non trova la forza di esprimersi in ribellione aperta; è significativo comunque il fatto che, al contrario di quanto avviene in altre province, a Ferrara non emerge un ceto dirigente dalle solide convinzioni repubblicane. Nel giugno del 1797, per decisione di Bonaparte, a Milano viene proclamata la Repubblica Cisalpina, della quale Ferrara entra a far parte con il nome di Dipartimento del Basso Po e viene imposto a tutti i funzionari un giuramento di fedeltà. Il cardinale Mattei invita a non giurare e viene pertanto espulso dal territorio della Cisalpina e inviato in esilio. La coraggiosa presa di posizione dell’arcivescovo, che giudica la Rivoluzione come movimento profondamente anticristiano, porta alle dimissioni dell’intero economato del Comune e di trentacinque funzionari pubblici, mettendo in crisi l’amministrazione. Da ultimo la Repubblica decide che Ferrara deve fornire cinquecento uomini per le truppe cisalpine, falcidiate dalle diserzioni, e questo in un momento in cui aumentano i contrasti fra la popolazione e il governo provocati dall’inasprimento fiscale e dalla questione degli alloggi da fornire alle truppe. Nel dicembre del 1797 scoppiano moti a Massafiscaglia e a Lagosanto, presto domati, e nel luglio del 1798, davanti a una folla, commossa viene fucilato a Ferrara, in un clima di terrore, l’anziano parroco di Varignano, don Pietro Zanarini, reo di aver abbattuto un albero della libertà.

2. L’insorgenza del 1799

Quando, nel marzo del 1799, riprendono le ostilità fra Repubblica Francese e Impero asburgico e gli eserciti austro-russi sul fronte italiano sconfiggono i francesi, anche a Ferrara la situazione è matura per una serie di tumulti e di sollevazioni, che accelerano la vittoria finale. L’arrivo di pochi cavalleggeri austriaci sul Po fa insorgere le popolazioni di Fiesso, di Trecenta, di Ficarolo e quindi di Ariano. I francesi reagiscono inviando tre cannoniere, ma gli abitanti, dopo tre ore di combattimenti, se ne impadroniscono. La rivolta si estende quindi a Papozze, a Crespino, a Codigoro e in tutto il basso Ferrarese. Un mugnaio di Cologna, Valeriano Chiarati, si pone a capo dell’insurrezione dimostrando non disprezzabili qualità militari e organizzative, e alla testa di centinaia d’insorgenti occupa Copparo, Villanova, Sabbioncello, Migliarino, Ostellato, Portomaggiore e infine Argenta, dov’è accolto trionfalmente dalla popolazione, che inscena manifestazioni di devozione in onore del patrono san Nicolò. Nell’alto Ferrarese altre formazioni d’insorti, che portano come simbolo un rametto e un’immagine di Maria sul cappello, conquistano Renazzo, Casumaro, Alberone e Cento. A Cento il saccheggio del ghetto da parte della popolazione viene evitato grazie all’intervento del parroco, don Sante Bezzi. Intanto una colonna austriaca, affiancata da quattromila contadini armati, cinge d’assedio Ferrara. Il carattere di estrema crudeltà degli scontri è testimoniata dall’eccidio di Buttifredo di San Martino, dove, il 25 aprile, una colonna francese inviata da Bologna in soccorso di Ferrara, s’abbandona a eccessi di ogni genere depredando il paese e trucidando trentuno abitanti. Ma ormai Ferrara è allo stremo e il popolo scende nelle strade chiamato dal suono a martello delle campane, e il 23 maggio finalmente austriaci e insorti entrano in città liberandola. Viene abbattuta la municipalità giacobina, sono abolite le leggi rivoluzionarie, mentre la popolazione esasperata scatena la propria rabbia malmenando i giacobini più in vista, saccheggiandone le abitazioni e costringendoli a restituire i frutti delle ruberie perpetrate, specialmente ai danni delle chiese.

Nel sud della Legazione si consumano gli ultimi sanguinosi scontri fra insorgenti ferraresi e romagnoli, da una parte, e, dall’altra, i francesi affiancati da quattrocento repubblicani, che, sconfitti, si vendicano con fucilazioni e con atti di rappresaglia in tutti i paesi fra Argenta e il mare. Dopo la vittoria, la Cesarea Regia Reggenza che governa Ferrara, il 2 luglio 1799, emana l’editto di scioglimento delle Truppe Insorgenti.

