Author Archives: Gennaro Agrillo

Liberazione

da “La storia proibita – Quando i Piemontesi invasero il Sud”, AA.VV.,
Controcorrente, Napoli, 2001


I giacobini si ritennero patrioti e sostennero che la rivoluzione era a favore del popolo, per risollevarlo dalla miserrima condizione, intanto però, ne fomentavano la strage, ritenendo quindi che la felicità vada imposta dalle menti elette anche a prezzo di un bagno di sangue.

Qualche esempio di stragi di civili:

  • 1300 persone furono uccise a Isola Liri e dintorni;
  • Itri e Castelforte furono devastate;
  • 1200 persone uccise a Minturno in gennaio, più altre 800 in aprile;
  • gli abitanti della cittadina di Castellonorato furono tutti massacrati;
  • persone passate a fil di spada:
    •    1500 nella sola Isernia;
    •    700 nella zona di Rieti;
    •    700 a Guardiagrele;
    •    4000 ad Andria;
    •    2000 a Trani;
    •    3000 a San Severo;
    •    800 a Carbonara;
    •    tutta la popolazione a Coglie.

In un dispaccio del 21 gennaio 1799 dai giacobini napoletani allo Championnet, al fine di invitarlo ad affrettarsi a marciare su Napoli per la loro salvezza, troviamo scritto:

“NON LA NAZIONE
MA IL POPOLO E’ IL NEMICO DEI FRANCESI”. 

Questa affermazione, scritta dai filofrancesi durante i giorni della rivolta dei lazzari, con l’evidente paura di fare una brutta fine, dimostra che le poche decine di giacobini della “Repubblica Napoletana” ben capivano che solo l’arrivo immediato delle truppe d’invasione francesi poteva salvarli dalla furia popolare.
Scrive Massimo Viglione: “Ma, proprio scrivendo quelle parole, essi dimostravano, a se stessi ed alla storia, il loro totale isolamento da tutto il resto del popolo. Il fare una distinzione fra la categoria di “Nazione” e quella di “Popolo”, attribuendo la prima a se stessi, cioè poche decine di giacobini, e la seconda, con valenza dispregiativa, a milioni e milioni di individui di tutte le classi sociali, dall’ultimo dei contadini al Re, risulta essere una testimonianza inequivocabile non solo dell’isolamento, ma anche della loro utopia, e dimostra anche tutto il loro reale disprezzo per il popolo, atteggiamento tipico di ogni casta intellettuale di ogni tempo e luogo”. 

La parte continentale del Regno subì una spietata occupazione francese; i giacobini napoletani istituirono un governo fantoccio denominato “Repubblica Partenopea” che non fu riconosciuto neanche dalla Francia.
Tutti i beni, compresi gli scavi di Pompei, furono dichiarati proprietà dello straniero che pretese anche forti indennità di guerra.

Un cardinale della Chiesa, il principe Fabrizio Ruffo, di sua spontanea iniziativa chiese a Ferdinando uomini e mezzi per liberare il Regno.
Ottenne, così, il titolo di Vicario plenipotenziario del Re, una nave e sette uomini.

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Ruffo mosse inizialmente con altri sette uomini contro l’esercito francese e liberò il Regno dagli eserciti napolconici invasori.
Non ha ricevuto dagli storiografi alcun riconoscimento per la sua azione, né il suo nome appare nella toponomastica delle città o sulla fiancata di un incrociatore.
Eppure quella del Ruffo fu un’autentica guerra di liberazione: all’inizio dell’anno 1799 quasi tutta la penisola italiana era sotto la dominazione straniera; nel mese di ottobre non vi era più un soldato francese in Italia.
Scrive il Viglione: “La grande marcia di riconquista del Regno effettuata dal cardinale Ruffo va inquadrata nel contesto generale del vasto fenomeno dell’Insorgenza. Mentre il Ruffo risaliva il Regno con il suo esercito, 38.000 toscani liberavano il Granducato, decine di migliaia di italiani affossavano la Repubblica Cisalpina e riconquistavano il Piemonte al seguito degli eserciti austro-russi; tutti insieme, infine, marciarono su Roma nel mese di settembre, quasi in una gara a chi arrivava prima a mettere la bandiera su Castel Sant’Angelo: e la gara fu vinta, ancora una volta, dalle truppe del cardinale Ruffo, che per prime liberarono la capitale della Cristianità”.

Il popolo si schierò a difesa delle istituzioni e della fede cattolica, l’insorgenza popolare divampò in tutto il Regno, inarrestabile. “Probabilmente, chiunque altro avrebbe rinunciato alla folle idea gridando all’ignavia dei suoi Sovrani. Non il Ruffo, che veramente partì con quel che aveva, e sbarcò il 7 febbraio 1799 in Calabria nei pressi di Pizzo.
Quattro mesi dopo, l’esercito dei volontari della Santa Fede, o sanfedisti, era composto di decine di migliaia di persone, ed entrava in Napoli da trionfatore, restaurando la Monarchia borbonica.
Ruffo iniziò la riconquista della Calabria verso il mese di aprile, e in maggio mosse verso il Nord, passando attraverso Matera, quindi Altamura, per dirigere poi verso Manfredonia ed Ariano, ove giunse il 5 giugno, preparandosi a marciare sulla capitale.
Liberò Napoli il 13 giugno dopo una tragica battaglia che rivide i lazzari in azione al suo fianco.

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Il 21 giugno 1799 i francesi e i collaborazionisti giacobini si arresero”.
Da buon cristiano concesse ai giacobini condizioni di resa più che caritatevoli, ma l’ammiraglio Nelson, giunto a Napoli il 24 giugno 1799, non riconobbe la capitolazione accordata dal cardinale Ruffo che fu messo a tacere.
Se non fosse stato per Nelson essi sarebbero potuti partire per la Francia, e sarebbero stati dimenticati; senza saperlo egli li trasformò in martiri. Le navi trasporto furono portate a tiro dei cannoni, i passeggeri erano come, topi in trappola e i più noti furono imprigionati nelle stive delle navi inglesi.
Racconta il Viglione: “Ruffo fece di tutto per salvare i giacobinii napoletani. Molti storici, nelle loro opere chiariscono senza ombra di dubbio come l’unico vero responsabile della condanna dei giacobini fu Orazio Nelson con l’avallo della Regina. E, in fondo, furono gli stessi democratici ad autocondannarsi.
Infatti, quando l’Armata giunse a circondare la capitale, il Ruffo in persona entrò in contatto con i comandi giacobini, e promise che avrebbe loro messo a disposizione navi regie per partire per la Francia.
I repubblicani ebbero anche da ridire, e pretesero dal Ruffo che desse pubblico ed ufficiale riconoscimento alla Repubblica Napoletana, altrimenti non avrebbero accettato l’offerta.
Il cardinale, con cristiana pazienza, andò anche oltre i suoi legittimi poteri di Vicario del Re e riconobbe a nome del Sovrano la Repubblica”.
E chiarisce subito: “E’ chiaro che fece ciò solo allo scopo di salvarli. I giacobini allora iniziarono ad imbarcarsi, ma nel frattempo giunse nel porto il Nelson con la sua flotta, e fece subito sapere che il patto era infame e che non ne avrebbe permesso l’esecuzione, anche a costo di decapitare il Ruffo!
Questi allora andò personalmente a protestare sulla nave dell’ammiraglio, ricordandogli che aveva dato la sua parola e che era il Vicario del Re.
Ma il Nelson, forte dell’appoggio della Regina, rispose insolentemente tramite la sua amante Lady Hamilton che non era dignitoso per un ammiraglio parlare troppo a lungo con un prete cattolico.
Il Ruffo, benché umiliato, non si diede per vinto, e provò nuovamente a convincere i giacobini a consegnarsi a lui, promettendo di farli fuggire via terra.
I repubblicani però preferirono consegnarsi al Nelson, reputando che era meglio fidarsi di un ammiraglio protestante piuttosto che di un prete cattolico.
Appena costoro si imbarcarono sulla nave, Nelson li fece arrestare tutti.”

La decapitazione di suo cugino Luigi XVI e di Maria Antonietta, le sofferenze e l’allontanamento da Napoli non predisponevano il Re alla clemenza verso i traditori, verso coloro che avevano appoggiato l’invasore straniero, in nome di una “civiltà” imposta con la violenza.
Fu istituita una Giunta di Stato che doveva giudicare i civili e una Giunta di generali per i militari.
Di 8000 prigionieri:

  • 105 furono condannati a morte, di cui 6 graziati;
  • 222 furono condannati all’ergastolo;
  • 322 a pene minori;
  • 288 a deportazione;
  • 67 all’esilio;
  • tutti gli altri furono liberati.

Durante i pochi mesi della repubblica
vennero condannati a morte e fucilati 1563 legittimisti

Eruzioni #001

Non è Gigante, no, che fulminato
qui le spalle combuste o volte, o scuote?
Ma la vindice spada il Cielo irato
aguzza di quel monte in su la cote.

