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Erano recidivi

La Vandea

di Renato Cirelli


1. Un fatto divenuto un simbolo

Il termine «Vandea», grazie alla storiografia filo-rivoluzionaria, è divenuto sinonimo di rivolta reazionaria e di resistenza contro l’affermarsi del progresso, che hanno come protagoniste popolazioni contadine ignoranti, sobillate da clero e nobili, che utilizzano il fanatismo religioso per scopi in realtà riconducibili ai loro interessi e privilegi di classe. Questa interpretazione non ha potuto essere adeguatamente controbilanciata dalla storiografia filo-vandeana, perché, a tutt’oggi, gli storici di parte rivoluzionaria hanno praticato l’occultamento dei fatti e imposto la damnatio memoriae nei confronti dei protagonisti, quindi anche dei valori che stanno all’origine della rivolta vandeana.

2. I motivi della rivolta

Il territorio indicato come Vandea Militare è situato nella Francia Occidentale, sulla costa atlantica, con un’estensione di circa 10.000 kmq e con una popolazione, all’epoca, di ottocentomila abitanti. Non si tratta di una regione povera e marginale, ma la sua ricchezza e la sua popolazione sono superiori alla media francese, così come la ricchezza e la popolazione francesi sono superiori alla media europea del tempo.

Gli abitanti della regione sono noti per l’attaccamento alle consuetudini e alle libertà locali, oltre che per un radicato sentimento religioso, segnato dalla predicazione di san Luigi Maria Grignion di Montfort (1673-1716), che aveva combattuto lo scetticismo del tempo soprattutto con la devozione mariana.

Alla fine del secolo XVIII l’Ovest, come tutta la Francia, patisce gli esiti di un processo di centralizzazione che si è sempre più sviluppato a partire dal regno di Luigi XIV di Borbone (1638-1715).

Il costo di questa politica è la causa principale della voracità statale in materia fiscale e una delle conseguenze del governo dei ministri illuministi, sì che fra il 1775 e il 1789 la pressione fiscale diventa sempre più sostenuta e male sopportata da tutti.

Quando, per avviare una riforma generale che affronti il problema fiscale e il deficit dello Stato, vengono convocati da re Luigi XVI di Borbone (1754-1793) gli Stati Generali l’assemblea costituita dai rappresentanti del clero, della nobiltà e della borghesia , anche dalla Vandea arrivano i cahiers de doléance, raccolte di rimostranze e di petizioni che esprimono, insieme a un profondo attaccamento alla monarchia, anche una serie di proteste contro il sistema di imposizione fiscale, i suoi abusi e la sua irrazionalità.

I vandeani auspicano, quindi, un rinnovamento e con questo spirito mandano a Parigi i loro rappresentanti, perché se ne facciano portavoce presso il sovrano. E la disillusione è tanto più cocente quanto più grande è stata la speranza.

Diventa sempre più chiaro, e non solo in Vandea, che a Parigi non si lavora alle sperate riforme, ma a emanare leggi destinate ad aumentare il potere coercitivo delle amministrazioni, a colpire la Chiesa e le tradizioni religiose del popolo in una inquietante accelerazione distruttiva.

La confisca e la vendita dei beni ecclesiastici, che avvantaggia solo borghesi e nobili, e l’introduzione della Costituzione Civile del Clero, nell’estate del 1790, creano un diffuso malcontento, al quale le autorità rispondono con insensibilità, con incapacità di governo e con una crescente repressione, che sfocia nell’irrimediabile frattura fra le popolazioni e i pubblici poteri.

Gli avvenimenti precipitano nel 1793. La rottura provocata dalla Costituzione Civile del Clero, che pone le basi di una rivolta di natura religiosa, si consuma con la notizia che il 21 gennaio 1793 re Luigi XVI è stato ghigliottinato, e si manifesta quando il Governo di Parigi ordina in tutta la Francia l’arruolamento di trecentomila uomini da mandare al fronte.

3. La guerra contro-rivoluzionaria

La rivolta scoppia perché la popolazione della Vandea rifiuta di abbandonare le case per andare a morire per una repubblica che considera illegittima, colpevole di perseguitare la religione, di aver assassinato il sovrano legittimo e di aver inasprito la crisi economica.

Già dal 1790, a causa delle tasse e in difesa dei sacerdoti detti «refrattari», cioè quelli che non avevano giurato fedeltà alla Costituzione, scoppiano un po’ dovunque tumulti e la Guardia Nazionale, più di una volta, non esita a sparare sulla folla.

Anche in altre regioni della Francia scoppiano rivolte, però ovunque la Repubblica le soffoca più o meno rapidamente, perché sono improvvisate, mancano di coordinamento e di decisione. Ma in Vandea, nel marzo del 1793, inizia un’insurrezione generale, annunciata dal suono delle campane a martello di tutte le chiese. Gli insorti si organizzano militarmente sulla base delle parrocchie e costituiscono un’Armata Cattolica e Reale di molte decine di migliaia di uomini, guidati da capi che essi stessi si sono scelti e che spesso, specie fra i nobili, sono restii a farsi coinvolgere.

Jacques Cathelineau (1759-1793), vetturino, è l’iniziatore della sollevazione e viene eletto primo generalissimo dell’Armata vandeana; muore in battaglia a trentaquattro anni. Il marchese Louis-Marie de Lescure (1766-1793) è un ufficiale che gli insorti liberano dalla prigionia, ed egli ne diviene un capo autorevole; quando muore in combattimento, a ventisette anni, gli viene trovato addosso il cilicio. Henri du Vergier de la Rochejaquelein (1772-1794) è eletto generalissimo a soli ventuno anni; Napoleone Bonaparte (1769-1821) ne esalterà il genio militare. Jean-Nicolas Stofflet (1753-1796), guardiacaccia, si rivela un formidabile tattico e non accetterà mai di arrendersi. François-Athanas de la Contrie (1763-1796), detto Charette, è un ufficiale di marina «costretto» a diventare un capo leggendario dagli insulti dei contadini che lo traggono da sotto il letto, dove si è nascosto per sottrarsi alle loro ricerche; muore fucilato. Vi è anche chi è prelevato a forza e portato in battaglia sulle spalle dei contadini. Fra le poche eccezioni vi è Antoine-Philippe de la Trémoille, principe di Talmont (1765-1794), che torna dall’esilio per mettersi alla testa della cavalleria, unico dei grandi signori di Francia a combattere e a morire con i vandeani.

Vittorie e sconfitte si alternano fino allo scacco di Nantes e alla sconfitta di Cholet, nell’autunno del 1793. L’Armata Cattolica e Reale decide, allora, di attraversare la Loira e di raggiungere il mare in Normandia, dove pensa di trovare la flotta inglese. Ma all’arrivo gli inglesi non vi sono e i vandeani, con le famiglie al seguito, ritornano sui propri passi, inseguiti dai repubblicani che li sconfiggono in una serie di scontri, che si risolvono in carneficine dove gli insorti, donne e bambini compresi, vengono sterminati a migliaia.

4. La repressione rivoluzionaria

Nel gennaio del 1794 la Repubblica ordina la distruzione totale della Vandea. Spedizioni militari punitive, dette «colonne infernali», attraversano la regione facendo terra bruciata e perpetrando il genocidio della popolazione, con una metodicità e con strumenti da «soluzione finale», che anticipano gli orrori del secolo XX; né mancano intenti di controllo demografico.

Parallelamente inizia la campagna di scristianizzazione del territorio e il Terrore rivoluzionario si abbatte sulle popolazioni con la più dura delle persecuzioni mentre gli imprigionati, i deportati in questo periodo viene inaugurata la colonia penale di Caienna, nella Guyana , le esecuzioni di ogni tipo sono in un numero imprecisato. Nel febbraio del 1794 la Vandea insorge ancora e conduce una spietata guerra di guerriglia, che mette la Repubblica alle corde. Finalmente, nel febbraio del 1795, a La Jaunnaye, i capi vandeani firmano una pace con la quale il Governo di Parigi s’impegna a riconoscere la libertà del culto cattolico, concede l’amnistia, un’indennità di risarcimento e, a quanto pare, in alcuni articoli segreti, s’impegna a consegnare ai vandeani il figlio di Luigi XVI, prigioniero nella Torre del Tempio di Parigi. Però, in seguito al mancato rispetto degli accordi, nel maggio del 1795 Charette e altri capi riprendono le armi, ma questa volta l’insurrezione non ha l’ampiezza della precedente, anche perché è grande la delusione per il mancato arrivo di un principe che si metta alla testa degli insorti; mancato arrivo di cui sono responsabili anche gli intrighi inglesi.

La guerriglia continua senza speranza fino alla cattura e alla fucilazione di Charette, nel marzo del 1796. Il tentativo di sbarco a Quiberon da parte di settecentocinquanta «emigrati» persone che hanno lasciato la Francia dopo gli avvenimenti del 1789 , molti dei quali ufficiali di marina cui l’Inghilterra ha promesso aiuto e appoggio militare, si conclude in un disastro. Traditi, cadono nelle mani dei repubblicani, che promettono loro la vita in cambio della resa e invece li fucilano; tutto finisce in una tragica Baia dei Porci ante litteram.

Con la morte di Charette si conclude l’epopea vandeana. Vi sarà un’altra insurrezione negli anni 1799 e 1800, guidata dai capi vandeani superstiti e da George Cadoudal (1771-1804) in Bretagna; poi ancora nel 1815, durante i Cento Giorni napoleonici; e, infine, l’ultimo episodio sarà la fallita insurrezione legittimista contro il governo liberale di Parigi nel 1832.

5. Il costo della guerra

Anni di guerra e di guerriglia spietata, ventuno battaglie campali, duecento prese e riprese di villaggi e di città, settecento scontri locali, centoventimila morti di parte vandeana, numerosissimi di parte repubblicana, la regione completamente devastata: queste sono le cifre impressionanti che molti cercano di nascondere.

Quella che Napoleone ha chiamato una lotta di giganti è una guerra popolare, cattolica e monarchica, che i vandeani hanno condotto diventando coscientemente un ostacolo all’affermazione del primo grande tentativo di repubblica rivoluzionaria e totalitaria della storia moderna. Per questo la Vandea ha pagato con un terribile genocidio, seguito dal silenzio di chi si riconosce nell’albero ideologico della Rivoluzione francese.

6. La vittoria dei vinti

Il riconoscimento dei sacerdoti fedeli a Roma, il ristabilimento del culto cattolico e infine, con tutti i suoi limiti, il Concordato Napoleonico del 1802 sono da molti ascritti a merito anche del sacrificio dei vandeani. Questa, in ultima analisi, può essere definita la grande vittoria dei vinti. Vinti in questo mondo, dal momento che molti di questi martiri sono stati elevati alla gloria degli altari dalla Chiesa.