3. L’insorgenza del 1802-1809

Con la pace di Lunéville del 9 febbraio 1801, stipulata a seguito delle vittorie francesi dopo il ritorno di Napoleone dall’Egitto, Ferrara torna a far parte della Repubblica Cisalpina e, con il ripristinato governo rivoluzionario, riprendono le requisizioni, la coscrizione obbligatoria e le vessazioni fiscali. La renitenza alla leva, la diserzione e l’evasione fiscale sono le forme in cui s’esprime la protesta delle campagne contro il governo e lo strapotere di alcuni possidenti, molti dei quali appartengono alla nuova borghesia arricchita con l’acquisto dei beni della Chiesa. A Migliarino, nel 1802, contro la leva obbligatoria vi è una tentata rivolta, i cui capi, il cameriere Luigi Morelli e il fornaio Marcello Neri, sono fucilati a Ferrara. L’esasperazione popolare sfocia ancora, nel 1805, nella rivolta di Crespino, i cui abitanti distruggono il municipio con i ruoli delle imposte e i registri di leva, malmenano i funzionari e disarmano la Guardia Nazionale, provocando la vendetta di Napoleone e una durissima repressione, che culmina nell’esecuzione del pescivendolo Giovanni Altieri, capro espiatorio della rivolta. Nel 1809, in coincidenza con la ripresa del conflitto franco-imperiale, le popolazioni ferraresi, esasperate dal nuovo dazio sui principali generi alimentari, si sollevano ancora e gl’insorti, dopo aver occupato Fiesso e Occhiobello, passano il Po ed entrano a Pontelagoscuro estendendo l’insurrezione a Bondeno, a Copparo, a Portomaggiore, a Comacchio e ad Argenta. Ferrara è assediata il 9 luglio da seimila insorgenti che, però, male armati e privi di organizzazione militare, non riescono a prendere la città; il 16 luglio viene liberata dall’assedio dalle truppe francesi accorse in forza da Bologna, che sconfiggono gl’insorti e fanno strage di cittadini, inseguendoli e uccidendoli fino all’interno delle case e delle chiese. Fra gl’insorgenti catturati, quasi tutti popolani, sessantatré vengono condannati a morte, moltissimi altri a lunghe detenzioni, mentre centinaia di sopravvissuti si danno alla macchia nelle campagne, alimentando il fenomeno del brigantaggio. Spicca fra le sentenze la condanna alla casa di correzione, per brigantaggio, di una donna, spia della presenza femminile, un aspetto ancora inesplorato del fenomeno dell’Insorgenza.

4. Conclusione

Nel 1814, dopo la definitiva sconfitta di Napoleone, le frange dei giacobini e dei rivoluzionari, che avevano collaborato con gli occupanti francesi, si rifugiano nelle società segrete, riprendendo a complottare in attesa di nuove occasioni storiche, insensibili alle miserie morali e materiali prodotte da vent’anni di esperienze rivoluzionarie. I ferraresi, invece, accolgono con gioia genuina il ritorno del legittimo governo del Papa. Essi, soprattutto i contadini, hanno contribuito alla restaurazione con grandi sacrifici e con notevole spargimento di sangue, dimostrando un profondo attaccamento alla religione e ai loro governanti e possono considerarsi a buon titolo i veri vincitori. Il ceto dirigente, clero e aristocrazia, che, a parte qualche esponente e molti parroci di campagna, ben poco aveva osato e si era esposto, riprende il governo con un atteggiamento di atto dovuto, tralasciando spesso di mostrare, almeno in termini sociali, una qualche gratitudine verso chi aveva veramente pagato e sofferto con tanta fede e tenacia. Il popolo ferrarese coglie più o meno consciamente questo atteggiamento e, forse, questa è la chiave interpretativa non della sua indifferenza, ma della sua passività durante la rivoluzione risorgimentale e della rabbiosa e disperata sfiducia che lo porterà all’apostasia alla fine del secolo XIX.

La Santafede

Sanfedismo (2)

di Francesco Pappalardo


1. Fra storia e ideologia

Il termine “sanfedismo” designa la reazione armata delle popolazioni dell’Italia Meridionale, organizzate nell’esercito della Santa Fede, contro la Repubblica Napoletana del 1799. Il vocabolo ha acquistato nel tempo anche un significato ideologico ed è usato per indicare, in senso spregiativo, non soltanto l’opposizione armata a una rivoluzione ispirata a quella detta francese e l’insorgenza contro i poteri da essa instaurati, ma anche qualsiasi forma di ideologia “reazionaria” e “clericale”.

In questo senso il termine è stato adoperato dalla storiografia liberal-progressista prima e da quella marxista poi, cui venivano meno gli abituali schemi interpretativi di fronte all’imbarazzante paradosso di un’energica resistenza popolare opposta proprio a quelle armate, giacobine e napoleoniche, che pretendevano di agire per il bene del popolo.

Gli storici liberali, rappresentati innanzitutto da Vincenzo Cuoco (1770-1823) e da Pietro Colletta (1775-1831), testimoni diretti degli avvenimenti del 1799, tendono a spiegare il fallimento della Repubblica Napoletana come conseguenza di una rivoluzione accettata “passivamente” e frutto di errori e di circostanze avverse, così da salvaguardare il ruolo dirigente dell'”intellettuale” e il suo diritto a ergersi come rappresentante della nazione. Anche Benedetto Croce (1866-1952) riduce in larga misura la storia del Mezzogiorno d’Italia a quella del suo ceto intellettuale e giunge, nella sua Storia del regno di Napoli, a idealizzare i giacobini come nuova aristocrazia, “quella reale, dell’intelletto e dell’animo”.

Antonio Gramsci (1891-1937), che utilizza lo stesso procedimento logico, si rammarica dell’assenza “momentanea” di un’avanguardia intellettuale, cioè di un partito leninista non ancora fondato, e propone un’interpretazione delle insorgenze in chiave di lotta di classe fra borghesia e contadini. Questa impostazione vorrebbe accreditare l’idea di una conflittualità sociale molto diffusa in tutta la penisola, che abbia sempre gli stessi caratteri in presenza di popolazioni differenti, rette da istituzioni diverse, situate in contesti geoeconomici non uniformi e con le tradizioni più varie.

