Ortona, Febbraio 1799

di Antonio Falcone


Ricostruire quelle giornate è impresa ardua, mancano molti documenti, andati persi durante l’assalto al Palazzo Comunale del 19 Aprile 1885. Sono disponibili documenti relativi al periodo 1793/1800, presso l’Archivio Parrocchiale; l’Onciario del 1751 e del 1796, presso la Biblioteca Comunale; altra fonte è costituita dagli atti notarili presso gli Archivi di Stato.
Il Re Ferdinando IV di Borbone, sul trono del Regno di Napoli dal 1759, impaurito e sconvolto dalla rivoluzione francese, aveva portato il Regno su posizioni reazionarie, sino a dichiarare guerra alla Francia repubblicana, nel Novembre 1798. Dopo i primi successi iniziali, i borbonici furono sconfitti dai francesi, i quali già in Dicembre invadevano l’Abruzzo e successivamente costringevano il Re alla fuga. Le popolazioni contadine, davanti alla realtà del loro paese invaso da stranieri, davanti ai capi che fuggivano, insorsero con violenza, in un movimento essenzialmente spontaneo che fu chiamato “sanfedismo”, dalla santa fede cristiana che molti dicevano di voler difendere contro l’ateismo dei francesi rivoluzionari. I contadini erano favorevoli al Re borbonico, anche perché le riforme della seconda metà del ‘700 avevano alleggerito i vari “pesi” che su di essi e sulle loro proprietà gravavano da sempre, specialmente da parte della nobiltà. Migliaia furono i morti nella insurrezione antifrancese in Abruzzo, con distruzioni, incendi, saccheggi, stupri, assassinii inutili in massa: centinaia di contadini-prigionieri fucilati perché non potevano essere trasportati facilmente a Napoli, ecc. I francesi, molto più forti sul piano militare e organizzativo, erano ostacolati dalle masse che li affrontavano ovunque, ma che sapevano in genere scegliere anche i luoghi adatti ad agguati. Le popolazioni, eccetto una minoranza filogiacobina, appoggiavano direttamente e indirettamente gli insorgenti. Un aiuto particolare venne agli insorti dalle condizioni della loro terra, dove strade ben fatte e ponti erano una cosa piuttosto rara. Basta leggere le cronache d’epoca per rendersi conto come era difficile spostarsi da un paese ad un altro: i battaglioni francesi, con le artiglierie e le salmerie, impiegavano molto tempo nei loro spostamenti, e, in questo, gli insorti erano favoriti.
Occupata la città di Ortona il 28 Dicembre 1798, i francesi vollero con Bourdelier sistemare ” democraticamente ” (così sostenevano) il governo della città. Abolito l’antico governo, elessero alcuni “municipalisti” con il compito di amministrare Ortona. Furono eletti in cinque, appartenevano alla nobiltà come il barone Armidoro de Sanctis e alla borghesia, come Michele Onofrj, Giuseppe Bernardi e Tommaso Berardi. Il cavaliere Francesco de Luna apparteneva ad un’antica famiglia spagnola venuta in Ortona probabilmente agli inizi del secolo, in quanto Salzano de Luna era stato nominato “ministro portolano” ossia comandante di tutta la costa abruzzese e molisana, sino alla Capitanata, con sede in Ortona, dove esisteva il porto più importante della zona. I cinque municipalisti dovettero amministrare quel poco che potevano nel mese di Gennaio 1799, mentre in tutto l’Abruzzo iniziavano le insurrezioni popolari contro i francesi. In quel mese, con un clima freddissimo e quindi con problemi non facili per gente essenzialmente povera, Ortona “democratizzata” visse qualche settimana di relativa calma. Ma le “masse” (così le cronache del tempo chiamavano le bande di insorti