Quindi, questa è la ragione per cui, fuori dal linguaggio corrente della storiografia, il termine «Vandea», al di là del suo contesto storico, ha valenza positiva, esempio e sinonimo di contrapposizione radicale ai princìpi rivoluzionari dell’epoca moderna, e difesa e proposizione dei valori sui quali si fonda la civiltà cristiana; perciò termine contro-rivoluzionario perché esprime non solo ostilità alla Rivoluzione in tutti i suoi aspetti, ma anche sostegno dei princìpi cristiani, che sono a essa radicalmente contrari.

Erano recidivi

Ortona, Febbraio 1799

di Antonio Falcone


Ricostruire quelle giornate è impresa ardua, mancano molti documenti, andati persi durante l’assalto al Palazzo Comunale del 19 Aprile 1885. Sono disponibili documenti relativi al periodo 1793/1800, presso l’Archivio Parrocchiale; l’Onciario del 1751 e del 1796, presso la Biblioteca Comunale; altra fonte è costituita dagli atti notarili presso gli Archivi di Stato.
Il Re Ferdinando IV di Borbone, sul trono del Regno di Napoli dal 1759, impaurito e sconvolto dalla rivoluzione francese, aveva portato il Regno su posizioni reazionarie, sino a dichiarare guerra alla Francia repubblicana, nel Novembre 1798. Dopo i primi successi iniziali, i borbonici furono sconfitti dai francesi, i quali già in Dicembre invadevano l’Abruzzo e successivamente costringevano il Re alla fuga. Le popolazioni contadine, davanti alla realtà del loro paese invaso da stranieri, davanti ai capi che fuggivano, insorsero con violenza, in un movimento essenzialmente spontaneo che fu chiamato “sanfedismo”, dalla santa fede cristiana che molti dicevano di voler difendere contro l’ateismo dei francesi rivoluzionari. I contadini erano favorevoli al Re borbonico, anche perché le riforme della seconda metà del ‘700 avevano alleggerito i vari “pesi” che su di essi e sulle loro proprietà gravavano da sempre, specialmente da parte della nobiltà. Migliaia furono i morti nella insurrezione antifrancese in Abruzzo, con distruzioni, incendi, saccheggi, stupri, assassinii inutili in massa: centinaia di contadini-prigionieri fucilati perché non potevano essere trasportati facilmente a Napoli, ecc. I francesi, molto più forti sul piano militare e organizzativo, erano ostacolati dalle masse che li affrontavano ovunque, ma che sapevano in genere scegliere anche i luoghi adatti ad agguati. Le popolazioni, eccetto una minoranza filogiacobina, appoggiavano direttamente e indirettamente gli insorgenti. Un aiuto particolare venne agli insorti dalle condizioni della loro terra, dove strade ben fatte e ponti erano una cosa piuttosto rara. Basta leggere le cronache d’epoca per rendersi conto come era difficile spostarsi da un paese ad un altro: i battaglioni francesi, con le artiglierie e le salmerie, impiegavano molto tempo nei loro spostamenti, e, in questo, gli insorti erano favoriti.
Occupata la città di Ortona il 28 Dicembre 1798, i francesi vollero con Bourdelier sistemare ” democraticamente ” (così sostenevano) il governo della città. Abolito l’antico governo, elessero alcuni “municipalisti” con il compito di amministrare Ortona. Furono eletti in cinque, appartenevano alla nobiltà come il barone Armidoro de Sanctis e alla borghesia, come Michele Onofrj, Giuseppe Bernardi e Tommaso Berardi. Il cavaliere Francesco de Luna apparteneva ad un’antica famiglia spagnola venuta in Ortona probabilmente agli inizi del secolo, in quanto Salzano de Luna era stato nominato “ministro portolano” ossia comandante di tutta la costa abruzzese e molisana, sino alla Capitanata, con sede in Ortona, dove esisteva il porto più importante della zona. I cinque municipalisti dovettero amministrare quel poco che potevano nel mese di Gennaio 1799, mentre in tutto l’Abruzzo iniziavano le insurrezioni popolari contro i francesi. In quel mese, con un clima freddissimo e quindi con problemi non facili per gente essenzialmente povera, Ortona “democratizzata” visse qualche settimana di relativa calma. Ma le “masse” (così le cronache del tempo chiamavano le bande di insorti filoborbonici), specialmente nella zona del lancianese, incitate da alcuni sacerdoti (tra cui Giuseppe Lanza di Fossacesia), presero le armi ed insorsero, raggruppandosi in bande piuttosto decise e violente. Soprattutto contadini di Casalbordino, Rocca S. Giovanni, Torino di Sangro, San Vito, Frisa, Canosa, Crecchio. A questo proposito, è molto probabile che anche “masse” di Caldari e dintorni si unissero ai sanfedisti filo-borbonici. Indirettamente ne troviamo conferma in un verbale del Consiglio del 24 Febbraio 1811, redatto a proposito della richiesta di alcune Ville ortonesi di staccarsi dal centro urbano. <E’ dell’interesse privato di tali villaggi (Caldari, Rogatti o Ruatti e Torre) come rivoluzionari siano segregati da questo Comune. Nel 1799 al 1° di Febbraio, li capi delle descritte ville unite alle masse delli Comuni convicini si portarono in questa città anch’essi armati per eseguire la rivoluzione fra loro combinata, come in effetti vi riuscirono, commettendo dei massacri ed incendiando l’archivio della Corte locale nascosero le procedure dei loro misfatti. Essi non han deposto le di loro grave mire, giacchè nel dì dodici dell’andante (mese) che sentirono il cannoneggiamento de’ nemici per mare, sono accorsi con accetti e sacchi, supponendo occupato questo Comune da nemici e così profittare coll’unione di essi nel saccheggio e nella rapina..>. L’episodio si riferisce ad un’azione navale degli inglesi del 12 Febbraio 1811, durante le guerre napoleoniche. Trecento inglesi sbarcarono nel porto di Ortona, per prendere alcune barche di grano e distruggere la città, ma dopo alcune ore di combattimenti furono messi in fuga dai legionari e dai cittadini. Il 31 Gennaio e il primo Febbraio 1799, in Ortona alcuni filo-borbonici diedero inizio a sommosse antirepubblicane. I primi agitatori furono sei, secondo la testimonianza di Uomobuono delle Bocache: Filippo la Fazia, artigiano di S.Vito, giunto in Ortona il 31 Gennaio per agitare le acque, lo speziale Pasquale Torrese, originario di Canosa, ma da anni abitante in Ortona, il campagnolo Vincenzo Rapino, il notaro Vincenzo Recchini, lo studente Gaetano Gianvito, e il chierico Tommaso Cieri. La sommossa del 1 Febbraio ha carattere spontaneo non organizzato. Probabilmente il solo la Fazia aveva esperienze di sommosse e sapeva bene quello che voleva; il tutto però, prese una piega violenta e sanguinaria. Il caso volle che fosse in Ortona, quel primo Febbraio, un commissario francese, Luis Pecul, che da Pescara era venuto in Ortona per trovare vino e viveri per la fortezza, dove stazionavano le truppe francesi. Insieme con lui era un giacobino pescarese, Cristofaro Basile. Erano presenti in Ortona, per caso, anche due giacobini di Vasto, i municipalisti Filippo Tambelli e Paolo Codagnone, i quali, fuggiti via mare alla volta di Pescara, per il contrario vento dovettero approdare ad Ortona. Furono tutti condotti in prigione, insieme ad un giovane ortonese Alterisio Magnarapa che era interprete per trattare coi francesi gli interessi di Ortona. Il buio della notte impedì ad alcuni facinorosi di tentare violenze ai danni dei prigionieri e di famiglie giacobine o credute filofrancesi. Vi era inoltre il Mastrogiurato che pattugliava le vie del centro urbano con gruppi di cittadini armati, per mantenere l’ordine. Le masse sanfediste, come avvenne in tante altre parti, dopo essersi impadronite della città, avrebbero compiuto violenze e saccheggi. In Ortona , la sera del primo Febbraio, questo non avvenne.
Verso le 11,30 del due Febbraio arrivarono a Porta Caldari diverse centinaia di sanfedisti, forse un migliaio. Circa 300 erano quelli di S.Vito e dintorni, guidati da Filippo la Fazia, poi c’erano quelli di Frisa, circa 400 guidati da Coladamo Colacioppa; erano presenti anche sanfedisti di Fossacesia, Rocca, Guardiagrele, e di Caldari, secondo il cronista De Chiara. La presenza di una massa armata di un migliaio di uomini, piuttosto violenti e spicciativi, preoccupava tutti gli ortonesi. Dopo varie celebrazioni, verso le tredici tutte le masse erano nella piazza principale. Furono portati fuori dai magazzini i sette cannoni di cui c’era disponibilità in città. C’era un certo fermento in piazza: la folla era immensa, l’eccitazione notevole. Nel palazzo di città, il tenente Morelli, aiutato da Carlo di Pietro e qualche altro, preparava le cartucce e le polveri per i cannoni. Improvvisamente, corse voce che chi preparava le cartucce era un giacobino traditore: la folla, urlando, salì nel palazzo comunale. Così Bocache descrive l’assalto: <tutta la massa straniera si pose sopra l’arme, e salita nella cancelleria arrestaron il detto capitano (Di Pietro) e sargente vestiti dell’uniforme reale e lo calarono nel carcere dove erano detenuti gli infelici Vastesi e Basile. Raddoppiarono le sentinelle dentro e fuori, fecero la consegna all’officiale di guardia vita per vita, e di nuovo rimontati nella detta cancelleria cominciarono a buttare dalle finestre tutte le scritture esistenti in essa, ed in quella del Civile contigue tra loro, le devastarono in modo che vi rimasero unicamente le mura. Fatto ciò, accesero nel mezzo della piazza un gran fuoco e incendiarono il tutto con dispiacere universale per le carte antiche, e famosi documenti che colà vi erano. Se ne risentì la massa ortonese a questi accessi, ma gli accaniti forestieri senza replicar parola incominciando a far fuoco costrinsero la massa ortonese a darsi alla fuga salvandosi dentro le rispettive case>. La perdita di quei documenti antichi bruciati il due Febbraio è stata gravissima. Tutti i verbali dei consigli precedenti il 1584 sono oggi perduti; pergamene, manoscritti di eccezionale valore storico-documentario furono bruciati; tutte le testimonianze di età ricche per Ortona, come quella Sveva, furono irrimediabilmente perdute. Evidentemente, la distruzione del proprio Palazzo comunale ed esattamente di quello che vi era dentro causò una reazione da parte degli ortonesi. Dovettero esserci discussioni a dir poco violente, se la massa forestiera alla fine “fece fuoco”, e gli ortonesi, in minor numero, dovettero ritirarsi. Nel pomeriggio del due Febbraio, circa mille uomini sanguinari e violenti erano padroni della città. La violenza cominciava. Così la descrive Bocache:< Rimasta sola la massa straniera, cacciarono dal carcere il capitano e il sargente facendoli accostare in faccia al muro sotto la merlina e gli scaricarono due colpi di fucile. il solo capitano cadde morto, ed il sargente che aveva scampato il primo orribile periglio fattosi animo si cavò di sacca uno stile e voltatosi verso quello che aveva ucciso il capitano era in procinto di privarlo di vita, ma corsogli dietro uno della massa con un colpo di accetta lo fè cadere semivivo. Accorsero altri con altri colpi gli aprirono il cranio e si notò che uno di essi dato il piglio al cerebro interiore ci si unse le scarpe, ed a colpi di calci spingendo gli altri due corpi di quegli innocenti li buttarono in quell’accesa voragine di fuoco eruttando infinite bestemmie. Dopo questo scellerato entusiasmo che ferì il cuore di tutti gli ortonesi, tornarono nella carcere cavarono l’impallidito signor Codagnoni del Vasto lo spogliarono facendolo rimanere in camicia e calzonetti, lo situarono nel detto muro gridando con confuse lacrime di volersi confessare, ma non udite le sante richieste dell’infelice all’istante lo fucilarono e lo trascinarono ad ardere nel detto fuoco. Si avviarono quindi per prendere il signor Tambella e con esso fare lo stesso sacrificio, lo trassero sino alla merlina, ma egli intrepido e coraggioso si diede alla fuga in mezzo a quella popolazione e voltando per la via di S. Francesco prese la direzione della marina, si precipita per la dirupata collina che guarda il mare chiamata della ripa grande, e nella caduta si spezza una gamba. La dove cadde, le palle lo finiscono. Similmente estratto dal carcere Cristofaro Basile lo strascinarono, e vivo lo buttarono nello stesso fuoco, e colà gli scaricarono addosso molti colpi di fucile fino alla consumazione del cadavere>. Era rimasto in prigione il giovane ortonese Magnarapa, l’interprete. Egli si salvò dal massacro: <col gittarsi a’ piedi del famoso Coladamo Colacioppo della massa di Frisa, promettendogli di volere svelare tutt’i giacobini del paese. Gli si accordò la grazia, gli tosarono il capo, lo ligarono, e così ligato lo condussero per la città facendosi additare le case rispettive. Egli però da timore sbalordito proferiva i soggetti come gli cadeva in fantasia>. L’indicazione di Magnarapa non ebbe seguito violento perché forse i sanfedisti si accorsero che i nomi indicati non avevano alcun legame con i giacobini. inoltre, si avvicinava la sera inoltrata, con il buio e il freddo.