Una spiegazione insufficiente è offerta anche dalla storiografia nazionalistica, che ha avuto corso fra le due guerre mondiali e che vede nelle insorgenze soltanto preziose affermazioni di valori nazionali e, quindi, una reazione allo straniero invasore e non ai princìpi rivoluzionari, i quali – essa sostiene – avrebbero ricevuto migliore accoglienza se presentati in altro modo e in altra circostanza. La matrice religiosa delle insorgenze risulta così sbiadita e la resistenza armata di interi popoli, che in Italia e in Europa si batterono in difesa della loro fede e delle loro tradizioni, è ancor oggi ignorata da molti o ricordata con disprezzo: “[…] tutto questo che è dignità, fierezza, spirito di sacrificio – scrive Niccolò Rodolico (1873-1969), autore di orientamento liberale – è stato considerato, specialmente per l’Italia meridionale, fanatismo e brigantaggio”.

Queste considerazioni valgono in particolare per l’insorgenza meridionale che, rispetto ad altre simili vicende italiche, può essere assunta come modello per l’ampiezza del fenomeno, per la minore frammentarietà delle vicende e per la presenza di un nucleo dirigente che, per quanto piccolo, seppe coordinare la generosa reazione popolare. Infatti, nel 1799, i “lazzari”, cioè il popolo minuto di Napoli, e i contadini delle province si rivelano ben lungi dall’essere una massa amorfa, avvezza a passare con facile rassegnazione da un padrone all’altro, e le loro gesta vanno a costituire l’epopea della Santa Fede, che ebbe nell’eroico card. Fabrizio Ruffo dei duchi di Branello (1744-1827) il suo condottiero e in sant’Alfonso Maria de’ Liguori (1696-1787) il suo preparatore remoto ma profondo, nello stesso senso in cui san Luigi Maria Grignion di Montfort (1673-1716) preparò la Contro-Rivoluzione vandeana.

2. L’invasione del regno di Napoli da parte dell’esercito rivoluzionario francese e la Repubblica Napoletana

Quando, nel novembre del 1798, l’esercito rivoluzionario francese invade il regno di Napoli, la “[…] monarchia napoletana – come ammette Croce -, senza che se lo aspettasse, senza che l’avesse messo nei suoi calcoli, vide da ogni parte levarsi difenditrici in suo favore le plebi di campagna e di città, che si gettarono nella guerra animose a combattere e morire per la religione e pel re, e furono denominate, allora per la prima volta, “bande della Santa Fede””. Nella capitale i popolani mostrano una notevole capacità organizzativa, grazie anche a momenti di coordinamento che fanno riferimento a forme di organizzazione interne alla società bassa di Napoli nonché alle strutture corporative e a forme di aggregazione religiosa dei laici. I francesi devono impegnarsi a fondo per domare la resistenza e soltanto dopo tre sanguinose giornate il generale Jean-Étienne Championnet (1762-1800) può annunciare la vittoria, non senza elogiare il comportamento valoroso dei “lazzari”.

Il 21 gennaio 1799, mentre ancora si combatteva per le vie della capitale, viene proclamata la Repubblica Napoletana. I “patrioti”, come si facevano chiamare i rivoluzionari, si accorgono ben presto di essere estranei alla maggior parte della popolazione, isolati anche dalle cerchie borghesi neutrali e tenuti in pugno dai francesi. Invece di governare, si perdono in problematiche e in elucubrazioni che costituivano soltanto uno schermo davanti alla tragica realtà. I dibattiti, le leggi, la pubblicistica, l’organizzazione dello Stato si riducono a un gioco da salotto, nel quale si enunciano grandi utopie, idee astratte e grandi ideali impersonali.

I “patrioti”, che credevano alla magica virtù della “Libertà” e veneravano il regime repubblicano come una forma eterna e infallibile, con carattere quasi religioso, pensano basti promulgare alcune leggi fondamentali per realizzare automaticamente la felicità dei popoli. Ma scoprono, com’era già accaduto ai loro colleghi francesi, che il popolo reale non era il “Popolo” da essi idealizzato; paralizzati fra il seducente miraggio di un popolo mitico e il terrore di una “plebe” concreta, decretano che questa era corrotta e occorreva costringerla alla “virtù”.

3. La crociata della Santa Fede

La “plebe” si leva concorde in difesa delle sue tradizioni e oppone le sue antiche libertà concrete alla “Libertà” astratta e letteraria dei giacobini. Il governo borbonico ha un ruolo importante nell’acquisizione, da parte delle insorgenze, di un carattere esteso e uniforme, che le avrebbe differenziate dalle reazioni locali che si venivano manifestando in pressoché tutta la penisola contro i francesi e i loro alleati. Il proposito di dare una guida capace e autorevole alla reazione popolare per ricondurre il regno sotto l’autorità legittima era nato quasi subito alla corte di Ferdinando IV di Borbone (1751-1825), rifugiatosi a Palermo, che individua tale guida nel card. Ruffo.

L’8 febbraio 1799, soltanto due settimane dopo la conquista francese della capitale, il cardinale sbarca a Pezzo, in Calabria, per organizzare la resistenza sul continente. Ha con sé soltanto pochi compagni e una grande bandiera di seta bianca, con lo stemma reale da una parte e una croce dall’altra, su cui stava scritto il famoso motto costantiniano In hoc signo vinces. Fin dall’inizio la sua azione è molto energica e raccoglie alcune migliaia di volontari: ricchi possidenti, ecclesiastici di ogni ordine e grado, commercianti e artigiani, contadini, armigeri baronali e militi delle disciolte corti di giustizia. Questi ultimi, insieme con alcuni ufficiali e soldati dell’esercito reale, erano i più esperti e disciplinati in mezzo a una moltitudine di uomini tratti sotto le bandiere della Santa Fede dal sentimento del diritto o dalla devozione alla monarchia, ma talvolta anche dal desiderio di bottino o di vendetta contro nemici personali. Ruffo, soprattutto nella prima fase dell’arruolamento, non può essere severo nella scelta, ma presto la sua mano organizzatrice si fa sentire; rifulgono in quei frangenti la sua forza d’animo, le capacità organizzative, la familiarità con i soldati, l’intensa opera di animazione e di direzione, l’atteggiamento inflessibile nei confronti dei predatori e dei violenti.