Scintilla il foco, e dentro fumo alato
vola di Cintia a mascherar le gote.
I macigni disface, e nel peccato
fatto duro il mio cor disfar non puote.

Il suon, che s’ode in quelle vie ritorte
tutto è fragor delle Plutonie trombe,
che svegliano le Parche a darmi morte.

Sassi avventan quassù le Stigie frombe
per lapidarmi. E se da nubi smorte
cener mi piove il Ciel, mi piove tombe.

“Lo ‘ncendio del Vesuvio”
(Giuseppe Battista)

Invasione

da “Lazzari e Santa Fede”, di Alberto Consiglio, 1936


La Capitale era divisa in sei circoscrizioni, rette da Eletti/Magistrati, che costituivano la “Città”: cinque aristocratiche comprendevano gran parte della nobiltà; uno popolare comprendeva la borghesia napoletana ed aveva diritto di rappresentare tutti i Comuni del Reame.
La “Città”, quindi, costituiva un vero Parlamento.
Secondo un vecchio privilegio elargito da Federico II e confermato poi da vari sovrani, compresi quelli di Spagna, vacando il trono, spettava agli Eletti, alla “Città”, il governo dell’intero Reame.
Vantavano, quindi diritti molto temibili per il tentennante Vicario del Re, il Principe Francesco Pignatelli.

I Francesi erano ormai alle porte della Capitale e bisognava:

  • intavolare trattative per raggiungere una pace che avrebbe potuto comportare gravissimi oneri:
  • arginare l’anarchia popolare;
  • fare ogni sforzo per risparmiare alla città il danno economico d’una occupazione militare;
  • allontanare il pericolo dell’ultima sventura: una repubblica giacobina.

Il 24/12/1798 alla seduta degli Eletti furono ammessi altri 16 deputati borghesi.
Gli Eletti, facendosi patroni ed interpreti della volontà popolare, poichè i Lazzari chiedevano le armi e i castelli, proposero di costituire una milizia cittadina.
Si recarono dal vicario del Re, il Principe Francesco Pignatelli, per rammentargli i privilegi della “Città”, e chiedergli di rimettere nelle loro mani il compito della difesa e dell’ordine pubblico, e di concedere le armi necessarie alla costituzione di una milizia civica di 14.400 uomini.
In realtà lo scopo era quello di affrettare la conclusione della pace e di salvarsi (gli eletti) dal peggio e dall’anarchia.
La costituzione di una repubblica aristocratica era solo una minaccia priva di fondamento.

Il 12/1/1799 si ottenne l’armistizio che prevedeva:

  • l’evacuazione di Capua;
  • l’abbandono del territorio fino alla linea che corre tra l’Ofanto e il torrente dei Lagni;
  • il pagamento di due milioni e mezzo di ducati;
  • la chiusura dei porti ai navigli della coalizione.

Il generale Mack evacua, quindi, Capua per ritirarsi su Napoli.
Il popolo è certo del tradimento dei ministri e degli ufficiali dell’esercito.
Comincia, così, a diffondersi l’adagio “Chi tene pane e vino ha da essere giacubbino”.

Iniziano a farsi sentire gli effetti dell’armistizio. Molti molini, che traevano forza motrice dal torrente dei Lagni, le cui rive erano occupate dal nemico, avevano interrotto la macinazione, per cui si risentiva penuria di farina.
Sorge lo spettro della fame, mentre nobili e borghesi si abbandonano ad una certa spensieratezza. E questo esalta il furore dei Lazzari.

Il 15/1/1799, all’alba, i Lazzari si gettano contro le porte di Castel Nuovo. 

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Dopo un breve combattimento si impadroniscono della porta principale.
Una volta entrati non fanno danni alle persone. Inalberano la bandiera Reale, cacciano il presidio, si armano fino ai denti, pongono sentinelle sui cammini di ronda e si preparano all’estrema difesa.
La stessa scena avviene nel medesimo tempo in Castel Sant’Elmo, nel forte del Carmine e in quello dell’Ovo.
Durò tutta la giornata la processione dei Lazzari che si recavano a provvedersi di un fucile, d’una baionetta e di munizioni.
Già si trascinavano in piazza i cannoni che i Lazzari non sapevano adoperare.
Furono spalancate le porte delle carceri, liberando circa 6.000 prigionieri, tra i quali gli imputati per reati politici erano una piccola minoranza.
Il convincimento popolare era che il re fosse stato tradito dagli stranieri e dai signori, dei quali una parte s’era venduta ai francesi, e l’altra anelava di stipulare una pace che salvasse le loro ricchezze e desse la plebe nelle mani del vincitore.

Quindi il popolo non poteva considerare colpevoli coloro che avevano derubato i ricchi, traditori del re e del popolo.
E se una torma di plebei invadeva la casa di qualche benestante, il saccheggio aveva sapore di rappresaglia.
Ciò non diminuisce la forza morale che solleva i Lazzari, visto che, a quel tempo, gli eserciti delle nazioni più civili punivano, appunto, col saccheggio la resistenza delle città nemiche.
Il popolo aveva ormai acquistato il diritto di considerare colpevoli della catastrofe tutte le classi abbienti.
I Lazzari non insorgevano dopo una carestia; il loro movimento, spontaneo, era la difesa disperata della loro terra, degli usi, dei costumi, delle credenze, della religione. Di tutto ciò che, in ogni paese, forma la concretezza dell’animo popolare ed è la patria stessa.

Molti si recarono a presidiare l’altura di Capodichino, dove, per tradizione, si sapeva che gli eserciti invasori calavano sulla città.
Da questo accampamento era partita una colonna verso Casoria, in cerca del generale Mack, considerato codardo e traditore, per togliergli il comando e farne giustizia.
Ma questi, avvertito, depose il comando e chiese asilo al nemico, ottenendo anche un passaporto.
Il Mack passò innanzi a Gaeta il giorno stesso che la fortezza cadeva nelle mani francesi.

16/1/1799
Il vicario, che fino a quel momento non aveva mai voluto fornire di armi (pur avendone la possibilità) la milizia, munitosi di una buona somma di ducati scappò.
Lo stato insurrezionale della città non consentiva il versamento della somma pattuita con i francesi.
Rotto così l’armistizio, il generale Championnet avanzava lentamente su Napoli.
Gli Eletti, per salvare loro stessi e calmare l’insurrezione popolare, spedirono al generale francese una deputazione, la quale promise il pronto rispetto dei patti dell’armistizio, a condizione che si sospendesse la marcia sulla capitale.
Championnet, dubitando degli Eletti, rifiutò di trattare. E poichè si cominciava a fare distinzione tra re e nazione, assicurando che questa non aveva mai inteso muovere guerra ai francesi, il generale francese li esortò a “democratizzarsi”, nel qual caso egli sarebbe entrato in città da amico e alleato.
Conosciute queste trattative, i tumulti si moltiplicarono. I Lazzari accusarono di tradimento i magistrati cittadini e i gentiluomini che avevano elevato al comando.
I francesi erano a poche ore di marcia e bisognava prepararsi a combattere alle barriere.
I cannoni, dai Castelli, furono trascinati a braccia sull’altura di Capodichino, sulla via di Poggioreale e al ponte della Maddalena.
Non ci si dette pensiero che la capitale era assolutamente priva di mura e fortificazioni.
Si confidava sulle proprie braccia e sull’aiuto di San Gennaro, in nome del quale si combatteva e che formava il simbolo della concreta patria che si difendeva.
I tumulti si aggravavano di più, tanto che, oltre ai pavidi proprietari e ai giacobini, anche i legittimisti e coloro che più avevano temuta l’occupazione francese, spedivano messi allo Championnet perchè affrettasse la marcia.
Non vi era alcuno che avesse il coraggio di mettersi lealmente a capo della plebe e tentar la sorte in un’ultima giornata. Nessuno volle intendere che l’anarchia sarebbe divenuta ordine composto ed eroico, solo che un uomo fosse riuscito a riscuotere la fiducia della plebe.
Nelle ultime ore, sulle alte classi sociali, presero il sopravvento i giacobini, gli unici che potessero moralmente giustificare il desiderio dell’occupazione francese.
Francesi e giacobini sapevano che il Castel Sant’Elmo era la chiave della situazione.
All’interno del castello vi erano, infatti, 40.000 armati che avrebbero opposto ai francesi un muro di ferro e fuoco veramente infrangibile.
Nella notte del 18/1/1799 i giacobini tentarono, senza riuscirvi, di impadronirsi del castello.
Il 20/1/1799 l’arcivescovo fece portare in processione la statua di San Gennaro. Questo per persuadere la plebe del favore del clero.
Anche l’aristocrazia e la borghesia partecipò alla processione, anche queste per portare il popolo dalla loro parte. Ma il loro scopo era quello di far cessare il popolo di dare la caccia ai ricchi traditori e dare quindi il tempo al nemico di prevenire la sua resistenza.
Il 21/1/1799 i giacobini, tra cui alcuni che avevano partecipato alla processione, riuscirono con uno stratagemma ad impadronirsi del Castel Sant’Elmo.
Il grosso dei giacobini vi si asserragliò e lo Championnet, sicuro ormai del fatto suo, muoveva i battaglioni sulla capitale.