Nella notte tra il due e il tre Febbraio, ci fu un consulto da parte degli uomini più responsabili della città per concertare il da farsi per salvare Ortona dalla presenza asfissiante della massa forestiera, che spadroneggiava nel centro urbano. La mattina del tre giunse una lettera (falsa) ai capi; era firmata dal capo-popolo Pronio, riconosciuto dai sanfedisti abruzzesi. La lettera letta ad alta voce, ordinava alla massa di non procedere a massacri, ad uccisioni o a saccheggi, ma di accorrere a Ripa Teatina. Di fronte a tale ordine (nessuno capì che era falso), una parte dei sanfedisti partì e si diresse verso il luogo ordinato; altri tornarono nei loro paesi d’origine. Secondo il cronista guardiese, De Chiara, che scrisse a metà dell’800, anche una “massa guardiese” fu in Ortona il due Febbraio. Tornando nel loro centro, portarono con sé il commissario francese Luis Pecul e il giovane ortonese Magnarapa. A metà Febbraio, però, il francese fu giustiziato: questo fu uno dei motivi per cui, poi, Coutard (comandante francese) incendiò Guardiagrele per rappresaglia, il 25 Febbraio. Magnarapa, invece, dopo qualche settimana riuscì a fuggire. La giornata del tre fu decisiva per dare un’impronta di nuovo tipo alla sommossa antifrancese scoppiata in Ortona. Colui che più degli altri spinse verso questo nuovo corso fu il barone Armidoro de Sanctis, unica personalità che emerge, con sufficiente chiarezza, dalle vicende di quelle settimane. Era certamente un uomo di autorità morale e civile: il due Febbraio intervenendo presso la massa, ormai in preda all’ebbrezza, aveva salvato il francese Luis Pecul, evitandone il massacro. Ma laddove Armidoro dimostrò la sua abilità di fondo fu nel consiglio che dette in quel frangente del tre, la mattina: convocare a parlamento i cittadini di Ortona. Pur con gli ovvi limiti dovuti all’età, si può affermare che la convocazione di un’assemblea generale di tutti i cittadini fu un atto di democrazia che poco o niente aveva a che fare con i metodi spicciativi dei sanfedisti borbonici e reazionari, oppure con i metodi elitari degli illuministi francesi. Riuniti nella antica chiesa di San Francesco, il pubblico parlamento dei cittadini ortonesi discusse la situazione che si era creata e pose le sue decisioni; che non furono di pochi o da pochi imposte, ma furono di tutti, e poi tutti le attuarono: e molti pagarono con la vita la scelta fatta. Si decise soprattutto: < di non ricevere più masse straniere, e soltanto guardarsi la città con paesani >, praticamente bisognava resistere ai sanfedisti violenti e assassini, e ai francesi. Bocache così testimonia la decisione: < si congregò pubblico parlamento e fu resoluto di non riceversi più masse straniere, e soltanto guardarsi la città da paesani con chiudersi tutte le quattro porte, due a catenaccio, e due a terrapieno, quelle cioè del Carmine, e quella di Santa Maria de minori osservanti. Si designarono due deputati, Francesco Bisignani e Tommaso Napolioni, artieri di professione, per assistere al taglio delle strade acciò s’impedisse il passaggio di cannoni che venir potevano o dalla volta di Chieti o da quella di Pescara dove si trovavano i francesi >. La struttura municipale, autonoma, ben salda, rimase un punto di riferimento in quelle circostanze molto difficili: il potere centrale borbonico era sfaldato, lo Stato, come tale, non esisteva. Ma gli ordinamenti municipali continuarono a sopravvivere: il Mastrogiurato mantiene l’ordine nella città, il Parlamento si riunisce e decide. Decisero quindi di far da soli. Una decisione coraggiosa, visti i tempi; avventata anche, conoscendo la forza dell’esercito francese e la debolezza delle proprie difese; eppure, non chiesero aiuto alle masse forestiere; sarebbe stata più facile la difesa, avendo Ortona 2000 combattenti, e non solo 3-400 uomini. Ma la decisione presa dall’assemblea di far da soli, fu mantenuta : e così una cittadina di 4000 abitanti circa, di cui non più di 5-600 potevano essere gli uomini atti alle armi, si apprestava a resistere all’esercito che allora era considerato il più forte del mondo. La città era circondata dalle mura che Caldora aveva edificato circa 370 anni prima, le condizioni erano pessime. Bucciarelli scrisse : < la città non solo non era protetta da veruna moderna fortificazione, ma le vecchie sue opere… erano ancor più rovinate dalla vecchiezza e dalla negligenza in maniera, che co’ fossi riempiti, colle contrascarpate appianate, e co’ terrapieni sfondati non potevano resistere a’ colpi delle artiglierie; si approntarono 35 scale per poggiarle alle dirute mura, avanzi di venerabile antichità, perché dai merli e dai fori si potesse ferire senza essere offesi >. < Uscì pertanto pubblico bando che tutti i contadini si portassero con le zappe ed altri strumenti nei destinati luoghi – luogo detto la Peticcia un quarto di miglio lontano dalla città- , e nel giro di circa mezz’ora trecento e più persone impiegate fecero una gran voragine con le sponde dall’uno all’altro lato capaci di impedire qualunque passaggio > (Bocache). Le armi erano molto poche e vecchie : < Cinque e non più vecchi cannoni di ferro e due piccoli cannoncini di bronzo presi ad un legno straniero venuto per commerciare nel porto. Di peggio, erano ancor pochi i fucili, giacchè in diverse occasioni le armi da fuoco, ed ancor quelle da taglio si erano consegnate alla Corte o per dono gratuito, o per forzosa richiesta ad uso delle truppe reali. La monizione poi era arcipochissima > (Bucciarelli).
< In ogni porta fu fissata la sentinella, cioè un artigliere per lo cannone e ‘l paesano per indagare ed impedire ogni sinistro evento >. < Si stabilì la gran guardia nel centro della piazza colle reali imprese con montarvisi la guardia formalmente a suon di tamburo come fosse truppa regolare, e con riceversi rapporti ogni 24 ore >. Di seguito Armidoro de Sanctis invia Bartolomeo Primavera con una barca a Barletta, per trovare e comprare munizioni; sfortunatamente: < ..la esecuzione riuscì infelice perché non meno detta città di Barletta che altri luoghi della Puglia si erano democratizzate e corsi pericolo più volte di perdere la vita per le mani dei ribelli senza ottinere lo effetto..>. Ortona, quindi, con pochi cannoncini, con vecchi schioppi e fucili, con scarsissime munizioni, senza chiamare rinforzi, si apprestava a sostenere l’assalto francese. Il quale esercito era in armi nella fortezza di Pescara e quanto prima avrebbe marciato contro Ortona, la cittadina più vicina. Infatti, appena ricevuti rinforzi dalle Marche, continuarono a reprimere le rivolte filoborboniche. Il generale Luis Coutard, con 2000 uomini, un notevole parco di artiglieria e squadroni di cavalleria, partì da Pescara probabilmente il 17 Febbraio, passando per Francavilla dove sostò e giunse in Ortona all’alba del 18. < con auspizi cotanto, a dir vero, sinistri, e disfavorevoli, chi non avrebbe pensato che Ortona avesse dovuto deporre l’idea di difendersi, e di misurarsi contro una gente stimata irresistibile, per la comune esperienza di una guerra sì lunga, e sì complicata, cui o subito, o in poco di ore piazze d’armi rispettabili, e rinomati per lunghi assedi sostenuti in altre occasioni, avevano aperte le porte, benché con minore forze investite? Chi si sarebbe immaginato che sola avesse osato irritare alcun poco una nazione, il cui semplice nome era diventato il terrore e lo spavento d’Europa? Non avrebbero, gli ortonesi, forse non solo non ricusare, non solo gradire, ma chiedere, ma implorare a qualunque costo la pace?> (Bucciarelli). Dal racconto di Bocache emerge che i francesi di notte, o poco prima del chiarore, erano giunti davanti ad Ortona, se è vero che alle sei o poco più gli artiglieri di guardia al torrione e al Carmine fecero fuoco. Evidentemente i francesi avevano già circondato in parte la città: l’assalto della mattina del 18 colse un po’ di sorpresa. Comunque i colpi di cannone e il rullio di tamburi svegliarono tutti. < Facendo fuoco e gittando granate reali dal torrione di essa offendè molti nemici, in guisa tale che per questa valida difesa, come pure perché il popolo con circa 35 scale era salito dentro le mura della città facendo anco essi fuoco, i francesi ebbero ordine dal di loro comandante di retrocedere, sul supposto che una difesa così prontanea non fosse opera della sola massa, ma piuttosto di truppa regolare e numerosa abile a fargli petto > (Bocache).
Mentre i francesi si ritirano di qualche centinaio di metri, ad Ortona si fecero suonare tutte le campane per richiamare l’intera popolazione alle armi. Il capitano francese allora si rese conto che dentro le mura non vi era un esercito regolare ma solo il popolo e male organizzato; ordinò, quindi, un nuovo attacco. Respinto anche questo nuovo tentativo offensivo dei francesi, il comandante Coutard si pose egli stesso con altri ufficiali a cavallo, alla testa di essi, ma all’approssimarsi verso la porta del Carmine, Francesco Lopez che difendeva quella porta, gettò una granata reale e ferì due ufficiali e ne uccise altri due. Vedendo ciò, il comandante, sceso da cavallo depose la spada, quindi fermatosi nel mezzo della piazza del Carmine, fece segno con un fazzoletto bianco e con le braccia in croce sul petto, di accordar loro la pace e perdonare a tutti, riconoscendo quella popolazione come amica. La pace, però, non ci fu. Probabilmente gli animi erano troppo agitati: coraggio ed incoscienza fecero respingere l’invito di una capitolazione ragionevole. < Al contrario però il nominato generale ebbe per tutta risposta una scarica di cannone, che al fianco gli uccise un uffiziale di rango. Allora convinto il generale dell’animo degli assediati, dato il segnale di attacco, investì la città da per ogni lato, con tutta l’arte di guerra fulminandola col cannone, gittandovi non poche bombe, e facendo avanzare le soldatesche col fucile alla mano, onde scemar sulle mura il numero dei suoi difensori; ma loro non giovò neppure un simil ripiego. Allora raddoppiarono i loro sforzi i francesi e non curanti, come già sono, della vita, adopraron ancor essi con tal successo il fucile, che ne cadde degli assediati a questi colpi più d’uno, e tra gli altri uno, che da dentro la torretta della porta del Carmine lanciava sopra di essi granate, rimasto semivivo dopo il loro ingresso a colpi di baionetta miseramente trafitto > (Bucciarelli) . I francesi, tuttavia, nonostante il massiccio uso dell’artiglieria e l’assalto dei fanti con fuoco vivissimo non riuscivano a superare le mura : ciò significa che la massa dei cittadini sulle mura era notevole e si rispondeva al fuoco francese con una certa intensità. La battaglia durò almeno due ore, dopo il primo assalto e l’offerta di capitolazione; verso le dieci, quindi, era ancora in corso. Poi le cose cominciarono a cambiare, non per il coraggio venuto meno né per lo scarseggiare delle munizioni, quanto per la impreparazione tecnico-militare. Intanto qualche giacobino repubblicano dall’interno della città cercava di dare una mano ai francesi tirando fucilate addosso agli ortonesi che stavano sulle mura.
I francesi, però, non riuscendo a superare d’assalto le mura, pensarono di provare dalla via del mare. Probabilmente seguirono la cimosa litoranea che dal Peticcio-scalo correva lungo il mare e risalirono dalla marina verso la porta del castello. Certamente gli ortonesi avranno pensato che i francesi, non disponendo di barche, non avrebbero potuto assalirli via mare. Inoltre, era molto difficile, a causa delle frane, che una moltitudine di soldati risalisse dalla marina attraverso la porta del castello. < I francesi non solo entrarono dalla porta del mare, ma corsero per le mura dove erano le predette scale e facilitarono l’ingresso al resto della truppa quivi rimasta ad arte…i francesi s’impossessarono dei cannoni inchiodandoli ed impossessandosi della gran guardia e questo alle ore 16 di detta mattina (poco dopo le dieci) dopo quattro ore di resistenza ….i paesani che combattevano nelle due altre porte della città, nulla spendo dell’ingresso dei loro nemici, furono improvvisamente assaliti, motivo per cui si diedero a precipitosa fuga dispersi in vari luoghi (Bocache). Seguirono dei combattimenti per le vie cittadine, numerose furono le scaramucce, ma la caduta della città era segnata. Tuttavia la resistenza fu notevole, al di là di ogni logica aspettativa, sia per la durata che per la consistenza dei combattimenti. Le vecchie mura dimostrarono di essere un baluardo ancor valido; i piccoli cannoncini e le poche armi a disposizione furono utilizzati al massimo; l’accanimento ed il valore dei difensori furono lodati dai cronisti dell’epoca e, in un certo senso, apprezzati anche dai francesi. Il 19 Febbraio nella piana davanti a Porta Caldari, si presentarono i sanfedisti, per tentare qualche azione militare contro i francesi che stavano dentro le mura di Ortona. Questo tentativo fu piuttosto inconsistente, visto che le bande furono respinte molto facilmente dai francesi; ciò dimostra quanto, la colonna che aveva assalito e occupato Ortona il 18, fosse forte, accompagnata da un notevole parco di artiglieria e da squadroni di cavalleria: la stessa colonna, infatti, pur dopo aver subito perdite in Ortona, avanzerà verso Lanciano e si avvierà ad assalire Guardiagrele.
< Sedato ogni rumore uscì ordine dal savio Coutard di spurgarsi la città da’ cadaveri che in gran numero vi erano, furono tutti umati e coperti con dodici salme di calcina viva. Ad un’ora di notte, fu derubata la testa d’argento di San Tommaso con dentro la reliquia insigne. Si vuole, però, che in Lanciano fosse stata venduta e ridotta in verghe d’argento > (Bocache). La mattina del 20 ( dopo il saccheggio della città e la sepoltura dei morti) i francesi partirono da Ortona per Lanciano, arrivati a San Leonardo il comandante Coutard ordinò la rivista generale per vedere la perdita degli uomini. < trovò il numero de’ morti ammontare a 300 e 16 feriti; inviperì, saputo questa perdita, e voleva tornare indietro per mandare Ortona a ferro e fuoco. Colla prudenza ed umanità dell’altro comandante della piazza di Pescara, il quale lo richiamò alla parola d’onore per cui avendo dato il generale perdono non conveniva venire alla vendetta. I feriti furono con due barchette mandati a Pescara. E fu dato ordine che i nove prigionieri de’ quali si disse essersi portati alla gran guardia, fossero all’istante fucilati e che nello spazio di due giorni si dovesse mandare in Pescara la contribuzione di 2mila ducati in pena, e che fossero rimasti in ostaggio molti gentiluomini della città>.
Il Febbraio violento del 1799 concluse un secolo di vita, per Ortona, ricco senz’altro di progresso e di dinamismo sociale e civile: al di là del giudizio storico sul significato della rivoluzione sanfedista, l’episodio del Febbraio 1799 dimostrò che nella popolazione ortonese esistevano valori civili e politici che seppero, nel momento decisivo, dare coraggio a decisioni difficili, vissute con determinazione.