In aprile i rivoluzionari francesi iniziano la ritirata, lasciandosi dietro una scia sanguinosa di sopraffazioni e di violenze, alle quali la popolazione reagisce con vigore e con determinazione. Il 13 giugno 1799, l’Armata fa il suo ingresso nella capitale, già infiorata di candidi panni gigliati e di coccarde scarlatte. Ma la festa dura poco. Il popolo minuto, che non aveva dimenticato i tradimenti, la sconfitta, le brutalità e i saccheggi, si vendica ferocemente dei suoi nemici. Ruffo cerca invano di arginare la guerra civile; a nulla valgono neppure le sue proteste contro la proditoria violazione, da parte dell’ammiraglio inglese Horatio Nelson (1758-1805), inviato a sostegno del re di Napoli, della convenzione conclusa con i vinti.

Lo scontro con la Corte si ha soprattutto sulla valutazione del ruolo e dell’importanza da assegnare al ceto dirigente nella ricostruzione del regno. Ruffo riteneva che occorresse fare affidamento su uomini dottrinalmente preparati e su una nobiltà reintegrata nelle sue funzioni; invece il re voleva accentuare il dispotismo proprio dell'”assolutismo illuminato”, trascurando la necessità di una vasta opera di formazione contro-rivoluzionaria della classe dirigente e di animazione pure contro-rivoluzionaria nonché di messa in guardia della popolazione contro la penetrazione settaria. Ferdinando IV perde l’occasione storica di una restaurazione integrale e il cardinale, falsamente accusato di simpatie giacobine, viene emarginato appena possibile.

Resta, tuttavia, l’esempio e il sacrificio di tanti eroici figli della nazione italiana. A distanza di quasi due secoli occorre – come scrive Renzo Uberto Montini alla voce Sanfedismo dell’Enciclopedia Cattolica – “[…] restituire al sanfedismo originale ed autentico l’innegabile merito di avere rappresentato, nell’Italia meridionale, la spontanea resistenza di popolazioni autenticamente cattoliche e devote alle autorità legittime contro gli abusi, le violenze e l’opera scristianizzatrice di un governo instaurato e sostenuto dallo straniero, in dispregio di tutte le tradizioni politiche e religiose locali”.

Erano recidivi

Le Pasque Veronesi del 1797

di Luca De Pero


1. L’Armata d’Italia nel territorio della Repubblica di Venezia
Verso la fine del 1796 tutta la parte occidentale del territorio della Repubblica di Venezia è occupata militarmente dalle forze della Repubblica Francese: a una a una le città più importanti della terraferma — Bergamo, Brescia, Peschiera e Vicenza — vedono l’arrivo dell’Armata d’Italia, guidata dal generale Napoleone Bonaparte (1769-1821). A Verona i francesi giungono il 1° giugno 1796 e s’impossessano subito dei forti della città come pure di varie chiese, adibite poi a ospedali e a ricoveri per la truppa. Il rapporto fra cittadini e forze d’occupazione sarà sempre difficile, anche perché i francesi si comporteranno sistematicamente come occupanti e non come ospiti, come avrebbero dovuto sulla base dei rapporti ufficiali con la Repubblica di Venezia, la cui politica estera era espressa nella formula “neutralità disarmata”.

2. La situazione a Verona e la rivolta dell’aprile del 1797

Il 17 aprile 1797, dopo circa dieci mesi di permanenza della truppa straniera, la situazione della città di Verona era critica: non solo i francesi operavano sistematiche confische ai danni dei cittadini, ma tramavano anche con i giacobini locali al fine di incrinare la fedeltà dell’antica città verso il suo legittimo governo.

Così si spiega l’affissione, proprio nella notte fra il 16 e il 17 aprile 1797, per le vie della città scaligera, di un manifesto a firma di Francesco Battaja (1743-1799) — ex provveditore straordinario di terraferma — incitante i veronesi alla rivolta contro gli occupanti francesi e alla vendetta contro i collaborazionisti locali.

Tale manifesto era stato verosimilmente partorito dai servizi d’informazione francesi per esacerbare gli animi e per contribuire a creare “il caso”, che avrebbe fornito loro “il giusto motivo” per una definitiva occupazione della città, in spregio di ogni neutralità proclamata. Inoltre, il manifesto era, per più motivi, un falso: anzitutto perché era già stato pubblicato da due giornali collaborazionisti, Il termometro politico della Lombardia e il Monitore bolognese; inoltre perché era firmato da Battaja, un personaggio difficilmente sospettabile di colpi di testa contro i francesi invasori; infine era falso nei contenuti perché affermava essere i francesi in difficoltà nello scacchiere nord-orientale, fatto non rispondente a verità. Benché un falso, tale manifesto contribuisce a far esplodere la bomba ormai da tempo innescata; lo stesso 17 aprile, nonostante i rappresentanti veneti si affrettassero a gettare acqua sul fuoco facendo pubblicare un manifesto di smentita, il generale Antoine Balland (1751-1832), a fronte dei continui tafferugli verificatisi fra i suoi soldati e i veronesi — truppe schiavone, arruolate nell’Illiria e nella Dalmazia venete, o semplici appartenenti alle cernide, le milizie territoriali composte da locali che svolgevano annualmente un breve periodo di servizio militare volontario —, aumenta il numero dei soldati di pattuglia in città, portando le pattuglie da venti a quaranta soldati. Il che contribuisce a surriscaldare ulteriormente gli animi della popolazione; così, verso il vespro del 17 aprile, avvengono i primi veri fatti di una certa gravità: si spara a Ponte Pietra fra una pattuglia veneta e una francese, si verificano tafferugli di una certa consistenza in Piazza Erbe, nei quartieri circostanti e presso il Forte San Pietro. Al suono del vespro però la situazione sembra riappacificarsi.