La città fu investita dalla parte orientale.
I francesi si fecero largo dopo aver raso al suolo Pomigliano d’Arco.
A Capodimonte, a Capodichino, al Ponte della Maddalena, i battaglioni francesi urtarono contro un’ostinata resistenza.
I Lazzari, tra i quali era impossibile contare il numero dei caduti, opponevano alle baionette e ai cannoni delle vere muraglie umane.
Nella prima giornata i francesi concentrarono l’assalto sul punto di maggiore resistenza (la Porta Capuana), tentando di occupare fin da subito i quartieri più popolari.
Combattevano lì 2.000 Lazzari comandati da Michele il Pazzo, ma anche qualche centinaio di svizzeri delle guardie reali.
La brigata Monnier era riuscita con una furiosa carica a sloggiare i Lazzari da Poggioreale e li aveva inseguiti fino alla porta.
Respinta una prima volta, Monnier ritentò la carica. Travolti nel primo impeto i Lazzari, i francesi passarono la porta e giunsero nella piazza, ove, furono accerchiati da un furioso fuoco di fucileria proveniente dalle case circostanti.
Abbandonati i loro morti sul selciato, dovettero battere in ritirata, mentre Svizzeri e Lazzari, trascinati in piazza 12 cannoni, fulminavano d’infilata la via per la quale il nemico fuggiva.
Il maggiore Thièbault, riuscì, per fortuna del nemico, ad arrestare una colonna di 3.000 Lazzari, evitando una disastrosa rotta.
I francesi riorganizzarono una colonna d’assalto. Simulando la fuga si fecero inseguire dai Lazzari, che questa volta furono sorpresi di fianco dai granatieri di riserva, che ne fecero orrendo massacro.
Tuttavia la porta e la piazza non furono espugnate prima che l’incendio non avesse distrutte le case della plebe.
Lo spirito combattivo dei Lazzari non era, comunque, minimamente fiaccato.
I popolani si lasciavano massacrare combattendo con disperazione cieca.
I Lazzari, sebbene sloggiati dalle primitive posizioni, conservavano una forte linea difensiva.
Intanto i giacobini, rinchiusi nel Castel Sant’Elmo, vedendo volgere piuttosto incerte le sorti della giornata, indirizzarono una lettera agli Eletti nella quale minacciavano il bombardamento della città, se i magistrati non avessero disarmato il popolo insorto.
I magistrati erano, inoltre, chiamati responsabili delle conseguenze e delle rappresaglie.
Gli Eletti risposero che non erano in grado di fermare 40.000 armati sbandati i quali erano riusciti a far “rinculare” il nemico al quale avevano tolto buona parte dell’artiglieria, affrontandolo a “petto nudo e scoperto”.
Ma la loro preoccupazione era che in caso di vittoria dei Lazzari, questi avrebbero sfogato su di essi il loro sdegno. Quindi speravano che i Lazzari riuscissero a respingere il nemico e quindi poter trattare una pace vantaggiosa.
I giacobini, quindi, si accingevano a porre in atto la minaccia di bombardare la città.
La sera del 21/1/1799 spedirono alcuni messi ai francesi, esortandoli ad attaccare il giorno dopo i Lazzari ai Ponti Rossi, in modo che il forte avrebbe colpito i difensori alle spalle.

Il 22/1/1799 il generale Championnet inviò un parlamentare ai bivacchi dei Lazzari, per offrire la pace.
Ma la plebe, che fino a quel momento era stata tradita da tutti, non conoscendo il “diritto delle genti”, massacrò l’ufficiale francese.
La battaglia si riaccese a Capodimonte e al Ponte della Maddalena.
I Lazzari furono praticamente accerchiati ed assaliti da tutte le parti.
S’era appena iniziata la battaglia, che Sant’Elmo cominciò a bombardarli.
Ai francesi fu necessario l’intervento, in aiuto, di una brigata. Due battaglioni di questa passarono dietro le colline di Capodimonte e del Vomero, senza incontrare resistenza e penetrando in Sant’Elmo, ove si piantava l’albero della libertà.
I Lazzari, pur combattendo intrepidamente, cedevano terreno.
Ma i Lazzari di Foria e di Chiaia respinsero francesi e giacobini malgrado le loro critiche condizioni.
Un distaccamento francese, proveniente da Capodichino, sorprese i difensori di Via Foria di fianco e li ricacciò facendo terribile strage. Quaranta Lazzari fatti prigionieri furono fucilati in massa.
La plebe dovette difendersi e barricarsi nel Largo delle Pigne. Avevano solo quattro cannoni.
Nel centro della città correvano pattuglie di Lazzari in servizio d’ordine pubblico. Dai conventi, monaci e preti scagliavano sui difensori vasi da fiori e ogni oggetto possibile. Da qualche casa borghese non si esitava a sparare qualche fucilata e qualche pistolettata sulla plebe.
Giacobini, o creduti tali, erano assaliti nelle case, trucidati, gettati i loro cadaveri sui fuochi di bivacco.

Durante il 21 e 22/1/1799 i Lazzari ordinarono che tutti i portoni e tutti gli usci rimanessero spalancati. Ogni luogo di rifugio doveva essere pronto a ricoverare i passanti bersagliati dal bombardamento di Sant’Elmo.
Dopo sette ore di resistenza i Lazzari abbandonarono il Largo delle Pigne.
La resistenza si concentrava nel quartiere di Mercato. Tenevano ancora buona parte di Via Toledo, il Palazzo Reale, il Castello del Carmine, il Castel Nuovo e il Castello dell’Ovo.
All’alba del terzo giorno Championnet dette ordine che la lotta procedesse senza quartiere.
I francesi discesero per Via San Carlo alle Mortelle e per Via Santa Lucia a Monte, per piombare sul fianco dei Lazzari, in Via Toledo e in Piazza San Ferdinando.
Dopo un aspro combattimento si impadronirono del centro e sbucarono in Largo del Castello. Qui, dopo un prolungato tiro di artiglierie da Sant’Elmo, presero d’assalto Castel Nuovo.
Ora si poteva battere alle spalle i Lazzari che combattevano al forte del Carmine e che sostenevano altri francesi.
Questi ultimi, sebbene avessero ricevuto dei rinforzi, urtavano contro circa 8.000 Lazzari, che cedettero il terreno solo nelle ore pomeridiane, quando furono accerchiati. Tentarono di asserragliarsi nel forte del Carmine, ma il Castello fu preso d’assalto, prima che si potessero chiudere le porte. Molti difensori furono trucidati.
Championnet poteva ritenersi padrone della città.
Tuttavia, se i forti e i principali centri di resistenza organizzata avevano ceduto, il popolo era ancora in armi.
Ma una cannonata da Castel Sant’Elmo spazzò il Largo di Palazzo.

10.000 caduti

Dintorni #001

« Questa regione veramente non è terrena. Non cadde ella dal cielo?… Non un bosco d’aranci, o pini, o cedri; non una grotta corrosa dal mare che non esali un incantamento. Non una rupe che non disegni sulle chiare acque del mare immagini deliziose. »

Samuel Rogers

Campi Flegrei #001

«È qui che si resta sbalorditi fra gli avvenimenti della storia e della natura.»

Johann Wolfango Goethe

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‘N’opera darte

di (e voce) Gennaro Esposito


Nfacci’a nu marmo ‘e nu palazzo antico
ce leggo scritto:”Il Conte Montevico
per dare lustro alla città natale,
finanziò quest’opera immortale.
Animo Nobile, di antica stirpe,
sollecitò le arti e le aiutò.
Il nobile architetto Filippetto,
maestro d’arte, ne firmò il progetto.
Di idee coraggiose e avanguardiste,
si rivelò, nell’opera, un artista;
ne sono testimoni le colonne,
vero prodigio di stabilità”.

Cchiù sotto ancora, a quase mezu parmo,
ce steva scritto, ‘ncopp’a n’atu marmo:
“L’ingegnere Tommaso Buonocori,
in dieci anni terminò i lavori;
aprì alle arti strade mai percorse,
ebbe elogi da Principi e da Re”.
Chi ha costruito overo stu palazzo,
st’opera d’arte, orgoglio ‘e chesta piazza,
nun ce sta scritto ‘ncopp’a cchelli mmure.
Pitture, carpentieri, murature,
senza ‘sta gente, chilli grandi artiste,
l’aizavano cu ‘o cazzo stu palazzo!

‘O sapunariello

di Raffaele Viviani
(esegue Franco Acampora)
 


Eramo ‘a ciento e sidece pezziente;
facetteme nu tuocco pe’ vede’
‘a miez’a nnuje chi asceva presidente.
E, manco a dirlo, ‘o tuocco ascette a me!