Erano recidivi

Viva Maria 1799

di Giuliano Mignini


1. Un fenomeno di resistenza popolare contro-rivoluzionaria

Il termine “Viva Maria” indica tradizionalmente l’insorgenza tosco-umbra del 1799, che ha il suo epicentro ad Arezzo e che coinvolge anche i territori limitrofi del lago Trasimeno e dell’alta valle del Tevere, appartenenti allo Stato Pontificio, cioè la resistenza popolare all’esportazione manu militari della Rivoluzione francese del 1789 da parte delle truppe di Napoleone Bonaparte (1769-1821) verificatasi fra le odierne Toscana e Umbria. Come tutti i fenomeni contro-rivoluzionari, anche quello del Viva Maria è fenomeno prevalentemente popolare in difesa delle tradizioni religiose e culturali, nonché del patrimonio, pure materiale, delle comunità locali. Contro le armate francesi e le milizie “italiche”, portatrici di un messaggio ideologico astratto e confliggente con l’identità storica e religiosa delle mille piccole patrie italiane, le popolazioni della penisola, mosse da un forte senso di appartenenza e di radicamento territoriale, reagiscono con le modalità proprie delle insurrezioni e mostrano, in modo inequivocabile, la loro avversione alla Rivoluzione sia nella realizzata versione francese che in quella potenziale italiana.

Le armate francesi, penetrate in Italia nella primavera del 1796, con l’apporto dei giacobini locali tentano dovunque — in modo brutale e senza mediazioni di sorta — di laicizzare le istituzioni e di sovvertire alla radice le tradizionali forme di espressione della sovranità e della rappresentanza politica, distruggendo e criminalizzando le plurisecolari entità statuali esistenti, e imponendo nuovi modelli culturali e politici. Il popolo si solleverà quasi subito, sia perché è torchiato dalle imposizioni e dalle ruberie dell’occupante, sia perché percepisce l’estraneità ideologica dei francesi, visti non tanto come stranieri quanto come portatori di una visione del mondo ostile al “senso comune” che ancora sopravvive nelle società dell’Antico Regime.

2. Le origini

Le popolazioni toscane erano già insorte contro la politica liberistica e filogiansenista del granduca Pietro Leopoldo di Asburgo-Lorena (1747-1792) — il futuro Leopoldo II, imperatore del Sacro Romano Impero —, culminata nella convocazione del Sinodo di Pistoia, nel settembre del 1786; e proprio ad Arezzo, nel 1795, si verificano violenti tumulti, anche con implicazioni religiose. Il miracolo del 15 febbraio 1796, quando un’annerita immagine della Madonna del Conforto sbianca dinanzi agli occhi di alcuni artigiani, è il primo di una serie di episodi analoghi verificatisi in molte altre parti del Granducato e nei territori limitrofi, dove sono viste statue o immagini della Madonna muovere gli occhi o piangere. La devozione mariana, già forte in Toscana e nell’Umbria Occidentale, è rafforzata da questi miracoli e costituisce il motore della futura sollevazione.