La calma apparente viene spezzata poco dopo dai francesi: erano trascorse da poco le diciassette quando lo stesso generale Balland, dall’alto di Forte San Pietro, comanda di aprire ripetutamente il fuoco sul Palazzo Pretorio, sede dei rappresentanti veneti, e sul centro della città. La situazione dei francesi che pattugliano la città diviene, dopo queste prime scariche d’artiglieria, insostenibile: “A misura che cresceva il rimbombo delle artiglierie, uscivano gli abitanti dalle proprie case […] — scrive lo storico Enrico Bevilacqua (1869-1933) — correvano mal armati ad affrontare le pattuglie francesi, che con le baionette abbassate scorrevano la città, le quali si videro ben presto obbligate a cercare la loro sicurezza dandosi precipitosa fuga verso i castelli”. I francesi, che non riescono a raggiungere Forte San Pietro, Forte San Felice o il più vicino Castel Vecchio, o una delle porte cittadine da essi tenute, vengono rincorsi, catturati e uccisi, e molti finiscono gettati nell’Adige. Inizia così, per Verona, una vera settimana di lotta urbana, di battaglie per le strade e in modo particolare di scontri intorno ai forti: la città era in aperta ribellione contro gli occupanti francesi e — racconta un anonimo cronista — “non si sentiva altro che un continuo gridare per ogni angolo della città viva San Marco”.

Nella stessa giornata del 17 gli insorti attaccano le porte fortificate della città. Cadono una dopo l’altra Porta Vescovo e Porta San Giorgio, mentre Porta San Zeno e Porta Nuova vengono occupate, dopo aspri combattimenti, dal conte Francesco degli Emilei (1752-1797) alla testa di seicento schiavoni aiutati da circa tremila civili. Contemporaneamente alle porte vengono liberati anche gli ultimi edifici della città, in cui avevano cercato rifugio alcuni francesi. La giornata si andava concludendo con i francesi rinchiusi nei forti, che cannoneggiavano la città in mano alla folla degli insorgenti. Nel frattempo il provveditore conte degli Emilei, dopo aver partecipato ai primi importanti fatti d’armi, la sera stessa del 17 parte alla volta di Venezia — informa sempre Bevilacqua — per “[…] implorar buon nerbo di truppe di linea, e soprattutto munizioni e artiglieria onde attaccar con frutto i castelli”.

Nel tardo pomeriggio i due rappresentanti del governo veneto in città, Iseppo Giovannelli e Alvise Contarini, fanno issare la bandiera bianca sulla torre maggiore, fanno tacere le campane e tentano un primo abboccamento con l’autorità militare francese — insediata nel vicino Forte San Felice — presso Forte San Pietro. Questa, come altre trattative, fallisce, da un lato forse per la situazione di anarchia nella quale sembrava essere caduta la città, dall’altro certamente a causa dell’irrigidimento delle posizioni francesi.

Nella giornata del 18 aprile Giovannelli e Contarini tentano un viaggio a Venezia per chiedere aiuto al Senato; sempre in questa giornata — mentre, fra una tregua e l’altra, Verona veniva sistematicamente cannoneggiata dai forti e vedeva la sua popolazione combattere accanitamente intorno a questi per espugnarli —, arriva nella città scaligera il colonnello austriaco Adam Albrecht von Neipperg (1775-1829), che recava al generale Balland la notizia della tregua d’armi procurata dalla firma, avvenuta precisamente quel giorno, dei “preliminari” di Leoben fra l’Impero e la Repubblica Francese. L’arrivo dell’ufficiale solleva in un primo momento gli entusiasmi della popolazione, che vedeva negli imperiali un possibile aiuto insperato per riconquistare completamente la città e per cacciarne i francesi, speranze che andranno presto deluse lasciando i veronesi soli, in balia di un nemico militarmente superiore. Inoltre la missione a Venezia di Contarini e di Giovannelli, sebbene comprensibile per la gravità della situazione, viene recepita come un tradimento dagli insorti, i quali organizzano un governo provvisorio presieduto dal conte Bartolomeo Giuliari (1761-1842), che tenta subito di riallacciare i contatti con il generale Balland. La sera del 18 si chiude comunque sotto il cannoneggiamento francese, mentre nella notte tuonano ancora le artiglierie e suonano le campane a martello.

3. In attesa di rinforzi

Contarini e Giovannelli, tornati da Venezia con la promessa di aiuti, organizzano il popolo — che, al grido di “Vogliamo la guerra”, fa tacere quanti cercano di acquietarlo — a una difesa a oltranza, come dimostra un proclama del 19 aprile 1797, in cui affermano che, “per togliere la confusione e il disordine, che potrebbe essere fatale al bene di tutti, resta commesso il popolo fedele di Verona che abbiasi a ritirare nelle rispettive Contrade. Colà gli saranno assegnati dei capi, ubbidirà ad essi, sarà unito in corpi e i capi stessi avranno a dipendere dagli ordini delle cariche, e si presteranno sempre a procurare la comune salvezza”.