filoborbonici), specialmente nella zona del lancianese, incitate da alcuni sacerdoti (tra cui Giuseppe Lanza di Fossacesia), presero le armi ed insorsero, raggruppandosi in bande piuttosto decise e violente. Soprattutto contadini di Casalbordino, Rocca S. Giovanni, Torino di Sangro, San Vito, Frisa, Canosa, Crecchio. A questo proposito, è molto probabile che anche “masse” di Caldari e dintorni si unissero ai sanfedisti filo-borbonici. Indirettamente ne troviamo conferma in un verbale del Consiglio del 24 Febbraio 1811, redatto a proposito della richiesta di alcune Ville ortonesi di staccarsi dal centro urbano. <E’ dell’interesse privato di tali villaggi (Caldari, Rogatti o Ruatti e Torre) come rivoluzionari siano segregati da questo Comune. Nel 1799 al 1° di Febbraio, li capi delle descritte ville unite alle masse delli Comuni convicini si portarono in questa città anch’essi armati per eseguire la rivoluzione fra loro combinata, come in effetti vi riuscirono, commettendo dei massacri ed incendiando l’archivio della Corte locale nascosero le procedure dei loro misfatti. Essi non han deposto le di loro grave mire, giacchè nel dì dodici dell’andante (mese) che sentirono il cannoneggiamento de’ nemici per mare, sono accorsi con accetti e sacchi, supponendo occupato questo Comune da nemici e così profittare coll’unione di essi nel saccheggio e nella rapina..>. L’episodio si riferisce ad un’azione navale degli inglesi del 12 Febbraio 1811, durante le guerre napoleoniche. Trecento inglesi sbarcarono nel porto di Ortona, per prendere alcune barche di grano e distruggere la città, ma dopo alcune ore di combattimenti furono messi in fuga dai legionari e dai cittadini. Il 31 Gennaio e il primo Febbraio 1799, in Ortona alcuni filo-borbonici diedero inizio a sommosse antirepubblicane. I primi agitatori furono sei, secondo la testimonianza di Uomobuono delle Bocache: Filippo la Fazia, artigiano di S.Vito, giunto in Ortona il 31 Gennaio per agitare le acque, lo speziale Pasquale Torrese, originario di Canosa, ma da anni abitante in Ortona, il campagnolo Vincenzo Rapino, il notaro Vincenzo Recchini, lo studente Gaetano Gianvito, e il chierico Tommaso Cieri. La sommossa del 1 Febbraio ha carattere spontaneo non organizzato. Probabilmente il solo la Fazia aveva esperienze di sommosse e sapeva bene quello che voleva; il tutto però, prese una piega violenta e sanguinaria. Il caso volle che fosse in Ortona, quel primo Febbraio, un commissario francese, Luis Pecul, che da Pescara era venuto in Ortona per trovare vino e viveri per la fortezza, dove stazionavano le truppe francesi. Insieme con lui era un giacobino pescarese, Cristofaro Basile. Erano presenti in Ortona, per caso, anche due giacobini di Vasto, i municipalisti Filippo Tambelli e Paolo Codagnone, i quali, fuggiti via mare alla volta di Pescara, per il contrario vento dovettero approdare ad Ortona. Furono tutti condotti in prigione, insieme ad un giovane ortonese Alterisio Magnarapa che era interprete per trattare coi francesi gli interessi di Ortona. Il buio della notte impedì ad alcuni facinorosi di tentare violenze ai danni dei prigionieri e di famiglie giacobine o credute filofrancesi. Vi era inoltre il Mastrogiurato che pattugliava le vie del centro urbano con gruppi di cittadini armati, per mantenere l’ordine. Le masse sanfediste, come avvenne in tante altre parti, dopo essersi impadronite della città, avrebbero compiuto violenze e saccheggi. In Ortona , la sera del primo Febbraio, questo non avvenne.