Il Granducato, in un primo tempo, è risparmiato dai rivoluzionari francesi, salvo la città di Livorno, occupata nel giugno del 1796, mentre i contigui territori perugino e altotiberino, appartenenti allo Stato Pontificio, sono invasi dalle truppe rivoluzionarie nel febbraio del 1798 e sono assegnati al nuovo Dipartimento del Trasimeno. La linea direttrice dell’invasione è, infatti, quella dei possedimenti pontifici, dove i reparti francesi del generale Pierre-François-Charles Augereau (1757-1816) penetrano nel giugno del 1796, provocando la violenta insurrezione delle popolazioni nella Legazione di Ferrara, l’attuale Romagna, culminata nella rivolta e nel sacco di Lugo.

Due mesi dopo si sollevano anche i centri dell’alta valle del Tevere e, il 16 aprile, gli insorti, a cui s’uniscono elementi provenienti dal Granducato, entrano a Città di Castello al grido di “Viva Maria!” e abbattono l’albero della libertà, il simbolo eretto ovunque dai rivoluzionari. Dopo alterne vicende gl’insorgenti entrano di nuovo in città il 5 maggio, ammazzando circa centocinquanta soldati e ufficiali francesi. Quasi contemporaneamente, il 22 aprile, si ribella l’altro epicentro della rivolta, Castel Rigone, nei dintorni del lago Trasimeno, e gl’insorgenti, organizzati da un popolano, il “generalissimo” Tommaso, detto il Broncolo, giungono ad assediare la stessa Perugia. Le truppe francesi riprendono il controllo della situazione nel corso del mese di maggio a prezzo di saccheggi e di massacri, e nonostante la strenua resistenza degl’insorti, che, poco armati e mal equipaggiati, iniziano una sorta di guerriglia, riparando poi nei vicini territori aretini.

Quando, il 25 marzo 1799, i francesi entrano a Firenze, costringendo all’esilio il granduca Ferdinando III (1769-1824), reo di aver dato ospitalità a Papa Pio VI (1775-1799) e a Carlo Emanuele IV di Savoia (1751-1819), re di Sardegna, anche la Toscana subisce l’imposizione del regime repubblicano, con la sua triste sequela di confische, di requisizioni, di contributi e di vessazioni contro il clero e contro i fedeli. Fin dai primi giorni dell’occupazione, a Firenze e in altri centri scoppiano tumulti, presto sedati con violenza dagli occupanti.

3. L’insorgenza e il suo sviluppo

Il 6 aprile 1799 esigue forze francesi occupano Arezzo, località molto vicina ai centri del Perugino e dell’alta valle del Tevere — caratterizzati da una particolare fedeltà alla dinastia e da un forte sentimento religioso —, già coinvolti nell’insurrezione del 1798. Un mese dopo, la mattina del 6 maggio, scoppia la rivolta. Mentre le campane delle chiese suonano a stormo, gli aretini e gli abitanti del contado, armati con roncole e fucili, abbattono l’albero della libertà, piantato presso la caserma delle guardie nazionali, e s’impadroniscono della città, al grido di battaglia degli insorti del 1798, “Viva Maria!”. Viene quindi costituita una Suprema Deputazione, composta da personalità cittadine, fra cui spicca il barone Carlo Albergotti Siri (?-1832), mentre il comando militare è affidato al cavalier Angiolo Guillichini vecchio ufficiale della marina toscana, e al marchese Giovan Battista Albergotti (1761-1816), cavaliere dell’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme. Pertanto, mentre la prima fase dell’insorgenza era stata caratterizzata dallo spontaneismo e dal ricorso a guide popolari, talora provenienti dalle file del banditismo, la fase successiva vede la partecipazione di elementi di spicco del clero e della nobiltà locali in funzione di guida, e l’alleanza con le truppe austriache.

I francesi trascurano inizialmente l’episodio perché la difficile situazione nell’Italia Settentrionale richiede un intervento immediato. Così Arezzo è lasciata libera e l’insurrezione può espandersi grazie anche all’appoggio degli austro-russi, che inviano l’alfiere Karl Schneider von Arno (1777-1846) ad assumere il comando degl’insorti. In giugno si sollevano le comunità della Valdichiana, del Valdarno e del Casentino, che si pongono alle dipendenze della Suprema Deputazione di Arezzo, la quale assume di fatto la veste di governo provvisorio della Toscana nel nome di Ferdinando III. Le truppe della coalizione, forte di almeno trentamila uomini, penetrano nel Senese e, attraverso l’alta valle del Tevere, nel territorio pontificio, fino a Città di Castello. La vittoria ottenuta presso il fiume Trebbia, fra il 15 e il 17 giugno, dalle truppe austro-russe del generale principe Aleksandr Vasilevic Suvarov (1729-1800) nei confronti di Jacques-Étienne-Joseph-Alexandre Macdonald (1765-1840), comandante dell’Armée de Naples, accresce ulteriormente le fortune degli aretini, a cui si unisce il cavalier William Frederic Wyndham (1763-1828), diplomatico inglese presso la Corte granducale. Il 28 giugno, le truppe aretine attaccano Siena, accolte con entusiasmo dai popolani, ma, penetrate nel ghetto, ammazzano tredici componenti della comunità israelitica — mostratasi favorevole ai francesi — finché sono fermate da alcuni esponenti del patriziato locale.

Nel pomeriggio del 7 luglio circa tremila insorti — guidati da Wyndham e Lorenzo Mari, vecchio ufficiale dei dragoni di Toscana divenuto comandante degl’insorgenti di Montevarchi — fanno il loro ingresso in Firenze, preceduti da un frate zoccolante con una grande croce. A essi si aggiungono altri reparti aretini provenienti da Pontassieve e alcuni squadroni di cavalleria austro-russa. Gli austriaci, intervenuti in forze il giorno 20, assumono progressivamente il controllo dei centri occupati dagl’insorti, con i quali nascono presto non pochi attriti. Fra i personaggi fiorentini subito tradotti in carcere dai contro-rivoluzionari vi è pure mons. Scipione de’ Ricci (1741-1810), vescovo di Pistoia e di Prato, il maggior esponente del giansenismo italiano.

Anche nella Toscana Occidentale i francesi e i giacobini locali vengono ovunque battuti. Il 17 luglio le truppe rivoluzionarie sgombrano Livorno, mentre in Maremma i contingenti di Volterra, guidati dai fratelli Curzio e Marcello Inghirami, cacciano i francesi e risollevano le insegne granducali. Dopo alcuni giorni di assedio, gli aretini, insieme a reparti dell’area del Trasimeno e dell’alta valle del Tevere, entrano a Perugia nella notte fra il 3 e il 4 agosto, e il 31 si arrende anche l’ultimo baluardo giacobino in città, cioè la Rocca Paolina. Arezzo, in quanto centro militare ed economico dell’insorgenza, diventa la capitale effettiva del Granducato e la Suprema Deputazione continua a governare il paese anche dopo che il sovrano ha affidato in sua assenza il governo della Toscana al Senato fiorentino dei Quarantotto. Nella conflittualità insorta con il Senato, titolare del potere legale, la Deputazione ha, in un primo momento, la meglio, mantenendo il controllo del territorio e riorganizzando le proprie bande e quelle delle città alleate in un’”armata austro-aretina”, che insegue l’esercito francese nello Stato Pontificio, dove libera Todi, Assisi, Foligno, Spoleto e Orvieto, giungendo fino alle porte di Roma. L’inevitabile esaurimento dell’azione militare, a seguito della ritirata generale dei francesi dall’Italia Centrale, finisce per togliere alla Deputazione le ragioni della sua forza, consentendo al Senato fiorentino di procedere allo scioglimento prima dell’armata e poi della stessa Deputazione.

Dietro il governo granducale l’Austria assume il controllo della Toscana, reprimendo duramente tutte le attività giacobine, ma anche emarginando progressivamente gl’insorgenti.

4. L’epilogo

Un motu proprio sovrano del 16 febbraio 1800 riconosce i meriti degli aretini e concede loro numerosi benefici, ma, quando i francesi tornano in forze in Italia nel maggio del 1800, dopo la vittoria napoleonica di Marengo, in Lombardia, la difesa del Granducato è affidata all’inetto generale Annibale Sommariva (1755-1829), che presiede la reggenza nominata dal granduca e che fugge ingloriosamente prima da Firenze e poi da Arezzo.

La resistenza tentata dal marchese Albergotti, il 17 ottobre, in un contesto profondamente mutato rispetto a quello dell’anno precedente, risulta vana e i francesi si vendicano di Arezzo, rimasta sola. Gl’insorgenti aretini scrivono le pagine più belle dell’epopea del Viva Maria, combattendo eroicamente contro l’invasore, a cui vengono inflitte notevoli perdite. Il giorno dopo, spezzate le ultime resistenze, i francesi compiono uno sfrenato saccheggio, che prosegue nei giorni successivi. Bande d’insorti, trasformatisi in guerriglieri, continuano ancora a operare nell’Italia Centrale, ma ormai l’insorgenza si è esaurita.


Per approfondire: vedi la ricca Bibliografia aretina 1790-1815 e Rassegna bibliografica del “Viva Maria” 1799, a cura di Roberto G. Salvadori, Università degli studi di Siena, Dipartimento di studi storico-sociali e filosofici, Centro Stampa dell’Università, Siena 1989; Occupazione francese e insorgenza antifrancese nelle carte dell’Archivio di Stato di Arezzo. 1799-1801, a cura di Augusto Antonella, revisione dei testi di Antonella Moriani, Provincia di Arezzo-Progetto Archivi, Arezzo 1991; Claudia Minciotti Tsoukas, I “torbidi del Trasimeno” (1798). Analisi di una rivolta, Franco Angeli, Milano 1988; Claudio Tosi, Il marchese Albergotti colonnello delle bande aretine del 1799, in Le insorgenze popolari nell’Italia rivoluzionaria e napoleonica, numero monografico di Studi Storici. Rivista trimestrale dell’Istituto Gramsci, anno 39, n. 2, aprile-giugno 1998, pp. 495-531. Per una bibliografia sull’Insorgenza, con estesi riferimenti al Viva Maria, vedi Giacomo Lumbroso (1897-1944), I moti popolari contro i francesi alla fine del secolo XVIII (1796-1800), con premessa di Oscar Sanguinetti, Minchella, Milano 1997.