Ih che tramuntanella seriticcia
ca se n’è scesa dint’a nu mumento!
Si mo tenesse ‘o ppoco d”a pelliccia,
stesse a cavallo, accidarrie stu viento.

Ma stracquo e strutto,
annudo e muorto ‘e famma,
stu viento comm”accido, pe’ sape’?
Sarrà tutt”o ccuntrario, cor”e mamma:
chisà qua’ juorno ‘o viento accide a me.

* * *
E intanto ‘o delegato e tutt”e guardie
vanno piglianno ‘a gente ‘e malavita.
Capite? Accussì ‘a chiammanno!
Addo’ si chella è bbonavita!
Chella è gente ca magna e ca veve,
cu carrozze, triate, scampagnate,
cu cocotte, etceveza etceveza.
E chesta è malavita? Ma ve ne jate o no!
‘A malavita overo, chell’autentica,
è chella ca facc’io, cu sta miseria!

Già sta schiaranno juorno, ‘a faccia mia!
E comme fosse che aggio fatto? Ll’uovo.
Na notte, p”o Mercato e ‘a Vicaria,
ched’è na pezza vecchia? Nun ‘a trovo.

Tenevo na lanterna e s’è stutata:
mo chiudo ‘o magazzino e buonsuarè.
E me ne vaco a’ casa addu ‘a cecata
ca n’uocchio tene e ‘ha miso ‘ncuollo a mme.

Si fosse n’ommo ca tenesse ‘a pezza,
facesse bene. Ma, mannaggia ‘a sciorta,
che vuo’ fa’ bene. si na ddiece ‘e pezza
mo nun ‘a tengo manco dint”a sporta?

* * *
Ormai s’è capito:
è ‘o Pataterno ca tene ‘a rota ‘e chisto munno ‘nmano
e ‘a fa gira’ accussì, accussì e accussì.
S’ha da stracqua’!
E po’ ‘a gira accussì, accussì e accussì.
E aspetto c’avota nu poco ‘o munno ‘a parta mia.

***
‘O mare e ‘a rena!
E ‘a bona sera a chi remmane!

Tatonno ‘e Quagliarella

di Capurro – Buongiovanni
(esegue Nino Taranto)


I
Facite comme a me,
senza timore:
cuffejo pure ‘a morte e ‘a piglio a risa…
Io so’ cuntento meglio ‘e ‘nu signore
pecchè tengo una faccia e una cammisa …

E quanno metto ‘a lengua ‘int”o pulito,
che ne facite ‘a lengua ‘e ‘nu paglietta!
Embè, quanto stimate ‘a palla ‘e vrito,
chi vo’ sta’ buono, ha da sape’ ‘a ricetta!

Si l’ommo tutt”e chiacchiere
vulesse senti’ dicere,
quanta fasule e cicere
se mettarria a scarta’!

E si tenite ‘a freva,
lassate sta’ ‘o cchinino …
Addo’ sta ‘o meglio vino,
‘o ghiate a piglia’ llà!

Ce steva ‘nu scarparo puveriello,
chiagneva sempe ca purtava ‘a croce …
‘A ciorta le scassaje ‘o bancariello
e pe’ se lamenta’ … perdette ‘a voce!

II
Quanno è ‘a staggione,
vaco ascianno sulo
‘na bona fritta ‘e puparuole forte …
‘Nu piezzo ‘e pane, ‘nzieme a ‘nu cetrulo,
e ‘o riesto, ‘o votto dint”a capa ‘e morte!

Che tengo ‘e figlie
o aggio ‘a penza’ a ‘o pesone?
Io faccio ogne arte e ghiesco p”a campata!
Si è p”a lucanna, sotto a ‘nu bancone
se dorme frisco e puo’ passa’ ‘a nuttata …

Riguardo ‘o ttaffiatorio,
m”a scorcio bona ‘a maneca
e addo’ truvate ‘aglianeca,
truvate sempe a me!

Menammo tutto a buordo
fintanto ca se campa:
dimane, forze, ‘a lampa
se putarria stuta’ …

Che brutta cosa ch’è a tira’ ‘a carretta
quanno nisciuna mana votta ‘a rota!
Nun sentere cunziglie, nun da’ retta,
ca senza l’uoglio chella nun avota!

III
Pe’ spartere
aggio avuto quacche botta
ma nun me songo miso maje appaura!
‘Na vota, ‘int’a ‘n incendio a Foregrotta,
salvaje, ‘a dint”o fuoco, ‘na criatura…

Quann’io so’ muorto
l’hanno ‘a aiza’ ‘sta crapa!
Nisciuno chiagne, manco p”o mumento …
Ll’esequie è bello e pronto: ‘ncapa e ‘ncapa
e vaco a’ sala ‘e Ricanuscimento!

Quann’è fernuta l’opera,
pezzente o miliunario,
s’ha da cala’ ‘o sipario
e s’ha da arricetta’ …

Pe’ chesto, ‘o servo  vuosto
Tatonno ‘e Quagliarella,
‘o scisto ‘int”a garsella
nun s”o fa maje manca’ …

E quanno ‘o libbro mio sarrà fernuto
nisciuno diciarrà si è bello o brutto …
Ma primma e ve da’ l’urdemo saluto,
ne voglio ‘n ato litro … ‘e chell’asciutto.

La Vandea

di Renato Cirelli


1. Un fatto divenuto un simbolo

Il termine «Vandea», grazie alla storiografia filo-rivoluzionaria, è divenuto sinonimo di rivolta reazionaria e di resistenza contro l’affermarsi del progresso, che hanno come protagoniste popolazioni contadine ignoranti, sobillate da clero e nobili, che utilizzano il fanatismo religioso per scopi in realtà riconducibili ai loro interessi e privilegi di classe. Questa interpretazione non ha potuto essere adeguatamente controbilanciata dalla storiografia filo-vandeana, perché, a tutt’oggi, gli storici di parte rivoluzionaria hanno praticato l’occultamento dei fatti e imposto la damnatio memoriae nei confronti dei protagonisti, quindi anche dei valori che stanno all’origine della rivolta vandeana.

2. I motivi della rivolta

Il territorio indicato come Vandea Militare è situato nella Francia Occidentale, sulla costa atlantica, con un’estensione di circa 10.000 kmq e con una popolazione, all’epoca, di ottocentomila abitanti. Non si tratta di una regione povera e marginale, ma la sua ricchezza e la sua popolazione sono superiori alla media francese, così come la ricchezza e la popolazione francesi sono superiori alla media europea del tempo.

Gli abitanti della regione sono noti per l’attaccamento alle consuetudini e alle libertà locali, oltre che per un radicato sentimento religioso, segnato dalla predicazione di san Luigi Maria Grignion di Montfort (1673-1716), che aveva combattuto lo scetticismo del tempo soprattutto con la devozione mariana.

Alla fine del secolo XVIII l’Ovest, come tutta la Francia, patisce gli esiti di un processo di centralizzazione che si è sempre più sviluppato a partire dal regno di Luigi XIV di Borbone (1638-1715).

Il costo di questa politica è la causa principale della voracità statale in materia fiscale e una delle conseguenze del governo dei ministri illuministi, sì che fra il 1775 e il 1789 la pressione fiscale diventa sempre più sostenuta e male sopportata da tutti.

Quando, per avviare una riforma generale che affronti il problema fiscale e il deficit dello Stato, vengono convocati da re Luigi XVI di Borbone (1754-1793) gli Stati Generali l’assemblea costituita dai rappresentanti del clero, della nobiltà e della borghesia , anche dalla Vandea arrivano i cahiers de doléance, raccolte di rimostranze e di petizioni che esprimono, insieme a un profondo attaccamento alla monarchia, anche una serie di proteste contro il sistema di imposizione fiscale, i suoi abusi e la sua irrazionalità.

I vandeani auspicano, quindi, un rinnovamento e con questo spirito mandano a Parigi i loro rappresentanti, perché se ne facciano portavoce presso il sovrano. E la disillusione è tanto più cocente quanto più grande è stata la speranza.

Diventa sempre più chiaro, e non solo in Vandea, che a Parigi non si lavora alle sperate riforme, ma a emanare leggi destinate ad aumentare il potere coercitivo delle amministrazioni, a colpire la Chiesa e le tradizioni religiose del popolo in una inquietante accelerazione distruttiva.

La confisca e la vendita dei beni ecclesiastici, che avvantaggia solo borghesi e nobili, e l’introduzione della Costituzione Civile del Clero, nell’estate del 1790, creano un diffuso malcontento, al quale le autorità rispondono con insensibilità, con incapacità di governo e con una crescente repressione, che sfocia nell’irrimediabile frattura fra le popolazioni e i pubblici poteri.

Gli avvenimenti precipitano nel 1793. La rottura provocata dalla Costituzione Civile del Clero, che pone le basi di una rivolta di natura religiosa, si consuma con la notizia che il 21 gennaio 1793 re Luigi XVI è stato ghigliottinato, e si manifesta quando il Governo di Parigi ordina in tutta la Francia l’arruolamento di trecentomila uomini da mandare al fronte.