Verso le 11,30 del due Febbraio arrivarono a Porta Caldari diverse centinaia di sanfedisti, forse un migliaio. Circa 300 erano quelli di S.Vito e dintorni, guidati da Filippo la Fazia, poi c’erano quelli di Frisa, circa 400 guidati da Coladamo Colacioppa; erano presenti anche sanfedisti di Fossacesia, Rocca, Guardiagrele, e di Caldari, secondo il cronista De Chiara. La presenza di una massa armata di un migliaio di uomini, piuttosto violenti e spicciativi, preoccupava tutti gli ortonesi. Dopo varie celebrazioni, verso le tredici tutte le masse erano nella piazza principale. Furono portati fuori dai magazzini i sette cannoni di cui c’era disponibilità in città. C’era un certo fermento in piazza: la folla era immensa, l’eccitazione notevole. Nel palazzo di città, il tenente Morelli, aiutato da Carlo di Pietro e qualche altro, preparava le cartucce e le polveri per i cannoni. Improvvisamente, corse voce che chi preparava le cartucce era un giacobino traditore: la folla, urlando, salì nel palazzo comunale. Così Bocache descrive l’assalto: <tutta la massa straniera si pose sopra l’arme, e salita nella cancelleria arrestaron il detto capitano (Di Pietro) e sargente vestiti dell’uniforme reale e lo calarono nel carcere dove erano detenuti gli infelici Vastesi e Basile. Raddoppiarono le sentinelle dentro e fuori, fecero la consegna all’officiale di guardia vita per vita, e di nuovo rimontati nella detta cancelleria cominciarono a buttare dalle finestre tutte le scritture esistenti in essa, ed in quella del Civile contigue tra loro, le devastarono in modo che vi rimasero unicamente le mura. Fatto ciò, accesero nel mezzo della piazza un gran fuoco e incendiarono il tutto con dispiacere universale per le carte antiche, e famosi documenti che colà vi erano. Se ne risentì la massa ortonese a questi accessi, ma gli accaniti forestieri senza replicar parola incominciando a far fuoco costrinsero la massa ortonese a darsi alla fuga salvandosi dentro le rispettive case>. La perdita di quei documenti antichi bruciati il due Febbraio è stata gravissima. Tutti i verbali dei consigli precedenti il 1584 sono oggi perduti; pergamene, manoscritti di eccezionale valore storico-documentario furono bruciati; tutte le testimonianze di età ricche per Ortona, come quella Sveva, furono irrimediabilmente perdute. Evidentemente, la distruzione del proprio Palazzo comunale ed esattamente di quello che vi era dentro causò una reazione da parte degli ortonesi. Dovettero esserci discussioni a dir poco violente, se la massa forestiera alla fine “fece fuoco”, e gli ortonesi, in minor numero, dovettero ritirarsi. Nel pomeriggio del due Febbraio, circa mille uomini sanguinari e violenti erano padroni della città. La violenza cominciava. Così la descrive Bocache:< Rimasta sola la massa straniera, cacciarono dal carcere il capitano e il sargente facendoli accostare in faccia al muro sotto la merlina e gli scaricarono due colpi di fucile. il solo capitano cadde morto, ed il sargente che aveva scampato il primo orribile periglio fattosi animo si cavò di sacca uno stile e voltatosi verso quello che aveva ucciso il capitano era in procinto di privarlo di vita, ma corsogli dietro uno della massa con un colpo di accetta lo fè cadere semivivo. Accorsero altri con altri colpi gli aprirono il cranio e si notò che uno di essi dato il piglio al cerebro interiore ci si unse le scarpe, ed a colpi di calci spingendo gli altri due corpi di quegli innocenti li buttarono in quell’accesa voragine di fuoco eruttando infinite bestemmie. Dopo questo scellerato entusiasmo che ferì il cuore di tutti gli ortonesi, tornarono nella carcere cavarono l’impallidito signor Codagnoni del Vasto lo spogliarono facendolo rimanere in camicia e calzonetti, lo situarono nel detto muro gridando con confuse lacrime di volersi confessare, ma non udite le sante richieste dell’infelice all’istante lo fucilarono e lo trascinarono ad ardere nel detto fuoco. Si avviarono quindi per prendere il signor Tambella e con esso fare lo stesso sacrificio, lo trassero sino alla merlina, ma egli intrepido e coraggioso si diede alla fuga in mezzo a quella popolazione e voltando per la via di S. Francesco prese la direzione della marina, si precipita per la dirupata collina che guarda il mare chiamata della ripa grande, e nella caduta si spezza una gamba. La dove cadde, le palle lo finiscono. Similmente estratto dal carcere Cristofaro Basile lo strascinarono, e vivo lo buttarono nello stesso fuoco, e colà gli scaricarono addosso molti colpi di fucile fino alla consumazione del cadavere>. Era rimasto in prigione il giovane ortonese Magnarapa, l’interprete. Egli si salvò dal massacro: <col gittarsi a’ piedi del famoso Coladamo Colacioppo della massa di Frisa, promettendogli di volere svelare tutt’i giacobini del paese. Gli si accordò la grazia, gli tosarono il capo, lo ligarono, e così ligato lo condussero per la città facendosi additare le case rispettive. Egli però da timore sbalordito proferiva i soggetti come gli cadeva in fantasia>. L’indicazione di Magnarapa non ebbe seguito violento perché forse i sanfedisti si accorsero che i nomi indicati non avevano alcun legame con i giacobini. inoltre, si avvicinava la sera inoltrata, con il buio e il freddo.