Erano recidivi

Le insorgenze ferraresi del 1799

di Renato Cirelli


1. Ferrara nel Triennio Giacobino
L’Insorgenza nel Ferrarese si situa nel quadro più vasto della resistenza delle popolazioni italiane alla dominazione francese e giacobina dopo l’invasione del 1796 da parte degli eserciti di Napoleone Bonaparte (1769-1821), che, sconfitte le truppe del Regno di Sardegna e dell’Impero asburgico e occupata la Lombardia, invade anche gli Stati Pontifici, benché neutrali, impadronendosi prima di Bologna e poi, il 22 giugno 1796, della Legazione di Ferrara, senza incontrare resistenza. La tregua conclusa fra la Santa Sede e Bonaparte il giorno dopo a Bologna sancisce il passaggio di Ferrara sotto il dominio francese che abolisce subito gli statuti locali insediando una municipalità repubblicana. La svolta rivoluzionaria è interpretata, dal ceto dirigente ferrarese, come una riconquista di quell’autonomia locale che era stata sempre più svilita e negata dalla politica accentratrice dei Pontefici riformatori nella seconda metà del 1700, e perciò alcuni esponenti conservatori e aristocratici, in un primo momento, collaborano entrando nella nuova giunta. Fin da subito, però, cresce il malcontento popolare provocato dalle vessazioni e dalle angherie del nuovo governo repubblicano. I provvedimenti varati dai francesi, infatti, impongono alla città il pagamento di quattro milioni di lire tornesi, la consegna, sotto pena di morte, di tutte le armi, anche da taglio, la spoliazione del Monte di Pietà, comprese le fedi nuziali, delle chiese e dei conventi, l’espulsione di circa settecento ecclesiastici rifugiati dalla Francia, la requisizione dei beni della Chiesa e delle confraternite. I contraccolpi sono immediati e le ordinanze provocano una forte reazione popolare, specialmente da parte delle donne, e i primi moti di scontento avvengono a Cotignola, a Massalombarda e ad Argenta, presto terminati anche per l’invito alla calma da parte dell’arcivescovo di Ferrara, cardinale Alessandro Mattei (1744-1820). In luglio però esplode gravissima la rivolta a Lugo, capeggiata dal fabbro Francesco Mongardini, che costringe i francesi a intervenire in forze contro gl’insorti, i quali, dopo gl’iniziali successi militari, vengono sconfitti; Lugo è assediata e brutalmente saccheggiata e i capi della rivolta tradotti a Ferrara e giustiziati, fatti che provocano grande turbamento e che contribuiscono a scoraggiare altri tentativi di rivolta. Ciononostante in agosto il cardinale Mattei, approfittando dell’assenza temporanea della guarnigione francese, cerca di ristabilire l’autorità pontificia, ma l’impresa, peraltro velleitaria, fallisce subito, lasciando l’alto prelato ad affrontare da solo l’ira di Bonaparte che lo costringe a un temporaneo esilio. Nel dicembre del 1796 Ferrara entra a far parte della Repubblica Cispadana, e si svolge la consultazione elettorale per l’approvazione della costituzione e l’elezione dei deputati al Congresso di Reggio Emilia, ma in 112 parrocchie — che fungono da collegi elettorali — su 185 i ferraresi rifiutano di votare e nelle restanti votano solo 2825 su 8823 aventi diritto e, di questi, 1658, la maggioranza, sono contrari alla repubblica. Nei quartieri cittadini solo uno, oltre al ghetto, si esprime favorevolmente. La collaborazione della comunità ebraica con i francesi provoca molto risentimento nei ferraresi, che vedono gli esponenti israeliti partecipare alla giunta municipale e fra questi Abramo Bianchini, noto per il fanatismo giacobino, diventa addirittura comandante della Guardia Nazionale, mentre altri acquistano terre e ori requisiti alle chiese e ai conventi. Alcuni, ancora, disturbano cerimonie religiose provocando disordini. Dinanzi al mutamento rivoluzionario si manifesta subito una massiccia opposizione. La presenza di una numerosa guarnigione francese impedisce però un immediato sfogo violento alla ribellione latente. La nobiltà ferrarese adotta un atteggiamento di sprezzante distacco dalla vita politica, mentre la città si chiude in un silenzioso dissenso, che si esprime nella renitenza alla leva e nell’evasione fiscale. Nelle campagne, invece, la sorda e insofferente ostilità è spesso incoraggiata dall’ostruzionismo del clero locale. L’atteggiamento diffuso di resistenza passiva e di apatica dissidenza si afferma come la principale peculiarità della popolazione ferrarese di fronte alla nuova realtà, ed è destinata a durare nel tempo, anche quando non trova la forza di esprimersi in ribellione aperta; è significativo comunque il fatto che, al contrario di quanto avviene in altre province, a Ferrara non emerge un ceto dirigente dalle solide convinzioni repubblicane. Nel giugno del 1797, per decisione di Bonaparte, a Milano viene proclamata la Repubblica Cisalpina, della quale Ferrara entra a far parte con il nome di Dipartimento del Basso Po e viene imposto a tutti i funzionari un giuramento di fedeltà. Il cardinale Mattei invita a non giurare e viene pertanto espulso dal territorio della Cisalpina e inviato in esilio. La coraggiosa presa di posizione dell’arcivescovo, che giudica la Rivoluzione come movimento profondamente anticristiano, porta alle dimissioni dell’intero economato del Comune e di trentacinque funzionari pubblici, mettendo in crisi l’amministrazione. Da ultimo la Repubblica decide che Ferrara deve fornire cinquecento uomini per le truppe cisalpine, falcidiate dalle diserzioni, e questo in un momento in cui aumentano i contrasti fra la popolazione e il governo provocati dall’inasprimento fiscale e dalla questione degli alloggi da fornire alle truppe. Nel dicembre del 1797 scoppiano moti a Massafiscaglia e a Lagosanto, presto domati, e nel luglio del 1798, davanti a una folla, commossa viene fucilato a Ferrara, in un clima di terrore, l’anziano parroco di Varignano, don Pietro Zanarini, reo di aver abbattuto un albero della libertà.

2. L’insorgenza del 1799

Quando, nel marzo del 1799, riprendono le ostilità fra Repubblica Francese e Impero asburgico e gli eserciti austro-russi sul fronte italiano sconfiggono i francesi, anche a Ferrara la situazione è matura per una serie di tumulti e di sollevazioni, che accelerano la vittoria finale. L’arrivo di pochi cavalleggeri austriaci sul Po fa insorgere le popolazioni di Fiesso, di Trecenta, di Ficarolo e quindi di Ariano. I francesi reagiscono inviando tre cannoniere, ma gli abitanti, dopo tre ore di combattimenti, se ne impadroniscono. La rivolta si estende quindi a Papozze, a Crespino, a Codigoro e in tutto il basso Ferrarese. Un mugnaio di Cologna, Valeriano Chiarati, si pone a capo dell’insurrezione dimostrando non disprezzabili qualità militari e organizzative, e alla testa di centinaia d’insorgenti occupa Copparo, Villanova, Sabbioncello, Migliarino, Ostellato, Portomaggiore e infine Argenta, dov’è accolto trionfalmente dalla popolazione, che inscena manifestazioni di devozione in onore del patrono san Nicolò. Nell’alto Ferrarese altre formazioni d’insorti, che portano come simbolo un rametto e un’immagine di Maria sul cappello, conquistano Renazzo, Casumaro, Alberone e Cento. A Cento il saccheggio del ghetto da parte della popolazione viene evitato grazie all’intervento del parroco, don Sante Bezzi. Intanto una colonna austriaca, affiancata da quattromila contadini armati, cinge d’assedio Ferrara. Il carattere di estrema crudeltà degli scontri è testimoniata dall’eccidio di Buttifredo di San Martino, dove, il 25 aprile, una colonna francese inviata da Bologna in soccorso di Ferrara, s’abbandona a eccessi di ogni genere depredando il paese e trucidando trentuno abitanti. Ma ormai Ferrara è allo stremo e il popolo scende nelle strade chiamato dal suono a martello delle campane, e il 23 maggio finalmente austriaci e insorti entrano in città liberandola. Viene abbattuta la municipalità giacobina, sono abolite le leggi rivoluzionarie, mentre la popolazione esasperata scatena la propria rabbia malmenando i giacobini più in vista, saccheggiandone le abitazioni e costringendoli a restituire i frutti delle ruberie perpetrate, specialmente ai danni delle chiese.

Nel sud della Legazione si consumano gli ultimi sanguinosi scontri fra insorgenti ferraresi e romagnoli, da una parte, e, dall’altra, i francesi affiancati da quattrocento repubblicani, che, sconfitti, si vendicano con fucilazioni e con atti di rappresaglia in tutti i paesi fra Argenta e il mare. Dopo la vittoria, la Cesarea Regia Reggenza che governa Ferrara, il 2 luglio 1799, emana l’editto di scioglimento delle Truppe Insorgenti.

3. L’insorgenza del 1802-1809

Con la pace di Lunéville del 9 febbraio 1801, stipulata a seguito delle vittorie francesi dopo il ritorno di Napoleone dall’Egitto, Ferrara torna a far parte della Repubblica Cisalpina e, con il ripristinato governo rivoluzionario, riprendono le requisizioni, la coscrizione obbligatoria e le vessazioni fiscali. La renitenza alla leva, la diserzione e l’evasione fiscale sono le forme in cui s’esprime la protesta delle campagne contro il governo e lo strapotere di alcuni possidenti, molti dei quali appartengono alla nuova borghesia arricchita con l’acquisto dei beni della Chiesa. A Migliarino, nel 1802, contro la leva obbligatoria vi è una tentata rivolta, i cui capi, il cameriere Luigi Morelli e il fornaio Marcello Neri, sono fucilati a Ferrara. L’esasperazione popolare sfocia ancora, nel 1805, nella rivolta di Crespino, i cui abitanti distruggono il municipio con i ruoli delle imposte e i registri di leva, malmenano i funzionari e disarmano la Guardia Nazionale, provocando la vendetta di Napoleone e una durissima repressione, che culmina nell’esecuzione del pescivendolo Giovanni Altieri, capro espiatorio della rivolta. Nel 1809, in coincidenza con la ripresa del conflitto franco-imperiale, le popolazioni ferraresi, esasperate dal nuovo dazio sui principali generi alimentari, si sollevano ancora e gl’insorti, dopo aver occupato Fiesso e Occhiobello, passano il Po ed entrano a Pontelagoscuro estendendo l’insurrezione a Bondeno, a Copparo, a Portomaggiore, a Comacchio e ad Argenta. Ferrara è assediata il 9 luglio da seimila insorgenti che, però, male armati e privi di organizzazione militare, non riescono a prendere la città; il 16 luglio viene liberata dall’assedio dalle truppe francesi accorse in forza da Bologna, che sconfiggono gl’insorti e fanno strage di cittadini, inseguendoli e uccidendoli fino all’interno delle case e delle chiese. Fra gl’insorgenti catturati, quasi tutti popolani, sessantatré vengono condannati a morte, moltissimi altri a lunghe detenzioni, mentre centinaia di sopravvissuti si danno alla macchia nelle campagne, alimentando il fenomeno del brigantaggio. Spicca fra le sentenze la condanna alla casa di correzione, per brigantaggio, di una donna, spia della presenza femminile, un aspetto ancora inesplorato del fenomeno dell’Insorgenza.