3. La guerra contro-rivoluzionaria

La rivolta scoppia perché la popolazione della Vandea rifiuta di abbandonare le case per andare a morire per una repubblica che considera illegittima, colpevole di perseguitare la religione, di aver assassinato il sovrano legittimo e di aver inasprito la crisi economica.

Già dal 1790, a causa delle tasse e in difesa dei sacerdoti detti «refrattari», cioè quelli che non avevano giurato fedeltà alla Costituzione, scoppiano un po’ dovunque tumulti e la Guardia Nazionale, più di una volta, non esita a sparare sulla folla.

Anche in altre regioni della Francia scoppiano rivolte, però ovunque la Repubblica le soffoca più o meno rapidamente, perché sono improvvisate, mancano di coordinamento e di decisione. Ma in Vandea, nel marzo del 1793, inizia un’insurrezione generale, annunciata dal suono delle campane a martello di tutte le chiese. Gli insorti si organizzano militarmente sulla base delle parrocchie e costituiscono un’Armata Cattolica e Reale di molte decine di migliaia di uomini, guidati da capi che essi stessi si sono scelti e che spesso, specie fra i nobili, sono restii a farsi coinvolgere.

Jacques Cathelineau (1759-1793), vetturino, è l’iniziatore della sollevazione e viene eletto primo generalissimo dell’Armata vandeana; muore in battaglia a trentaquattro anni. Il marchese Louis-Marie de Lescure (1766-1793) è un ufficiale che gli insorti liberano dalla prigionia, ed egli ne diviene un capo autorevole; quando muore in combattimento, a ventisette anni, gli viene trovato addosso il cilicio. Henri du Vergier de la Rochejaquelein (1772-1794) è eletto generalissimo a soli ventuno anni; Napoleone Bonaparte (1769-1821) ne esalterà il genio militare. Jean-Nicolas Stofflet (1753-1796), guardiacaccia, si rivela un formidabile tattico e non accetterà mai di arrendersi. François-Athanas de la Contrie (1763-1796), detto Charette, è un ufficiale di marina «costretto» a diventare un capo leggendario dagli insulti dei contadini che lo traggono da sotto il letto, dove si è nascosto per sottrarsi alle loro ricerche; muore fucilato. Vi è anche chi è prelevato a forza e portato in battaglia sulle spalle dei contadini. Fra le poche eccezioni vi è Antoine-Philippe de la Trémoille, principe di Talmont (1765-1794), che torna dall’esilio per mettersi alla testa della cavalleria, unico dei grandi signori di Francia a combattere e a morire con i vandeani.

Vittorie e sconfitte si alternano fino allo scacco di Nantes e alla sconfitta di Cholet, nell’autunno del 1793. L’Armata Cattolica e Reale decide, allora, di attraversare la Loira e di raggiungere il mare in Normandia, dove pensa di trovare la flotta inglese. Ma all’arrivo gli inglesi non vi sono e i vandeani, con le famiglie al seguito, ritornano sui propri passi, inseguiti dai repubblicani che li sconfiggono in una serie di scontri, che si risolvono in carneficine dove gli insorti, donne e bambini compresi, vengono sterminati a migliaia.

4. La repressione rivoluzionaria

Nel gennaio del 1794 la Repubblica ordina la distruzione totale della Vandea. Spedizioni militari punitive, dette «colonne infernali», attraversano la regione facendo terra bruciata e perpetrando il genocidio della popolazione, con una metodicità e con strumenti da «soluzione finale», che anticipano gli orrori del secolo XX; né mancano intenti di controllo demografico.

Parallelamente inizia la campagna di scristianizzazione del territorio e il Terrore rivoluzionario si abbatte sulle popolazioni con la più dura delle persecuzioni mentre gli imprigionati, i deportati in questo periodo viene inaugurata la colonia penale di Caienna, nella Guyana , le esecuzioni di ogni tipo sono in un numero imprecisato. Nel febbraio del 1794 la Vandea insorge ancora e conduce una spietata guerra di guerriglia, che mette la Repubblica alle corde. Finalmente, nel febbraio del 1795, a La Jaunnaye, i capi vandeani firmano una pace con la quale il Governo di Parigi s’impegna a riconoscere la libertà del culto cattolico, concede l’amnistia, un’indennità di risarcimento e, a quanto pare, in alcuni articoli segreti, s’impegna a consegnare ai vandeani il figlio di Luigi XVI, prigioniero nella Torre del Tempio di Parigi. Però, in seguito al mancato rispetto degli accordi, nel maggio del 1795 Charette e altri capi riprendono le armi, ma questa volta l’insurrezione non ha l’ampiezza della precedente, anche perché è grande la delusione per il mancato arrivo di un principe che si metta alla testa degli insorti; mancato arrivo di cui sono responsabili anche gli intrighi inglesi.

La guerriglia continua senza speranza fino alla cattura e alla fucilazione di Charette, nel marzo del 1796. Il tentativo di sbarco a Quiberon da parte di settecentocinquanta «emigrati» persone che hanno lasciato la Francia dopo gli avvenimenti del 1789 , molti dei quali ufficiali di marina cui l’Inghilterra ha promesso aiuto e appoggio militare, si conclude in un disastro. Traditi, cadono nelle mani dei repubblicani, che promettono loro la vita in cambio della resa e invece li fucilano; tutto finisce in una tragica Baia dei Porci ante litteram.

Con la morte di Charette si conclude l’epopea vandeana. Vi sarà un’altra insurrezione negli anni 1799 e 1800, guidata dai capi vandeani superstiti e da George Cadoudal (1771-1804) in Bretagna; poi ancora nel 1815, durante i Cento Giorni napoleonici; e, infine, l’ultimo episodio sarà la fallita insurrezione legittimista contro il governo liberale di Parigi nel 1832.

5. Il costo della guerra

Anni di guerra e di guerriglia spietata, ventuno battaglie campali, duecento prese e riprese di villaggi e di città, settecento scontri locali, centoventimila morti di parte vandeana, numerosissimi di parte repubblicana, la regione completamente devastata: queste sono le cifre impressionanti che molti cercano di nascondere.

Quella che Napoleone ha chiamato una lotta di giganti è una guerra popolare, cattolica e monarchica, che i vandeani hanno condotto diventando coscientemente un ostacolo all’affermazione del primo grande tentativo di repubblica rivoluzionaria e totalitaria della storia moderna. Per questo la Vandea ha pagato con un terribile genocidio, seguito dal silenzio di chi si riconosce nell’albero ideologico della Rivoluzione francese.

6. La vittoria dei vinti

Il riconoscimento dei sacerdoti fedeli a Roma, il ristabilimento del culto cattolico e infine, con tutti i suoi limiti, il Concordato Napoleonico del 1802 sono da molti ascritti a merito anche del sacrificio dei vandeani. Questa, in ultima analisi, può essere definita la grande vittoria dei vinti. Vinti in questo mondo, dal momento che molti di questi martiri sono stati elevati alla gloria degli altari dalla Chiesa.

Quindi, questa è la ragione per cui, fuori dal linguaggio corrente della storiografia, il termine «Vandea», al di là del suo contesto storico, ha valenza positiva, esempio e sinonimo di contrapposizione radicale ai princìpi rivoluzionari dell’epoca moderna, e difesa e proposizione dei valori sui quali si fonda la civiltà cristiana; perciò termine contro-rivoluzionario perché esprime non solo ostilità alla Rivoluzione in tutti i suoi aspetti, ma anche sostegno dei princìpi cristiani, che sono a essa radicalmente contrari.