Tutti i giorni fino al 22 aprile i veronesi attaccano ripetutamente i castelli e Verona si presenta, a causa dei colpi delle artiglierie, con molti quartieri in fiamme. Se questo non bastasse, i francesi chiusi nei forti iniziano, indotti dalla mancanza di viveri, a fare rovinose sortite verso la città e verso la campagna.

La mattina del 22 aprile finalmente giungono da Venezia i rinforzi tanto sperati, con circa quattrocento regolari, munizioni e cannoni, ma quasi contemporaneamente anche i generali francesi Jacques-François Chevalier (1740-1812) e Joseph de Chabran (1763-1843) erano arrivati nei pressi di Verona, non prima di aver riportato una significativa vittoria sulle truppe venete in località Croce Bianca il giorno 20 aprile.

Comunque l’eroismo dei veronesi, che in ogni modo cercano di contrastare non solo le continue incursioni di pattuglie francesi provenienti dai forti, ma anche di resistere al cannoneggiamento interno ed esterno alla città, non può reggere una situazione ampiamente compromessa.

Verso il 24 aprile tutti i cronisti sono concordi nel descrivere i sentimenti della popolazione con espressioni come “popolo sgomento, sbigottito, disperso”. Il giorno prima i legittimi rappresentanti veneti avevano deciso, sotto il fuoco delle artiglierie, la resa al nemico; nella giornata del 24 il conte degli Emilei e altri notabili vengono inviati a trattare con gli ufficiali francesi.

A rendere la situazione totalmente irricuperabile, togliendo anche ogni esiguo spazio di trattativa con il nemico, contribuisce la fuga dalla città dei rappresentanti del governo veneto.

4. La resa incondizionata: confische, fucilazioni e processi

Il 25 aprile 1797 si chiude così la rivolta: i francesi esigono la resa incondizionata, occupano la città, ne disarmano la popolazione. L’occupazione di Verona, come quella di ogni altra città italiana che si era opposta a Napoleone, comporta lo spogliamento di ogni bene. Sempre Bevilaqua afferma che “[…] occorreva adunque studiare e apparecchiare un piano di saccheggio ordinato e sapiente, una specie di congegno a torchio sotto la cui enorme pressione dovesse spremere la città tutto quanto il succo che potea dare”: centosettantamila zecchini di contributo, la confisca di tutti i cavalli, degli immobili governativi, di cuoi per quarantamila scarpe, di duemila paia di stivali, di dodicimila sottovesti, di quattromila vestiti, di tela per dodicimila paia di calzoni, di dodicimila cappelli e calze sono solo l’inizio — nota lo stesso autore — di questa grande opera “di redenzione franco democratica”; al Monte di Pietà vengono saccheggiati cinquanta milioni, “[…] i musei, le pinacoteche, le chiese, le collezioni artistiche e scientifiche pubbliche e private vennero spoglie di quanto avean di meglio”.

Non solo Verona viene derubata dei suoi beni, ma gli occupanti iniziano subito l’arresto dei popolani e dei nobili che avevano partecipato alla resistenza: vengono fucilati nobili, esponenti della borghesia e religiosi, che avevano animato il popolo durante i giorni della guerra ai francesi con prediche di fuoco.

Anche il vescovo mons. Giovanni Andrea Avogadro (1735-1815), che non aveva temuto di affermare la sua fedeltà non solo alla religione ma anche al legittimo governo veneto, per la difesa del quale in più occasioni si era detto pronto alla vendita di tutti gli ori delle chiese, viene inquisito, e con lui molti altri.

Il 17 ottobre 1797, grazie al trattato di Campoformio, il Veneto passa all’impero austriaco e i francesi finalmente abbandonano Verona, dopo aver domato la rivolta e normalizzato una città che così duramente si era loro opposta.

La Santafede

Sanfedismo (1)

In Enciclopedia Cattolica, 12 voll., Ente per l’Enciclopedia Cattolica e per il Libro Cattolico, Città del Vaticano 1952-1954, vol. X (1953), pp. 1754-1755.
Estensore: RENZO UBERTO MONTINI, ordinario di storia nei licei.

E’ la riproposta dell’articolo «Sanfedismo», redatto per l’Enciclopedia Cattolica dallo storico romano Renzo Uberto Montini.  Sintetizza in breve spazio la corretta ermeneutica di un termine che, oggi come ieri, viene utilizzato in chiave spregiativa e minatoria. La storia del linguaggio, soprattutto quando ci si occupa di storia della Rivoluzione di matrice illuminista, è un tema – come dimostrano gli studi di Erasmo Leso (cfr. Lingua e Rivoluzione, Istituto Veneto di Lettere ed Arti, Venezia 1991) – quanto mai importante e imprescindibile per comprendere nella loro integrità tali fenomeni. 


L’invasione giacobina del 1796-98 fu ben lungi dal suscitare in Italia gli universali entusiasmi di cui favoleggia la storiografia liberale. 