4. Conclusione

Nel 1814, dopo la definitiva sconfitta di Napoleone, le frange dei giacobini e dei rivoluzionari, che avevano collaborato con gli occupanti francesi, si rifugiano nelle società segrete, riprendendo a complottare in attesa di nuove occasioni storiche, insensibili alle miserie morali e materiali prodotte da vent’anni di esperienze rivoluzionarie. I ferraresi, invece, accolgono con gioia genuina il ritorno del legittimo governo del Papa. Essi, soprattutto i contadini, hanno contribuito alla restaurazione con grandi sacrifici e con notevole spargimento di sangue, dimostrando un profondo attaccamento alla religione e ai loro governanti e possono considerarsi a buon titolo i veri vincitori. Il ceto dirigente, clero e aristocrazia, che, a parte qualche esponente e molti parroci di campagna, ben poco aveva osato e si era esposto, riprende il governo con un atteggiamento di atto dovuto, tralasciando spesso di mostrare, almeno in termini sociali, una qualche gratitudine verso chi aveva veramente pagato e sofferto con tanta fede e tenacia. Il popolo ferrarese coglie più o meno consciamente questo atteggiamento e, forse, questa è la chiave interpretativa non della sua indifferenza, ma della sua passività durante la rivoluzione risorgimentale e della rabbiosa e disperata sfiducia che lo porterà all’apostasia alla fine del secolo XIX.

Erano recidivi

Le Pasque Veronesi del 1797

di Luca De Pero


1. L’Armata d’Italia nel territorio della Repubblica di Venezia
Verso la fine del 1796 tutta la parte occidentale del territorio della Repubblica di Venezia è occupata militarmente dalle forze della Repubblica Francese: a una a una le città più importanti della terraferma — Bergamo, Brescia, Peschiera e Vicenza — vedono l’arrivo dell’Armata d’Italia, guidata dal generale Napoleone Bonaparte (1769-1821). A Verona i francesi giungono il 1° giugno 1796 e s’impossessano subito dei forti della città come pure di varie chiese, adibite poi a ospedali e a ricoveri per la truppa. Il rapporto fra cittadini e forze d’occupazione sarà sempre difficile, anche perché i francesi si comporteranno sistematicamente come occupanti e non come ospiti, come avrebbero dovuto sulla base dei rapporti ufficiali con la Repubblica di Venezia, la cui politica estera era espressa nella formula “neutralità disarmata”.

2. La situazione a Verona e la rivolta dell’aprile del 1797

Il 17 aprile 1797, dopo circa dieci mesi di permanenza della truppa straniera, la situazione della città di Verona era critica: non solo i francesi operavano sistematiche confische ai danni dei cittadini, ma tramavano anche con i giacobini locali al fine di incrinare la fedeltà dell’antica città verso il suo legittimo governo.

Così si spiega l’affissione, proprio nella notte fra il 16 e il 17 aprile 1797, per le vie della città scaligera, di un manifesto a firma di Francesco Battaja (1743-1799) — ex provveditore straordinario di terraferma — incitante i veronesi alla rivolta contro gli occupanti francesi e alla vendetta contro i collaborazionisti locali.

Tale manifesto era stato verosimilmente partorito dai servizi d’informazione francesi per esacerbare gli animi e per contribuire a creare “il caso”, che avrebbe fornito loro “il giusto motivo” per una definitiva occupazione della città, in spregio di ogni neutralità proclamata. Inoltre, il manifesto era, per più motivi, un falso: anzitutto perché era già stato pubblicato da due giornali collaborazionisti, Il termometro politico della Lombardia e il Monitore bolognese; inoltre perché era firmato da Battaja, un personaggio difficilmente sospettabile di colpi di testa contro i francesi invasori; infine era falso nei contenuti perché affermava essere i francesi in difficoltà nello scacchiere nord-orientale, fatto non rispondente a verità. Benché un falso, tale manifesto contribuisce a far esplodere la bomba ormai da tempo innescata; lo stesso 17 aprile, nonostante i rappresentanti veneti si affrettassero a gettare acqua sul fuoco facendo pubblicare un manifesto di smentita, il generale Antoine Balland (1751-1832), a fronte dei continui tafferugli verificatisi fra i suoi soldati e i veronesi — truppe schiavone, arruolate nell’Illiria e nella Dalmazia venete, o semplici appartenenti alle cernide, le milizie territoriali composte da locali che svolgevano annualmente un breve periodo di servizio militare volontario —, aumenta il numero dei soldati di pattuglia in città, portando le pattuglie da venti a quaranta soldati. Il che contribuisce a surriscaldare ulteriormente gli animi della popolazione; così, verso il vespro del 17 aprile, avvengono i primi veri fatti di una certa gravità: si spara a Ponte Pietra fra una pattuglia veneta e una francese, si verificano tafferugli di una certa consistenza in Piazza Erbe, nei quartieri circostanti e presso il Forte San Pietro. Al suono del vespro però la situazione sembra riappacificarsi.

La calma apparente viene spezzata poco dopo dai francesi: erano trascorse da poco le diciassette quando lo stesso generale Balland, dall’alto di Forte San Pietro, comanda di aprire ripetutamente il fuoco sul Palazzo Pretorio, sede dei rappresentanti veneti, e sul centro della città. La situazione dei francesi che pattugliano la città diviene, dopo queste prime scariche d’artiglieria, insostenibile: “A misura che cresceva il rimbombo delle artiglierie, uscivano gli abitanti dalle proprie case […] — scrive lo storico Enrico Bevilacqua (1869-1933) — correvano mal armati ad affrontare le pattuglie francesi, che con le baionette abbassate scorrevano la città, le quali si videro ben presto obbligate a cercare la loro sicurezza dandosi precipitosa fuga verso i castelli”. I francesi, che non riescono a raggiungere Forte San Pietro, Forte San Felice o il più vicino Castel Vecchio, o una delle porte cittadine da essi tenute, vengono rincorsi, catturati e uccisi, e molti finiscono gettati nell’Adige. Inizia così, per Verona, una vera settimana di lotta urbana, di battaglie per le strade e in modo particolare di scontri intorno ai forti: la città era in aperta ribellione contro gli occupanti francesi e — racconta un anonimo cronista — “non si sentiva altro che un continuo gridare per ogni angolo della città viva San Marco”.

Nella stessa giornata del 17 gli insorti attaccano le porte fortificate della città. Cadono una dopo l’altra Porta Vescovo e Porta San Giorgio, mentre Porta San Zeno e Porta Nuova vengono occupate, dopo aspri combattimenti, dal conte Francesco degli Emilei (1752-1797) alla testa di seicento schiavoni aiutati da circa tremila civili. Contemporaneamente alle porte vengono liberati anche gli ultimi edifici della città, in cui avevano cercato rifugio alcuni francesi. La giornata si andava concludendo con i francesi rinchiusi nei forti, che cannoneggiavano la città in mano alla folla degli insorgenti. Nel frattempo il provveditore conte degli Emilei, dopo aver partecipato ai primi importanti fatti d’armi, la sera stessa del 17 parte alla volta di Venezia — informa sempre Bevilacqua — per “[…] implorar buon nerbo di truppe di linea, e soprattutto munizioni e artiglieria onde attaccar con frutto i castelli”.

Nel tardo pomeriggio i due rappresentanti del governo veneto in città, Iseppo Giovannelli e Alvise Contarini, fanno issare la bandiera bianca sulla torre maggiore, fanno tacere le campane e tentano un primo abboccamento con l’autorità militare francese — insediata nel vicino Forte San Felice — presso Forte San Pietro. Questa, come altre trattative, fallisce, da un lato forse per la situazione di anarchia nella quale sembrava essere caduta la città, dall’altro certamente a causa dell’irrigidimento delle posizioni francesi.

Nella giornata del 18 aprile Giovannelli e Contarini tentano un viaggio a Venezia per chiedere aiuto al Senato; sempre in questa giornata — mentre, fra una tregua e l’altra, Verona veniva sistematicamente cannoneggiata dai forti e vedeva la sua popolazione combattere accanitamente intorno a questi per espugnarli —, arriva nella città scaligera il colonnello austriaco Adam Albrecht von Neipperg (1775-1829), che recava al generale Balland la notizia della tregua d’armi procurata dalla firma, avvenuta precisamente quel giorno, dei “preliminari” di Leoben fra l’Impero e la Repubblica Francese. L’arrivo dell’ufficiale solleva in un primo momento gli entusiasmi della popolazione, che vedeva negli imperiali un possibile aiuto insperato per riconquistare completamente la città e per cacciarne i francesi, speranze che andranno presto deluse lasciando i veronesi soli, in balia di un nemico militarmente superiore. Inoltre la missione a Venezia di Contarini e di Giovannelli, sebbene comprensibile per la gravità della situazione, viene recepita come un tradimento dagli insorti, i quali organizzano un governo provvisorio presieduto dal conte Bartolomeo Giuliari (1761-1842), che tenta subito di riallacciare i contatti con il generale Balland. La sera del 18 si chiude comunque sotto il cannoneggiamento francese, mentre nella notte tuonano ancora le artiglierie e suonano le campane a martello.

3. In attesa di rinforzi

Contarini e Giovannelli, tornati da Venezia con la promessa di aiuti, organizzano il popolo — che, al grido di “Vogliamo la guerra”, fa tacere quanti cercano di acquietarlo — a una difesa a oltranza, come dimostra un proclama del 19 aprile 1797, in cui affermano che, “per togliere la confusione e il disordine, che potrebbe essere fatale al bene di tutti, resta commesso il popolo fedele di Verona che abbiasi a ritirare nelle rispettive Contrade. Colà gli saranno assegnati dei capi, ubbidirà ad essi, sarà unito in corpi e i capi stessi avranno a dipendere dagli ordini delle cariche, e si presteranno sempre a procurare la comune salvezza”.

Tutti i giorni fino al 22 aprile i veronesi attaccano ripetutamente i castelli e Verona si presenta, a causa dei colpi delle artiglierie, con molti quartieri in fiamme. Se questo non bastasse, i francesi chiusi nei forti iniziano, indotti dalla mancanza di viveri, a fare rovinose sortite verso la città e verso la campagna.

La mattina del 22 aprile finalmente giungono da Venezia i rinforzi tanto sperati, con circa quattrocento regolari, munizioni e cannoni, ma quasi contemporaneamente anche i generali francesi Jacques-François Chevalier (1740-1812) e Joseph de Chabran (1763-1843) erano arrivati nei pressi di Verona, non prima di aver riportato una significativa vittoria sulle truppe venete in località Croce Bianca il giorno 20 aprile.

Comunque l’eroismo dei veronesi, che in ogni modo cercano di contrastare non solo le continue incursioni di pattuglie francesi provenienti dai forti, ma anche di resistere al cannoneggiamento interno ed esterno alla città, non può reggere una situazione ampiamente compromessa.