Ortona, Febbraio 1799

di Antonio Falcone


Ricostruire quelle giornate è impresa ardua, mancano molti documenti, andati persi durante l’assalto al Palazzo Comunale del 19 Aprile 1885. Sono disponibili documenti relativi al periodo 1793/1800, presso l’Archivio Parrocchiale; l’Onciario del 1751 e del 1796, presso la Biblioteca Comunale; altra fonte è costituita dagli atti notarili presso gli Archivi di Stato.
Il Re Ferdinando IV di Borbone, sul trono del Regno di Napoli dal 1759, impaurito e sconvolto dalla rivoluzione francese, aveva portato il Regno su posizioni reazionarie, sino a dichiarare guerra alla Francia repubblicana, nel Novembre 1798. Dopo i primi successi iniziali, i borbonici furono sconfitti dai francesi, i quali già in Dicembre invadevano l’Abruzzo e successivamente costringevano il Re alla fuga. Le popolazioni contadine, davanti alla realtà del loro paese invaso da stranieri, davanti ai capi che fuggivano, insorsero con violenza, in un movimento essenzialmente spontaneo che fu chiamato “sanfedismo”, dalla santa fede cristiana che molti dicevano di voler difendere contro l’ateismo dei francesi rivoluzionari. I contadini erano favorevoli al Re borbonico, anche perché le riforme della seconda metà del ‘700 avevano alleggerito i vari “pesi” che su di essi e sulle loro proprietà gravavano da sempre, specialmente da parte della nobiltà. Migliaia furono i morti nella insurrezione antifrancese in Abruzzo, con distruzioni, incendi, saccheggi, stupri, assassinii inutili in massa: centinaia di contadini-prigionieri fucilati perché non potevano essere trasportati facilmente a Napoli, ecc. I francesi, molto più forti sul piano militare e organizzativo, erano ostacolati dalle masse che li affrontavano ovunque, ma che sapevano in genere scegliere anche i luoghi adatti ad agguati. Le popolazioni, eccetto una minoranza filogiacobina, appoggiavano direttamente e indirettamente gli insorgenti. Un aiuto particolare venne agli insorti dalle condizioni della loro terra, dove strade ben fatte e ponti erano una cosa piuttosto rara. Basta leggere le cronache d’epoca per rendersi conto come era difficile spostarsi da un paese ad un altro: i battaglioni francesi, con le artiglierie e le salmerie, impiegavano molto tempo nei loro spostamenti, e, in questo, gli insorti erano favoriti.
Occupata la città di Ortona il 28 Dicembre 1798, i francesi vollero con Bourdelier sistemare ” democraticamente ” (così sostenevano) il governo della città. Abolito l’antico governo, elessero alcuni “municipalisti” con il compito di amministrare Ortona. Furono eletti in cinque, appartenevano alla nobiltà come il barone Armidoro de Sanctis e alla borghesia, come Michele Onofrj, Giuseppe Bernardi e Tommaso Berardi. Il cavaliere Francesco de Luna apparteneva ad un’antica famiglia spagnola venuta in Ortona probabilmente agli inizi del secolo, in quanto Salzano de Luna era stato nominato “ministro portolano” ossia comandante di tutta la costa abruzzese e molisana, sino alla Capitanata, con sede in Ortona, dove esisteva il porto più importante della zona. I cinque municipalisti dovettero amministrare quel poco che potevano nel mese di Gennaio 1799, mentre in tutto l’Abruzzo iniziavano le insurrezioni popolari contro i francesi. In quel mese, con un clima freddissimo e quindi con problemi non facili per gente essenzialmente povera, Ortona “democratizzata” visse qualche settimana di relativa calma. Ma le “masse” (così le cronache del tempo chiamavano le bande di insorti filoborbonici), specialmente nella zona del lancianese, incitate da alcuni sacerdoti (tra cui Giuseppe Lanza di Fossacesia), presero le armi ed insorsero, raggruppandosi in bande piuttosto decise e violente. Soprattutto contadini di Casalbordino, Rocca S. Giovanni, Torino di Sangro, San Vito, Frisa, Canosa, Crecchio. A questo proposito, è molto probabile che anche “masse” di Caldari e dintorni si unissero ai sanfedisti filo-borbonici. Indirettamente ne troviamo conferma in un verbale del Consiglio del 24 Febbraio 1811, redatto a proposito della richiesta di alcune Ville ortonesi di staccarsi dal centro urbano. <E’ dell’interesse privato di tali villaggi (Caldari, Rogatti o Ruatti e Torre) come rivoluzionari siano segregati da questo Comune. Nel 1799 al 1° di Febbraio, li capi delle descritte ville unite alle masse delli Comuni convicini si portarono in questa città anch’essi armati per eseguire la rivoluzione fra loro combinata, come in effetti vi riuscirono, commettendo dei massacri ed incendiando l’archivio della Corte locale nascosero le procedure dei loro misfatti. Essi non han deposto le di loro grave mire, giacchè nel dì dodici dell’andante (mese) che sentirono il cannoneggiamento de’ nemici per mare, sono accorsi con accetti e sacchi, supponendo occupato questo Comune da nemici e così profittare coll’unione di essi nel saccheggio e nella rapina..>. L’episodio si riferisce ad un’azione navale degli inglesi del 12 Febbraio 1811, durante le guerre napoleoniche. Trecento inglesi sbarcarono nel porto di Ortona, per prendere alcune barche di grano e distruggere la città, ma dopo alcune ore di combattimenti furono messi in fuga dai legionari e dai cittadini. Il 31 Gennaio e il primo Febbraio 1799, in Ortona alcuni filo-borbonici diedero inizio a sommosse antirepubblicane. I primi agitatori furono sei, secondo la testimonianza di Uomobuono delle Bocache: Filippo la Fazia, artigiano di S.Vito, giunto in Ortona il 31 Gennaio per agitare le acque, lo speziale Pasquale Torrese, originario di Canosa, ma da anni abitante in Ortona, il campagnolo Vincenzo Rapino, il notaro Vincenzo Recchini, lo studente Gaetano Gianvito, e il chierico Tommaso Cieri. La sommossa del 1 Febbraio ha carattere spontaneo non organizzato. Probabilmente il solo la Fazia aveva esperienze di sommosse e sapeva bene quello che voleva; il tutto però, prese una piega violenta e sanguinaria. Il caso volle che fosse in Ortona, quel primo Febbraio, un commissario francese, Luis Pecul, che da Pescara era venuto in Ortona per trovare vino e viveri per la fortezza, dove stazionavano le truppe francesi. Insieme con lui era un giacobino pescarese, Cristofaro Basile. Erano presenti in Ortona, per caso, anche due giacobini di Vasto, i municipalisti Filippo Tambelli e Paolo Codagnone, i quali, fuggiti via mare alla volta di Pescara, per il contrario vento dovettero approdare ad Ortona. Furono tutti condotti in prigione, insieme ad un giovane ortonese Alterisio Magnarapa che era interprete per trattare coi francesi gli interessi di Ortona. Il buio della notte impedì ad alcuni facinorosi di tentare violenze ai danni dei prigionieri e di famiglie giacobine o credute filofrancesi. Vi era inoltre il Mastrogiurato che pattugliava le vie del centro urbano con gruppi di cittadini armati, per mantenere l’ordine. Le masse sanfediste, come avvenne in tante altre parti, dopo essersi impadronite della città, avrebbero compiuto violenze e saccheggi. In Ortona , la sera del primo Febbraio, questo non avvenne.
Verso le 11,30 del due Febbraio arrivarono a Porta Caldari diverse centinaia di sanfedisti, forse un migliaio. Circa 300 erano quelli di S.Vito e dintorni, guidati da Filippo la Fazia, poi c’erano quelli di Frisa, circa 400 guidati da Coladamo Colacioppa; erano presenti anche sanfedisti di Fossacesia, Rocca, Guardiagrele, e di Caldari, secondo il cronista De Chiara. La presenza di una massa armata di un migliaio di uomini, piuttosto violenti e spicciativi, preoccupava tutti gli ortonesi. Dopo varie celebrazioni, verso le tredici tutte le masse erano nella piazza principale. Furono portati fuori dai magazzini i sette cannoni di cui c’era disponibilità in città. C’era un certo fermento in piazza: la folla era immensa, l’eccitazione notevole. Nel palazzo di città, il tenente Morelli, aiutato da Carlo di Pietro e qualche altro, preparava le cartucce e le polveri per i cannoni. Improvvisamente, corse voce che chi preparava le cartucce era un giacobino traditore: la folla, urlando, salì nel palazzo comunale. Così Bocache descrive l’assalto: <tutta la massa straniera si pose sopra l’arme, e salita nella cancelleria arrestaron il detto capitano (Di Pietro) e sargente vestiti dell’uniforme reale e lo calarono nel carcere dove erano detenuti gli infelici Vastesi e Basile. Raddoppiarono le sentinelle dentro e fuori, fecero la consegna all’officiale di guardia vita per vita, e di nuovo rimontati nella detta cancelleria cominciarono a buttare dalle finestre tutte le scritture esistenti in essa, ed in quella del Civile contigue tra loro, le devastarono in modo che vi rimasero unicamente le mura. Fatto ciò, accesero nel mezzo della piazza un gran fuoco e incendiarono il tutto con dispiacere universale per le carte antiche, e famosi documenti che colà vi erano. Se ne risentì la massa ortonese a questi accessi, ma gli accaniti forestieri senza replicar parola incominciando a far fuoco costrinsero la massa ortonese a darsi alla fuga salvandosi dentro le rispettive case>. La perdita di quei documenti antichi bruciati il due Febbraio è stata gravissima. Tutti i