Se la «libertà» recata sulla punta delle baionette francesi riuscì gradita a taluni ambienti borghesi, intinti di razionalismo e di volterianesimo, i ceti aristocratici e più ancora le masse popolari si levarono concordi a difesa dei «troni e degli altari» che la Rivoluzione d’oltralpe minacciava: di qui le sollevazioni piemontesi anche dopo che le autorità avevano ceduto e la famiglia reale era stata costretta a riparare in Sardegna; l’eroica resistenza dei Marcheschi delle valli bresciane (val Trompia e val Sabbia), fedeli alla Repubblica di San. Marco [marzo-aprile 1797]; il sanguinoso episodio delle Pasque Veronesi [17-25 aprile 1797]; le gesta degli Insorgenti della Toscana [aprile-settembre 1799], delle montagne di Tolfa [nei pressi di Roma; dicembre 1799], delle Marche [1797; 1799] – i quali accorsero con i loro capimassa sotto le bandiere del generale [Giuseppe] Lahoz [(1773-1799)] e ritolsero ai Francesi la piazzaforte di Ancona – e degli Abruzzi [dicembre 1798-maggio 1799]. Particolarmente imponente questa «reazione» – come fu chiamata – nel regno di Napoli, dove i Lazzari [i popolani napoletani, ndr] si fecero massacrare per le vie della capitale dai Francesi e dai loro sostenitori, pur dopo la fuga del re in Sicilia, e dove la breve vita della Repubblica partenopea fu costantemente posta in difficoltà dalla rivolta delle province, devote alla monarchia e alla religione. Furono questi ribelli del Mezzogiorno agli ordinamenti repubblicani a dirsi per primi «Sanfedisti», cioè combattenti della Santa Fede; e su loro massimamente contò il card. Fabrizio Ruffo [(1744-1827)] per rafforzare il proprio esercito, dall’estrema Calabria giunto vittorioso fin sotto le mura di Napoli; e fu appunto al Ruffo e ai suoi sanfedisti che il governo repubblicano si arrese, con l’onorevole capitolazione, malauguratamente infranta dal[l’ammiraglio inglese Horatio] Nelson [(1758-1805)]. 

I luttuosi avvenimenti che ne seguirono non sono imputabili, come ognuno sa, al cardinale ma si fecero ricadere a torto su di lui, mentre è unicamente da addebitargli, caso mai, lo scarso discernimento dimostrato nell’accogliere tra le proprie file intere bande di briganti desiderose di rifarsi una vita, i quali non mancarono di perpetrare crimini non meno lamentevoli di quelli commessi dai cosiddetti «liberatori». Occorre pertanto sceverare nettamente ben individuate responsabilità di singoli e di gruppi per restituire al sanfedismo originale ed autentico l’innegabile merito di avere rappresentato, nell’Italia meridionale, la spontanea resistenza di popolazioni profondamente cattoliche e devote alle autorità legittime contro gli abusi, le violenze e l’opera scristianizzatrice di un governo instaurato e sostenuto dallo straniero, in dispregio di tutte le tradizioni politiche e religiose locali: del che è testimone non sospetto Vincenzo Cuoco (cfr. Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799 [a cura di Nino Cortese, Vallecchi, Firenze 1926], specie ai capitoli 16, 19 e 21). Con serena valutazione, W.[alter] Maturi [(1902-1961)] ha scritto che il sanfedismo costituisce una «Vandea italiana, su uno sfondo sociale più grandioso» (Enciclopedia Italiana, vol. XXX, p. 639) di quella francese, espressione di un patriottismo a carattere locale anziché nazionale, ma non per questo meno degno di ammirazione. Gli storici di parte liberale, interessati a porre in cattiva luce il sanfedismo, hanno esteso arbitrariamente il significato originario del termine, comprendendovi anche i posteriori seguaci del restaurato Borbone, moralmente corresponsabili della spietata reazione, e, in genere, tutti i fautori dell’assolutismo nel mezzogiorno della Penisola. Sanfedisti si dissero altresì, in epoca successiva, gli aderenti a talune società segrete – sulla cui attività si è d’altronde scarsamente informati -, che si costituirono nello Stato pontificio subito dopo il 1815 in opposizione alle sètte carbonare: ma la loro azione venne sconfessata dal governo per evidenti motivi di opportunità e giustizia. 

Erano recidivi

Insorgenza: una resistenza dimenticata

di Oscar Sanguinetti
in Il Timone – Anno III – Luglio 2001


Le insorgenze popolari anti-napoleoniche: resistenza alla modernità, estremo sussulto di vitalità della cristianità e cartina al tornasole dell’identità italiana.

Se è vero che una parte degli italiani – gli intellettuali progressisti e gli aristocratici e i borghesi più influenzati dalla cultura illuministica – esulta di fronte all’autentico terremoto che poco più di duecento anni fa provoca l’irruzione degli eserciti del Direttorio rivoluzionario di Parigi nella Penisola, è altrettanto vero che molti di essi, soprattutto nei ceti umili, leggono negativamente il crollo delle antiche istituzioni e le novità politiche introdotte dai francesi, dando vita a quell’insieme di manifestazioni di resistenza e di lotta – che va dalla disobbedienza civile a vere e proprie insurrezioni popolari, dalla guerriglia fino alla guerra a fianco degli eserciti anti-napoleonici – che va ormai sotto il nome di “Insorgenza”.