Verso il 24 aprile tutti i cronisti sono concordi nel descrivere i sentimenti della popolazione con espressioni come “popolo sgomento, sbigottito, disperso”. Il giorno prima i legittimi rappresentanti veneti avevano deciso, sotto il fuoco delle artiglierie, la resa al nemico; nella giornata del 24 il conte degli Emilei e altri notabili vengono inviati a trattare con gli ufficiali francesi.

A rendere la situazione totalmente irricuperabile, togliendo anche ogni esiguo spazio di trattativa con il nemico, contribuisce la fuga dalla città dei rappresentanti del governo veneto.

4. La resa incondizionata: confische, fucilazioni e processi

Il 25 aprile 1797 si chiude così la rivolta: i francesi esigono la resa incondizionata, occupano la città, ne disarmano la popolazione. L’occupazione di Verona, come quella di ogni altra città italiana che si era opposta a Napoleone, comporta lo spogliamento di ogni bene. Sempre Bevilaqua afferma che “[…] occorreva adunque studiare e apparecchiare un piano di saccheggio ordinato e sapiente, una specie di congegno a torchio sotto la cui enorme pressione dovesse spremere la città tutto quanto il succo che potea dare”: centosettantamila zecchini di contributo, la confisca di tutti i cavalli, degli immobili governativi, di cuoi per quarantamila scarpe, di duemila paia di stivali, di dodicimila sottovesti, di quattromila vestiti, di tela per dodicimila paia di calzoni, di dodicimila cappelli e calze sono solo l’inizio — nota lo stesso autore — di questa grande opera “di redenzione franco democratica”; al Monte di Pietà vengono saccheggiati cinquanta milioni, “[…] i musei, le pinacoteche, le chiese, le collezioni artistiche e scientifiche pubbliche e private vennero spoglie di quanto avean di meglio”.

Non solo Verona viene derubata dei suoi beni, ma gli occupanti iniziano subito l’arresto dei popolani e dei nobili che avevano partecipato alla resistenza: vengono fucilati nobili, esponenti della borghesia e religiosi, che avevano animato il popolo durante i giorni della guerra ai francesi con prediche di fuoco.

Anche il vescovo mons. Giovanni Andrea Avogadro (1735-1815), che non aveva temuto di affermare la sua fedeltà non solo alla religione ma anche al legittimo governo veneto, per la difesa del quale in più occasioni si era detto pronto alla vendita di tutti gli ori delle chiese, viene inquisito, e con lui molti altri.

Il 17 ottobre 1797, grazie al trattato di Campoformio, il Veneto passa all’impero austriaco e i francesi finalmente abbandonano Verona, dopo aver domato la rivolta e normalizzato una città che così duramente si era loro opposta.

Erano recidivi

Insorgenza: una resistenza dimenticata

di Oscar Sanguinetti
in Il Timone – Anno III – Luglio 2001


Le insorgenze popolari anti-napoleoniche: resistenza alla modernità, estremo sussulto di vitalità della cristianità e cartina al tornasole dell’identità italiana.

Se è vero che una parte degli italiani – gli intellettuali progressisti e gli aristocratici e i borghesi più influenzati dalla cultura illuministica – esulta di fronte all’autentico terremoto che poco più di duecento anni fa provoca l’irruzione degli eserciti del Direttorio rivoluzionario di Parigi nella Penisola, è altrettanto vero che molti di essi, soprattutto nei ceti umili, leggono negativamente il crollo delle antiche istituzioni e le novità politiche introdotte dai francesi, dando vita a quell’insieme di manifestazioni di resistenza e di lotta – che va dalla disobbedienza civile a vere e proprie insurrezioni popolari, dalla guerriglia fino alla guerra a fianco degli eserciti anti-napoleonici – che va ormai sotto il nome di “Insorgenza”.

Gli italiani sono per lo più all’oscuro di questa pagina di storia, perché nei manuali scolastici se ne parla appena e quelle poche volte per censurarla, non essendo infatti interesse della cultura “egemone” che ci si soffermi troppo sui movimenti di opposizione che accompagnano il processo risorgimentale fin dall sue origini. Solo da poco essa inizia a essere narrata, soprattutto dopo i bicentenario dei moti del 1796-1799, che ha ridato impulso agli studi, pur nell’indifferenza dei Circuiti culturali ufficiali, quali hanno significativamente preferito celebrare – unico paese in Europa, oltre alla Francia – l’esperienza delle repubbliche giacobine e Napoleone. Si scopre così che, contrariamente all’immagine convenzionale, durante gli anni della dominazione napoleonica, dalle valli alpine alle marine adriatiche, dalla pianura padana alle colline appenniniche, la mappa della nostra penisola è punteggiata da innumerevoli “fuochi” di rivolta di diversa ampiezza e durata.

Rivolte spontanee, con ampia mobilitazione dei ceti rurali, scoppiano a Pavia, nel Lucchese e a Lugo di Romagna già nel 1796, per riprendere e intensificarsi l’anno seguente in Valtellina, nel Montefeltro pontificio, durante le cosiddette “Pasque Veronesi” e ancora nel moto ligure del “Viva Maria”.

Mentre nel 1798 insorgono tutto il Lazio e le Marche pontifici, all’inizio del 1799 si solleva l’Abruzzo borbonico e i popolani di Napoli per tre giorni – come faranno di nuovo nel settembre del 1943 contro i tedeschi – difendono la capitale contro i francesi invasori, morendo a centinaia.

Nel 1799 tutta l’Italia, dalla Valtellina alla Calabria, insorge e, a prezzo di una furibonda e sanguinosa guerriglia, caccia i francesi e abbatte le effimere repubbliche da questi erette. E il momento dei maggiori movimenti d’insorgenza, che coinvolgono in maniera organizzata migliaia di combattenti: la rivolta contadina della Massa Cristiana in Piemonte, il complesso “Viva Maria” aretino e toscano e la Santa Fede, guidata dal cardinale Ruffo nel Regno di Napoli. Altrettanto estesa e impetuosa sarà la grande insurrezione dell’estate del 1809, che investe tutto il Veneto e le zone padane, in contemporanea con il moto tirolese di Andreas Hofer.

Per la mentalità degl’italiani di antico regime è pressoché automatico ribellarsi quando subiscono le spoliazioni dei commissari rivoluzionari, allorché assistono sgomenti alle profanazioni dei giacobini e dei soldati francesi, nei vedere nella polvere i leoni e le aquile, emblemi di regni e principati plurisecolari, nell’avvertire il lacerarsi di tutta una complessa e antica trama di rapporti sociali nati “dal basso” e consolidati dalla tradizione, nell’accorgersi di avere perso dall’oggi al domani le libertà sancite negli statuti particolari, mentre debbono sperimentare uno schiacciante carico fiscale, la nuova burocrazia, il peso della leva obbligatoria e la crescente scristianizzazione della società.

Le insorgenze, pur manifestando la realtà delle mille “piccole patrie” italiane, ed essendo legate ai diversi momenti e situazioni concrete, evidenziano però alcuni lineamenti comuni che consentono di individuare in esse un fenomeno non frammentario ed estemporaneo, bensì unitario, omogeneo ed epocale. L’elemento che scatena la reazione è quasi ovunque religioso, ma non di rado esso è la forma espressiva dell’astio verso un regime che non si limita a sopprimere gli ordini religiosi e a demolire monasteri e chiese, ma impone, con modi brutali, una radicale rifondazione” della società su presupposti allora nuovi e sconvolgenti: il laicismo, l’individualismo giuridico, il cosmopolitisrrìo. D’altro canto, in positivo, dietro agl’insorgenti, anche se rivendicano ovunque la restaurazione della religione e dei sovrani legittimi, si leggono in filigrana progetti che vanno al di là del puro e semplice ripristino dell’assolutismo illuminato e mirano invece al ristabilimento delle antiche libertà e di forme politiche più concretamente partecipative.

L’insorgenza, a mo’ di cartina al tornasole, rivela il volto dell’Italia profonda, formatasi spontaneamente nei secoli dall’eredità romana arricchita dalla linfa germanica, fuse e lievitate sotto l’influsso evangelico. Una fisionomia antica che, dopo aver sedotto l‘Europa “delle corti”, alla fine dei Settecento è al tramonto, ma che di fronte alla rottura rivoluzionaria conosce un estremo sussulto di vitalità prima di cadere nelle mani di chi, con una operazione “chirurgica” destinata a protrarsi fino a poco fa, le darà connotati nuovi, diversi e più “moderni’, ripulendosi da ogni “ruga” storica quale indubbiamente l’insorgenza è nella prospettiva della modernità.


Bibliografia

Giacomo Lumbroso. I moti popolari contro i francesi alla fine del secolo XVIII (1796-1800), con un saggio introduttivo di Oscar Sanguinetti, Maurizio Minchella editore, Milano 1997, pp. 224.

Francesco Pappalardo e Oscar Sanguinetti, Insorgenti e sanfedisti: dalla parte del popolo, Storia e ragioni delle Insorgenze anti-napoleoniche in Italia, Tekna, Potenza 2000, pp. 168.

Istituto per la Storia delle insorgenze, Insorgenze antigiacobine in Italia (1796-1799). Saggi per bicentenario, a cura di Oscar Sanguinetti. Istituto per la Storia delle Insorgenze, Milano 2001, pp. 360.

Francesco Mario Agnoli, 1799: la grande insorgenza, Lazzari e sanfedisti contro l’oppressione giacobina, Controcorrente, Napoli 1999.

Erano recidivi

. . . e non solo a Napoli . . .

erano_recidivi

Il Regno di Napoli non fu l’unico ad essere tradito dai giacobini e consegnato da essi allo stupro delle truppe francesi

Dal 1796 al 1799 e negli anni successivi le popolazioni delle regioni italiane insorsero contro gli invasori francesi.
Gli eventi più rilevanti e famosi del vasto movimento di Insorgenze antifrancesi, che caratterizzò l’Italia dal 1796 al 1814, furono la riconquista del regno di Napoli ad opera dell’Armata della Santa Fede guidata dal cardinale Fabrizio Ruffo, le Pasque veronesi, l’epopea dei Viva Maria! in Toscana  e in Liguria e quella di Andreas Hofer nel Tirolo e nel Trentino.
Una stima assolutamente prudenziale fa ascendere ad almeno 280.000 gli insorgenti e a 70.000 i loro caduti.

Le insorgenze antifrancesi ebbero luogo durante l’arco di tempo del predominio francese sulla penisola italiana.
Iniziarono durante la prima campagna d’Italia del generale Napoleone Bonaparte ed ebbero termine nel 1814 con l’abdicazione di Napoleone.