verbali dei consigli precedenti il 1584 sono oggi perduti; pergamene, manoscritti di eccezionale valore storico-documentario furono bruciati; tutte le testimonianze di età ricche per Ortona, come quella Sveva, furono irrimediabilmente perdute. Evidentemente, la distruzione del proprio Palazzo comunale ed esattamente di quello che vi era dentro causò una reazione da parte degli ortonesi. Dovettero esserci discussioni a dir poco violente, se la massa forestiera alla fine “fece fuoco”, e gli ortonesi, in minor numero, dovettero ritirarsi. Nel pomeriggio del due Febbraio, circa mille uomini sanguinari e violenti erano padroni della città. La violenza cominciava. Così la descrive Bocache:< Rimasta sola la massa straniera, cacciarono dal carcere il capitano e il sargente facendoli accostare in faccia al muro sotto la merlina e gli scaricarono due colpi di fucile. il solo capitano cadde morto, ed il sargente che aveva scampato il primo orribile periglio fattosi animo si cavò di sacca uno stile e voltatosi verso quello che aveva ucciso il capitano era in procinto di privarlo di vita, ma corsogli dietro uno della massa con un colpo di accetta lo fè cadere semivivo. Accorsero altri con altri colpi gli aprirono il cranio e si notò che uno di essi dato il piglio al cerebro interiore ci si unse le scarpe, ed a colpi di calci spingendo gli altri due corpi di quegli innocenti li buttarono in quell’accesa voragine di fuoco eruttando infinite bestemmie. Dopo questo scellerato entusiasmo che ferì il cuore di tutti gli ortonesi, tornarono nella carcere cavarono l’impallidito signor Codagnoni del Vasto lo spogliarono facendolo rimanere in camicia e calzonetti, lo situarono nel detto muro gridando con confuse lacrime di volersi confessare, ma non udite le sante richieste dell’infelice all’istante lo fucilarono e lo trascinarono ad ardere nel detto fuoco. Si avviarono quindi per prendere il signor Tambella e con esso fare lo stesso sacrificio, lo trassero sino alla merlina, ma egli intrepido e coraggioso si diede alla fuga in mezzo a quella popolazione e voltando per la via di S. Francesco prese la direzione della marina, si precipita per la dirupata collina che guarda il mare chiamata della ripa grande, e nella caduta si spezza una gamba. La dove cadde, le palle lo finiscono. Similmente estratto dal carcere Cristofaro Basile lo strascinarono, e vivo lo buttarono nello stesso fuoco, e colà gli scaricarono addosso molti colpi di fucile fino alla consumazione del cadavere>. Era rimasto in prigione il giovane ortonese Magnarapa, l’interprete. Egli si salvò dal massacro: <col gittarsi a’ piedi del famoso Coladamo Colacioppo della massa di Frisa, promettendogli di volere svelare tutt’i giacobini del paese. Gli si accordò la grazia, gli tosarono il capo, lo ligarono, e così ligato lo condussero per la città facendosi additare le case rispettive. Egli però da timore sbalordito proferiva i soggetti come gli cadeva in fantasia>. L’indicazione di Magnarapa non ebbe seguito violento perché forse i sanfedisti si accorsero che i nomi indicati non avevano alcun legame con i giacobini. inoltre, si avvicinava la sera inoltrata, con il buio e il freddo.
Nella notte tra il due e il tre Febbraio, ci fu un consulto da parte degli uomini più responsabili della città per concertare il da farsi per salvare Ortona dalla presenza asfissiante della massa forestiera, che spadroneggiava nel centro urbano. La mattina del tre giunse una lettera (falsa) ai capi; era firmata dal capo-popolo Pronio, riconosciuto dai sanfedisti abruzzesi. La lettera letta ad alta voce, ordinava alla massa di non procedere a massacri, ad uccisioni o a saccheggi, ma di accorrere a Ripa Teatina. Di fronte a tale ordine (nessuno capì che era falso), una parte dei sanfedisti partì e si diresse verso il luogo ordinato; altri tornarono nei loro paesi d’origine. Secondo il cronista guardiese, De Chiara, che scrisse a metà dell’800, anche una “massa guardiese” fu in Ortona il due Febbraio. Tornando nel loro centro, portarono con sé il commissario francese Luis Pecul e il giovane ortonese Magnarapa. A metà Febbraio, però, il francese fu giustiziato: questo fu uno dei motivi per cui, poi, Coutard (comandante francese) incendiò Guardiagrele per rappresaglia, il 25 Febbraio. Magnarapa, invece, dopo qualche settimana riuscì a fuggire. La giornata del tre fu decisiva per dare un’impronta di nuovo tipo alla sommossa antifrancese scoppiata in Ortona. Colui che più degli altri spinse verso questo nuovo corso fu il barone Armidoro de Sanctis, unica personalità che emerge, con sufficiente chiarezza, dalle vicende di quelle settimane. Era certamente un uomo di autorità morale e civile: il due Febbraio intervenendo presso la massa, ormai in preda all’ebbrezza, aveva salvato il francese Luis Pecul, evitandone il massacro. Ma laddove Armidoro dimostrò la sua abilità di fondo fu nel consiglio che dette in quel frangente del tre, la mattina: convocare a parlamento i cittadini di Ortona. Pur con gli ovvi limiti dovuti all’età, si può affermare che la convocazione di un’assemblea generale di tutti i cittadini fu un atto di democrazia che poco o niente aveva a che fare con i metodi spicciativi dei sanfedisti borbonici e reazionari, oppure con i metodi elitari degli illuministi francesi. Riuniti nella antica chiesa di San Francesco, il pubblico parlamento dei cittadini ortonesi discusse la situazione che si era creata e pose le sue decisioni; che non furono di pochi o da pochi imposte, ma furono di tutti, e poi tutti le attuarono: e molti pagarono con la vita la scelta fatta. Si decise soprattutto: < di non ricevere più masse straniere, e soltanto guardarsi la città con paesani >, praticamente bisognava resistere ai sanfedisti violenti e assassini, e ai francesi. Bocache così testimonia la decisione: < si congregò pubblico parlamento e fu resoluto di non riceversi più masse straniere, e soltanto guardarsi la città da paesani con chiudersi tutte le quattro porte, due a catenaccio, e due a terrapieno, quelle cioè del Carmine, e quella di Santa Maria de minori osservanti. Si designarono due deputati, Francesco Bisignani e Tommaso Napolioni, artieri di professione, per assistere al taglio delle strade acciò s’impedisse il passaggio di cannoni che venir potevano o dalla volta di Chieti o da quella di Pescara dove si trovavano i francesi >. La struttura municipale, autonoma, ben salda, rimase un punto di riferimento in quelle circostanze molto difficili: il potere centrale borbonico era sfaldato, lo Stato, come tale, non esisteva. Ma gli ordinamenti municipali continuarono a sopravvivere: il Mastrogiurato mantiene l’ordine nella città, il Parlamento si riunisce e decide. Decisero quindi di far da soli. Una decisione coraggiosa, visti i tempi; avventata anche, conoscendo la forza dell’esercito francese e la debolezza delle proprie difese; eppure, non chiesero aiuto alle masse forestiere; sarebbe stata più facile la difesa, avendo Ortona 2000 combattenti, e non solo 3-400 uomini. Ma la decisione presa dall’assemblea di far da soli, fu mantenuta : e così una cittadina di 4000 abitanti circa, di cui non più di 5-600 potevano essere gli uomini atti alle armi, si apprestava a resistere all’esercito che allora era considerato il più forte del mondo. La città era circondata dalle mura che Caldora aveva edificato circa 370 anni prima, le condizioni erano pessime. Bucciarelli scrisse : < la città non solo non era protetta da veruna moderna fortificazione, ma le vecchie sue opere… erano ancor più rovinate dalla vecchiezza e dalla negligenza in maniera, che co’ fossi riempiti, colle contrascarpate appianate, e co’ terrapieni sfondati non potevano resistere a’ colpi delle artiglierie; si approntarono 35 scale per poggiarle alle dirute mura, avanzi di venerabile antichità, perché dai merli e dai fori si potesse ferire senza essere offesi >. < Uscì pertanto pubblico bando che tutti i contadini si portassero con le zappe ed altri strumenti nei destinati luoghi – luogo detto la Peticcia un quarto di miglio lontano dalla città- , e nel giro di circa mezz’ora trecento e più persone impiegate fecero una gran voragine con le sponde dall’uno all’altro lato capaci di impedire qualunque passaggio > (Bocache). Le armi erano molto poche e vecchie : < Cinque e non più vecchi cannoni di ferro e due piccoli cannoncini di bronzo presi ad un legno straniero venuto per commerciare nel porto. Di peggio, erano ancor pochi i fucili, giacchè in diverse occasioni le armi da fuoco, ed ancor quelle da taglio si erano consegnate alla Corte o per dono gratuito, o per forzosa richiesta ad uso delle truppe reali. La monizione poi era arcipochissima > (Bucciarelli).