Nella notte tra il due e il tre Febbraio, ci fu un consulto da parte degli uomini più responsabili della città per concertare il da farsi per salvare Ortona dalla presenza asfissiante della massa forestiera, che spadroneggiava nel centro urbano. La mattina del tre giunse una lettera (falsa) ai capi; era firmata dal capo-popolo Pronio, riconosciuto dai sanfedisti abruzzesi. La lettera letta ad alta voce, ordinava alla massa di non procedere a massacri, ad uccisioni o a saccheggi, ma di accorrere a Ripa Teatina. Di fronte a tale ordine (nessuno capì che era falso), una parte dei sanfedisti partì e si diresse verso il luogo ordinato; altri tornarono nei loro paesi d’origine. Secondo il cronista guardiese, De Chiara, che scrisse a metà dell’800, anche una “massa guardiese” fu in Ortona il due Febbraio. Tornando nel loro centro, portarono con sé il commissario francese Luis Pecul e il giovane ortonese Magnarapa. A metà Febbraio, però, il francese fu giustiziato: questo fu uno dei motivi per cui, poi, Coutard (comandante francese) incendiò Guardiagrele per rappresaglia, il 25 Febbraio. Magnarapa, invece, dopo qualche settimana riuscì a fuggire. La giornata del tre fu decisiva per dare un’impronta di nuovo tipo alla sommossa antifrancese scoppiata in Ortona. Colui che più degli altri spinse verso questo nuovo corso fu il barone Armidoro de Sanctis, unica personalità che emerge, con sufficiente chiarezza, dalle vicende di quelle settimane. Era certamente un uomo di autorità morale e civile: il due Febbraio intervenendo presso la massa, ormai in preda all’ebbrezza, aveva salvato il francese Luis Pecul, evitandone il massacro. Ma laddove Armidoro dimostrò la sua abilità di fondo fu nel consiglio che dette in quel frangente del tre, la mattina: convocare a parlamento i cittadini di Ortona. Pur con gli ovvi limiti dovuti all’età, si può affermare che la convocazione di un’assemblea generale di tutti i cittadini fu un atto di democrazia che poco o niente aveva a che fare con i metodi spicciativi dei sanfedisti borbonici e reazionari, oppure con i metodi elitari degli illuministi francesi. Riuniti nella antica chiesa di San Francesco, il pubblico parlamento dei cittadini ortonesi discusse la situazione che si era creata e pose le sue decisioni; che non furono di pochi o da pochi imposte, ma furono di tutti, e poi tutti le attuarono: e molti pagarono con la vita la scelta fatta. Si decise soprattutto: < di non ricevere più masse straniere, e soltanto guardarsi la città con paesani >, praticamente bisognava resistere ai sanfedisti violenti e assassini, e ai francesi. Bocache così testimonia la decisione: < si congregò pubblico parlamento e fu resoluto di non riceversi più masse straniere, e soltanto guardarsi la città da paesani con chiudersi tutte le quattro porte, due a catenaccio, e due a terrapieno, quelle cioè del Carmine, e quella di Santa Maria de minori osservanti. Si designarono due deputati, Francesco Bisignani e Tommaso Napolioni, artieri di professione, per assistere al taglio delle strade acciò s’impedisse il passaggio di cannoni che venir potevano o dalla volta di Chieti o da quella di Pescara dove si trovavano i francesi >. La struttura municipale, autonoma, ben salda, rimase un punto di riferimento in quelle circostanze molto difficili: il potere centrale borbonico era sfaldato, lo Stato, come tale, non esisteva. Ma gli ordinamenti municipali continuarono a sopravvivere: il Mastrogiurato mantiene l’ordine nella città, il Parlamento si riunisce e decide. Decisero quindi di far da soli. Una decisione coraggiosa, visti i tempi; avventata anche, conoscendo la forza dell’esercito francese e la debolezza delle proprie difese; eppure, non