Gli italiani sono per lo più all’oscuro di questa pagina di storia, perché nei manuali scolastici se ne parla appena e quelle poche volte per censurarla, non essendo infatti interesse della cultura “egemone” che ci si soffermi troppo sui movimenti di opposizione che accompagnano il processo risorgimentale fin dall sue origini. Solo da poco essa inizia a essere narrata, soprattutto dopo i bicentenario dei moti del 1796-1799, che ha ridato impulso agli studi, pur nell’indifferenza dei Circuiti culturali ufficiali, quali hanno significativamente preferito celebrare – unico paese in Europa, oltre alla Francia – l’esperienza delle repubbliche giacobine e Napoleone. Si scopre così che, contrariamente all’immagine convenzionale, durante gli anni della dominazione napoleonica, dalle valli alpine alle marine adriatiche, dalla pianura padana alle colline appenniniche, la mappa della nostra penisola è punteggiata da innumerevoli “fuochi” di rivolta di diversa ampiezza e durata.

Rivolte spontanee, con ampia mobilitazione dei ceti rurali, scoppiano a Pavia, nel Lucchese e a Lugo di Romagna già nel 1796, per riprendere e intensificarsi l’anno seguente in Valtellina, nel Montefeltro pontificio, durante le cosiddette “Pasque Veronesi” e ancora nel moto ligure del “Viva Maria”.

Mentre nel 1798 insorgono tutto il Lazio e le Marche pontifici, all’inizio del 1799 si solleva l’Abruzzo borbonico e i popolani di Napoli per tre giorni – come faranno di nuovo nel settembre del 1943 contro i tedeschi – difendono la capitale contro i francesi invasori, morendo a centinaia.

Nel 1799 tutta l’Italia, dalla Valtellina alla Calabria, insorge e, a prezzo di una furibonda e sanguinosa guerriglia, caccia i francesi e abbatte le effimere repubbliche da questi erette. E il momento dei maggiori movimenti d’insorgenza, che coinvolgono in maniera organizzata migliaia di combattenti: la rivolta contadina della Massa Cristiana in Piemonte, il complesso “Viva Maria” aretino e toscano e la Santa Fede, guidata dal cardinale Ruffo nel Regno di Napoli. Altrettanto estesa e impetuosa sarà la grande insurrezione dell’estate del 1809, che investe tutto il Veneto e le zone padane, in contemporanea con il moto tirolese di Andreas Hofer.

Per la mentalità degl’italiani di antico regime è pressoché automatico ribellarsi quando subiscono le spoliazioni dei commissari rivoluzionari, allorché assistono sgomenti alle profanazioni dei giacobini e dei soldati francesi, nei vedere nella polvere i leoni e le aquile, emblemi di regni e principati plurisecolari, nell’avvertire il lacerarsi di tutta una complessa e antica trama di rapporti sociali nati “dal basso” e consolidati dalla tradizione, nell’accorgersi di avere perso dall’oggi al domani le libertà sancite negli statuti particolari, mentre debbono sperimentare uno schiacciante carico fiscale, la nuova burocrazia, il peso della leva obbligatoria e la crescente scristianizzazione della società.

Le insorgenze, pur manifestando la realtà delle mille “piccole patrie” italiane, ed essendo legate ai diversi momenti e situazioni concrete, evidenziano però alcuni lineamenti comuni che consentono di individuare in esse un fenomeno non frammentario ed estemporaneo, bensì unitario, omogeneo ed epocale. L’elemento che scatena la reazione è quasi ovunque religioso, ma non di rado esso è la forma espressiva dell’astio verso un regime che non si limita a sopprimere gli ordini religiosi e a demolire monasteri e chiese, ma impone, con modi brutali, una radicale rifondazione” della società su presupposti allora nuovi e sconvolgenti: il laicismo, l’individualismo giuridico, il cosmopolitisrrìo. D’altro canto, in positivo, dietro agl’insorgenti, anche se rivendicano ovunque la restaurazione della religione e dei sovrani legittimi, si leggono in filigrana progetti che vanno al di là del puro e semplice ripristino dell’assolutismo illuminato e mirano invece al ristabilimento delle antiche libertà e di forme politiche più concretamente partecipative.

L’insorgenza, a mo’ di cartina al tornasole, rivela il volto dell’Italia profonda, formatasi spontaneamente nei secoli dall’eredità romana arricchita dalla linfa germanica, fuse e lievitate sotto l’influsso evangelico. Una fisionomia antica che, dopo aver sedotto l‘Europa “delle corti”, alla fine dei Settecento è al tramonto, ma che di fronte alla rottura rivoluzionaria conosce un estremo sussulto di vitalità prima di cadere nelle mani di chi, con una operazione “chirurgica” destinata a protrarsi fino a poco fa, le darà connotati nuovi, diversi e più “moderni’, ripulendosi da ogni “ruga” storica quale indubbiamente l’insorgenza è nella prospettiva della modernità.


Bibliografia

Giacomo Lumbroso. I moti popolari contro i francesi alla fine del secolo XVIII (1796-1800), con un saggio introduttivo di Oscar Sanguinetti, Maurizio Minchella editore, Milano 1997, pp. 224.

Francesco Pappalardo e Oscar Sanguinetti, Insorgenti e sanfedisti: dalla parte del popolo, Storia e ragioni delle Insorgenze anti-napoleoniche in Italia, Tekna, Potenza 2000, pp. 168.

Istituto per la Storia delle insorgenze, Insorgenze antigiacobine in Italia (1796-1799). Saggi per bicentenario, a cura di Oscar Sanguinetti. Istituto per la Storia delle Insorgenze, Milano 2001, pp. 360.

Francesco Mario Agnoli, 1799: la grande insorgenza, Lazzari e sanfedisti contro l’oppressione giacobina, Controcorrente, Napoli 1999.