< In ogni porta fu fissata la sentinella, cioè un artigliere per lo cannone e ‘l paesano per indagare ed impedire ogni sinistro evento >. < Si stabilì la gran guardia nel centro della piazza colle reali imprese con montarvisi la guardia formalmente a suon di tamburo come fosse truppa regolare, e con riceversi rapporti ogni 24 ore >. Di seguito Armidoro de Sanctis invia Bartolomeo Primavera con una barca a Barletta, per trovare e comprare munizioni; sfortunatamente: < ..la esecuzione riuscì infelice perché non meno detta città di Barletta che altri luoghi della Puglia si erano democratizzate e corsi pericolo più volte di perdere la vita per le mani dei ribelli senza ottinere lo effetto..>. Ortona, quindi, con pochi cannoncini, con vecchi schioppi e fucili, con scarsissime munizioni, senza chiamare rinforzi, si apprestava a sostenere l’assalto francese. Il quale esercito era in armi nella fortezza di Pescara e quanto prima avrebbe marciato contro Ortona, la cittadina più vicina. Infatti, appena ricevuti rinforzi dalle Marche, continuarono a reprimere le rivolte filoborboniche. Il generale Luis Coutard, con 2000 uomini, un notevole parco di artiglieria e squadroni di cavalleria, partì da Pescara probabilmente il 17 Febbraio, passando per Francavilla dove sostò e giunse in Ortona all’alba del 18. < con auspizi cotanto, a dir vero, sinistri, e disfavorevoli, chi non avrebbe pensato che Ortona avesse dovuto deporre l’idea di difendersi, e di misurarsi contro una gente stimata irresistibile, per la comune esperienza di una guerra sì lunga, e sì complicata, cui o subito, o in poco di ore piazze d’armi rispettabili, e rinomati per lunghi assedi sostenuti in altre occasioni, avevano aperte le porte, benché con minore forze investite? Chi si sarebbe immaginato che sola avesse osato irritare alcun poco una nazione, il cui semplice nome era diventato il terrore e lo spavento d’Europa? Non avrebbero, gli ortonesi, forse non solo non ricusare, non solo gradire, ma chiedere, ma implorare a qualunque costo la pace?> (Bucciarelli). Dal racconto di Bocache emerge che i francesi di notte, o poco prima del chiarore, erano giunti davanti ad Ortona, se è vero che alle sei o poco più gli artiglieri di guardia al torrione e al Carmine fecero fuoco. Evidentemente i francesi avevano già circondato in parte la città: l’assalto della mattina del 18 colse un po’ di sorpresa. Comunque i colpi di cannone e il rullio di tamburi svegliarono tutti. < Facendo fuoco e gittando granate reali dal torrione di essa offendè molti nemici, in guisa tale che per questa valida difesa, come pure perché il popolo con circa 35 scale era salito dentro le mura della città facendo anco essi fuoco, i francesi ebbero ordine dal di loro comandante di retrocedere, sul supposto che una difesa così prontanea non fosse opera della sola massa, ma piuttosto di truppa regolare e numerosa abile a fargli petto > (Bocache).
Mentre i francesi si ritirano di qualche centinaio di metri, ad Ortona si fecero suonare tutte le campane per richiamare l’intera popolazione alle armi. Il capitano francese allora si rese conto che dentro le mura non vi era un esercito regolare ma solo il popolo e male organizzato; ordinò, quindi, un nuovo attacco. Respinto anche questo nuovo tentativo offensivo dei francesi, il comandante Coutard si pose egli stesso con altri ufficiali a cavallo, alla testa di essi, ma all’approssimarsi verso la porta del Carmine, Francesco Lopez che difendeva quella porta, gettò una granata reale e ferì due ufficiali e ne uccise altri due. Vedendo ciò, il comandante, sceso da cavallo depose la spada, quindi fermatosi nel mezzo della piazza del Carmine, fece segno con un fazzoletto bianco e con le braccia in croce sul petto, di accordar loro la pace e perdonare a tutti, riconoscendo quella popolazione come amica. La pace, però, non ci fu. Probabilmente gli animi erano troppo agitati: coraggio ed incoscienza fecero respingere l’invito di una capitolazione ragionevole. < Al contrario però il nominato generale ebbe per tutta risposta una scarica di cannone, che al fianco gli uccise un uffiziale di rango. Allora convinto il generale dell’animo degli assediati, dato il segnale di attacco, investì la città da per ogni lato, con tutta l’arte di guerra fulminandola col cannone, gittandovi non poche bombe, e facendo avanzare le soldatesche col fucile alla mano, onde scemar sulle mura il numero dei suoi difensori; ma loro non giovò neppure un simil ripiego. Allora raddoppiarono i loro sforzi i francesi e non curanti, come già sono, della vita, adopraron ancor essi con tal successo il fucile, che ne cadde degli assediati a questi colpi più d’uno, e tra gli altri uno, che da dentro la torretta della porta del Carmine lanciava sopra di essi granate, rimasto semivivo dopo il loro ingresso a colpi di baionetta miseramente trafitto > (Bucciarelli) . I francesi, tuttavia, nonostante il massiccio uso dell’artiglieria e l’assalto dei fanti con fuoco vivissimo non riuscivano a superare le mura : ciò significa che la massa dei cittadini sulle mura era notevole e si rispondeva al fuoco francese con una certa intensità. La battaglia durò almeno due ore, dopo il primo assalto e l’offerta di capitolazione; verso le dieci, quindi, era ancora in corso. Poi le cose cominciarono a cambiare, non per il coraggio venuto meno né per lo scarseggiare delle munizioni, quanto per la impreparazione tecnico-militare. Intanto qualche giacobino repubblicano dall’interno della città cercava di dare una mano ai francesi tirando fucilate addosso agli ortonesi che stavano sulle mura.
I francesi, però, non riuscendo a superare d’assalto le mura, pensarono di provare dalla via del mare. Probabilmente seguirono la cimosa litoranea che dal Peticcio-scalo correva lungo il mare e risalirono dalla marina verso la porta del castello. Certamente gli ortonesi avranno pensato che i francesi, non disponendo di barche, non avrebbero potuto assalirli via mare. Inoltre, era molto difficile, a causa delle frane, che una moltitudine di soldati risalisse dalla marina attraverso la porta del castello. < I francesi non solo entrarono dalla porta del mare, ma corsero per le mura dove erano le predette scale e facilitarono l’ingresso al resto della truppa quivi rimasta ad arte…i francesi s’impossessarono dei cannoni inchiodandoli ed impossessandosi della gran guardia e questo alle ore 16 di detta mattina (poco dopo le dieci) dopo quattro ore di resistenza ….i paesani che combattevano nelle due altre porte della città, nulla spendo dell’ingresso dei loro nemici, furono improvvisamente assaliti, motivo per cui si diedero a precipitosa fuga dispersi in vari luoghi (Bocache). Seguirono dei combattimenti per le vie cittadine, numerose furono le scaramucce, ma la caduta della città era segnata. Tuttavia la resistenza fu notevole, al di là di ogni logica aspettativa, sia per la durata che per la consistenza dei combattimenti. Le vecchie mura dimostrarono di essere un baluardo ancor valido; i piccoli cannoncini e le poche armi a disposizione furono utilizzati al massimo; l’accanimento ed il valore dei difensori furono lodati dai cronisti dell’epoca e, in un certo senso, apprezzati anche dai francesi. Il 19 Febbraio nella piana davanti a Porta Caldari, si presentarono i sanfedisti, per tentare qualche azione militare contro i francesi che stavano dentro le mura di Ortona. Questo tentativo fu piuttosto inconsistente, visto che le bande furono respinte molto facilmente dai francesi; ciò dimostra quanto, la colonna che aveva assalito e occupato Ortona il 18, fosse forte, accompagnata da un notevole parco di artiglieria e da squadroni di cavalleria: la stessa colonna, infatti, pur dopo aver subito perdite in Ortona, avanzerà verso Lanciano e si avvierà ad assalire Guardiagrele.
< Sedato ogni rumore uscì ordine dal savio Coutard di spurgarsi la città da’ cadaveri che in gran numero vi erano, furono tutti umati e coperti con dodici salme di calcina viva. Ad un’ora di notte, fu derubata la testa d’argento di San Tommaso con dentro la reliquia insigne. Si vuole, però, che in Lanciano fosse stata venduta e ridotta in verghe d’argento > (Bocache). La mattina del 20 ( dopo il saccheggio della città e la sepoltura dei morti) i francesi partirono da Ortona per Lanciano, arrivati a San Leonardo il comandante Coutard ordinò la rivista generale per vedere la perdita degli uomini. < trovò il numero de’ morti ammontare a 300 e 16 feriti; inviperì, saputo questa perdita, e voleva tornare indietro per mandare Ortona a ferro e fuoco. Colla prudenza ed umanità dell’altro comandante della piazza di Pescara, il quale lo richiamò alla parola d’onore per cui avendo dato il generale perdono non conveniva venire alla vendetta. I feriti furono con due barchette mandati a Pescara. E fu dato ordine che i nove prigionieri de’ quali si disse essersi portati alla gran guardia, fossero all’istante fucilati e che nello spazio di due giorni si dovesse mandare in Pescara la contribuzione di 2mila ducati in pena, e che fossero rimasti in ostaggio molti gentiluomini della città>.
Il Febbraio violento del 1799 concluse un secolo di vita, per Ortona, ricco senz’altro di progresso e di dinamismo sociale e civile: al di là del giudizio storico sul significato della rivoluzione sanfedista, l’episodio del Febbraio 1799 dimostrò che nella popolazione ortonese esistevano valori civili e politici che seppero, nel momento decisivo, dare coraggio a decisioni difficili, vissute con determinazione.