chiesero aiuto alle masse forestiere; sarebbe stata più facile la difesa, avendo Ortona 2000 combattenti, e non solo 3-400 uomini. Ma la decisione presa dall’assemblea di far da soli, fu mantenuta : e così una cittadina di 4000 abitanti circa, di cui non più di 5-600 potevano essere gli uomini atti alle armi, si apprestava a resistere all’esercito che allora era considerato il più forte del mondo. La città era circondata dalle mura che Caldora aveva edificato circa 370 anni prima, le condizioni erano pessime. Bucciarelli scrisse : < la città non solo non era protetta da veruna moderna fortificazione, ma le vecchie sue opere… erano ancor più rovinate dalla vecchiezza e dalla negligenza in maniera, che co’ fossi riempiti, colle contrascarpate appianate, e co’ terrapieni sfondati non potevano resistere a’ colpi delle artiglierie; si approntarono 35 scale per poggiarle alle dirute mura, avanzi di venerabile antichità, perché dai merli e dai fori si potesse ferire senza essere offesi >. < Uscì pertanto pubblico bando che tutti i contadini si portassero con le zappe ed altri strumenti nei destinati luoghi – luogo detto la Peticcia un quarto di miglio lontano dalla città- , e nel giro di circa mezz’ora trecento e più persone impiegate fecero una gran voragine con le sponde dall’uno all’altro lato capaci di impedire qualunque passaggio > (Bocache). Le armi erano molto poche e vecchie : < Cinque e non più vecchi cannoni di ferro e due piccoli cannoncini di bronzo presi ad un legno straniero venuto per commerciare nel porto. Di peggio, erano ancor pochi i fucili, giacchè in diverse occasioni le armi da fuoco, ed ancor quelle da taglio si erano consegnate alla Corte o per dono gratuito, o per forzosa richiesta ad uso delle truppe reali. La monizione poi era arcipochissima > (Bucciarelli).
< In ogni porta fu fissata la sentinella, cioè un artigliere per lo cannone e ‘l paesano per indagare ed impedire ogni sinistro evento >. < Si stabilì la gran guardia nel centro della piazza colle reali imprese con montarvisi la guardia formalmente a suon di tamburo come fosse truppa regolare, e con riceversi rapporti ogni 24 ore >. Di seguito Armidoro de Sanctis invia Bartolomeo Primavera con una barca a Barletta, per trovare e comprare munizioni; sfortunatamente: < ..la esecuzione riuscì infelice perché non meno detta città di Barletta che altri luoghi della Puglia si erano democratizzate e corsi pericolo più volte di perdere la vita per le mani dei ribelli senza ottinere lo effetto..>. Ortona, quindi, con pochi cannoncini, con vecchi schioppi e fucili, con scarsissime munizioni, senza chiamare rinforzi, si apprestava a sostenere l’assalto francese. Il quale esercito era in armi nella fortezza di Pescara e quanto prima avrebbe marciato contro Ortona, la cittadina più vicina. Infatti, appena ricevuti rinforzi dalle Marche, continuarono a reprimere le rivolte filoborboniche. Il generale Luis Coutard, con 2000 uomini, un notevole parco di artiglieria e squadroni di cavalleria, partì da Pescara probabilmente il 17 Febbraio, passando per Francavilla dove sostò e giunse in Ortona all’alba del 18. < con auspizi cotanto, a dir vero, sinistri, e disfavorevoli, chi non avrebbe pensato che Ortona avesse dovuto deporre l’idea di difendersi, e di misurarsi contro una gente stimata irresistibile, per la comune esperienza di una guerra sì lunga, e sì complicata, cui o subito, o in poco di ore piazze d’armi rispettabili, e rinomati per lunghi assedi sostenuti in altre occasioni, avevano aperte le porte, benché con minore forze investite? Chi si sarebbe immaginato che sola avesse osato irritare alcun poco una nazione, il cui semplice nome era diventato il terrore e lo spavento d’Europa? Non avrebbero, gli ortonesi, forse non solo non ricusare, non solo gradire, ma chiedere, ma implorare a qualunque costo la pace?> (Bucciarelli). Dal racconto di Bocache emerge che i francesi di notte, o poco prima del chiarore, erano giunti davanti ad Ortona, se è vero che alle sei o poco più gli artiglieri di guardia al torrione e al Carmine fecero fuoco. Evidentemente i francesi avevano già circondato in parte la città: l’assalto della mattina del 18 colse un po’ di sorpresa. Comunque i colpi di cannone e il rullio di tamburi svegliarono tutti. < Facendo fuoco e gittando granate reali dal torrione di essa offendè molti nemici, in guisa tale che per questa valida difesa, come pure perché il popolo con circa 35 scale era salito dentro le mura della città facendo anco essi fuoco, i francesi ebbero ordine dal di loro comandante di retrocedere, sul supposto che una difesa così prontanea non fosse opera della sola massa, ma piuttosto di truppa regolare e numerosa abile a fargli petto > (Bocache).
Mentre i francesi si ritirano di qualche centinaio di metri, ad Ortona si fecero suonare tutte le campane per richiamare l’intera popolazione alle armi. Il capitano francese allora si rese conto che dentro le mura non vi era un esercito regolare ma solo il popolo e male organizzato; ordinò, quindi, un nuovo attacco. Respinto anche questo nuovo tentativo offensivo dei francesi, il comandante Coutard si pose egli stesso con altri ufficiali a cavallo, alla testa di essi, ma all’approssimarsi verso la porta del Carmine, Francesco Lopez che difendeva quella porta, gettò una granata reale e ferì due ufficiali e ne uccise altri due. Vedendo ciò, il comandante, sceso da cavallo depose la spada, quindi fermatosi nel mezzo della piazza del Carmine, fece segno con un fazzoletto bianco e con le braccia in croce sul petto, di accordar loro la pace e perdonare a tutti, riconoscendo quella popolazione come amica. La pace, però, non ci fu. Probabilmente gli animi erano troppo agitati: coraggio ed incoscienza fecero respingere l’invito di una capitolazione ragionevole. < Al contrario però il nominato generale ebbe per tutta risposta una scarica di cannone, che al fianco gli uccise un uffiziale di rango. Allora convinto il generale dell’animo degli assediati, dato il segnale di attacco, investì la città da per ogni lato, con tutta l’arte di guerra fulminandola col cannone, gittandovi non poche bombe, e facendo avanzare le soldatesche col fucile alla mano, onde scemar sulle mura il numero dei suoi difensori; ma loro non giovò neppure un simil ripiego. Allora raddoppiarono i loro sforzi i francesi e non curanti, come già sono, della vita, adopraron ancor essi con tal successo il fucile, che ne cadde degli assediati a questi colpi più d’uno, e tra gli altri uno, che da dentro la torretta della porta del Carmine lanciava sopra di essi granate, rimasto semivivo dopo il loro ingresso a colpi di baionetta miseramente trafitto > (Bucciarelli) . I francesi, tuttavia, nonostante il massiccio uso dell’artiglieria e l’assalto dei fanti con fuoco vivissimo non riuscivano a superare le mura : ciò significa che la massa dei cittadini sulle mura era notevole e si rispondeva al fuoco francese con una certa intensità. La battaglia durò almeno due ore, dopo il primo assalto e l’offerta di capitolazione; verso le dieci, quindi, era ancora in corso. Poi le cose cominciarono a cambiare, non per il coraggio venuto meno né per lo scarseggiare delle munizioni, quanto per la impreparazione tecnico-militare. Intanto qualche giacobino repubblicano dall’interno della città cercava di dare una mano ai francesi tirando fucilate addosso agli ortonesi che stavano sulle mura.
I francesi, però, non riuscendo a superare d’assalto le mura, pensarono di provare dalla via del mare. Probabilmente seguirono la cimosa litoranea che dal Peticcio-scalo correva lungo il mare e risalirono dalla marina verso la porta del castello. Certamente gli ortonesi avranno pensato che i francesi, non disponendo di barche, non avrebbero potuto assalirli via mare. Inoltre, era molto difficile, a causa delle frane, che una moltitudine di soldati risalisse dalla marina attraverso la porta del castello. < I francesi non solo entrarono dalla porta del mare, ma corsero per le mura dove erano le predette scale e facilitarono l’ingresso al resto della truppa quivi rimasta ad arte…i francesi s’impossessarono dei cannoni inchiodandoli ed impossessandosi della gran guardia e questo alle ore 16 di detta mattina (poco dopo le dieci) dopo quattro ore di resistenza ….i paesani che combattevano nelle due altre porte della città, nulla spendo dell’ingresso dei loro nemici, furono improvvisamente assaliti, motivo per cui si diedero a precipitosa fuga dispersi in vari luoghi (Bocache). Seguirono dei combattimenti per le vie cittadine, numerose furono le scaramucce, ma la caduta della città era segnata. Tuttavia la resistenza fu notevole, al di là di ogni logica aspettativa, sia per la durata che per la consistenza dei combattimenti. Le vecchie mura dimostrarono di essere un baluardo ancor valido; i piccoli cannoncini e le poche armi a disposizione furono utilizzati al massimo; l’accanimento ed il valore dei difensori furono lodati dai cronisti dell’epoca e, in un certo senso, apprezzati anche dai francesi. Il 19 Febbraio nella piana davanti a Porta Caldari, si presentarono i sanfedisti, per tentare qualche azione militare contro i francesi che stavano dentro le mura di Ortona. Questo tentativo fu piuttosto inconsistente, visto che le bande furono respinte molto facilmente dai francesi; ciò dimostra quanto, la colonna che aveva assalito e occupato Ortona il 18, fosse forte, accompagnata da un notevole parco di artiglieria e da squadroni di cavalleria: la stessa colonna, infatti, pur dopo aver subito perdite in Ortona, avanzerà verso Lanciano e si avvierà ad assalire Guardiagrele.
< Sedato ogni rumore uscì ordine dal savio Coutard di spurgarsi la città da’ cadaveri che in gran numero vi erano, furono tutti umati e coperti con dodici salme di calcina viva. Ad un’ora di notte, fu derubata la testa d’argento di San Tommaso con dentro la reliquia insigne. Si vuole, però, che in Lanciano fosse stata venduta e ridotta in verghe d’argento > (Bocache). La mattina del 20 ( dopo il saccheggio della città e la sepoltura dei morti) i francesi partirono da Ortona per Lanciano, arrivati a San Leonardo il comandante Coutard ordinò la rivista generale per vedere la perdita degli uomini. < trovò il numero de’ morti ammontare a 300 e 16 feriti; inviperì, saputo questa perdita, e voleva tornare indietro per mandare Ortona a ferro e fuoco. Colla prudenza ed umanità dell’altro comandante della piazza di Pescara, il quale lo richiamò alla parola d’onore per cui avendo dato il generale perdono non conveniva venire alla vendetta. I feriti furono con due barchette mandati a Pescara. E fu dato ordine che i nove prigionieri de’ quali si disse essersi portati alla gran guardia, fossero all’istante fucilati e che nello spazio di due giorni si dovesse mandare in Pescara la contribuzione di 2mila ducati in pena, e che fossero rimasti in ostaggio molti gentiluomini della città>.
Il Febbraio violento del 1799 concluse un secolo di vita, per Ortona, ricco senz’altro di progresso e di dinamismo sociale e civile: al di là del giudizio storico sul significato della rivoluzione sanfedista, l’episodio del Febbraio 1799 dimostrò che nella popolazione ortonese esistevano valori civili e politici che seppero, nel momento decisivo, dare coraggio a decisioni difficili, vissute con determinazione.