Rimembranze … ovvero “il peso dell’età”

Oggi ho deciso di fare un viaggio indietro nel tempo nella mia Napoli … un salto di 50 anni.
Perchè ho vissuto gli ultimi quarant’anni del secolo scorso; perchè certe immagini (di delusioni, di semplicità, di speranze e disillusioni) le ho ancora negli occhi e nella mente.
Ho voluto soffermarmi agli anni ’60-’70, perchè sono quelli della mia infanzia; sono quelli che oggi, ad alcuni, sembrano preistoria.

Già non esisteva più la vecchia stazione ferroviaria (Piazza garibaldi, scusatemi … ma non riesco a scrivere questo nome con la maiuscola) dalla quale uscivano comitive di turisti affumicati dal carbone e la fontana della Sirena Partenope era già stata trasferita in Piazza Sanazzaro.

I dollari americani continuavano a circolare … ma iniziavano a scarseggiare.

Napoli era il più importante porto-passeggeri d’Italia. Ogni anno, fra turisti ed emigranti meridionali (ormai da 100 anni si continuava ad espatriare verso le americhe), si contava un flusso di circa due milioni di persone.
Ma i turisti iniziavano ad attraversare la città, nella quale avrebbero poi raccontato di essere stati, per non più di qualche ora e prendevano l’elicottero (la ricordate la stazione eliportuale al molo Beverello?) o il vaporetto per raggiungere gli altri luoghi turistici campani (Pompei, Capri, Ischia, Sorrento).
Il turismo cilentano non era ancora in voga.
E gli alberghi cittadini restavano per lungo tempo vuoti.

Roberto Murolo dichiarò: “Anche la canzone napoletana è in crisi perchè Napoli non crede più a se stessa e di conseguenza non interessa più i forestieri, i quali forestieri sono il pubblico di cui la città e la canzone hanno bisogno come l’aria (senza forestieri anche la città è in crisi e non canta più). A questo punto l’anello è chiuso, il serpente si morde la coda. Può darsi che la canzone napoletana torni a fiorire, ma intanto è diventata un articolo d’antiquariato.”
E infatti, salvo qualche ottimo lavoro (come ad esempio Salvatore Paolomba e Sergio Bruni), dovemmo aspettare ancora qualche decennio fino all’arrivo di nuove e valide sonorità proposte da Napoli Centrale, Tullio De Piscopo, Pino Daniele, James Senese, Teresa De Sio …

Ricordo, nel mio quartiere Fuorigrotta (oramai una nuova cittadina che aveva ormai perso la sua fisionomia che, fortunatamente, i nostri nonni e genitori e zii ci raccontavano), le processioni accompagnate da belle lenzuola e coperte stese ai balconi.

Nei giorni del Carnevale il suono di un gruppetto di tre o quattro musici (non per denigrarli … ma non musicisti), con la grancassa a farla da padrona, anticipava l’apparizione del “pazziariello” e della “vecchia ‘e Carnevale”.
Era un pretesto per chiedere una questa, chiamarla elemosina sarebbe stata un’offesa, offrendo uno spettacolo che ad alcuni divertiva, ad altri dava fastidio.
La “vecchia ‘e Carnevale” era una maschera metà uomo e metà donna che aveva perso nei secoli il suo vecchio significato e della rappresentazione sacro-pagana dell’androgino di origine greca (“androgynos”, composto da “aner” uomo – al genitivo andros – e “gyne” donna) non aveva più senso.
Con le sue movenze al limite dell’osceno assillavano i passanti finchè non si decidevano ad evolvere l’obolo.

Settembre, la festa di Piedigrotta era il vero Carnevale napoletano.
Con tanto di messe nella Chiesa di Santa Maria di Piedigrotta, le luminarie, le processioni, le canzoni, le bancarelle di giocattoli, il torrone, lo zucchero filato, i bambini con i vestitini di carta velina e carta crespa, le impepate di cozze sul lungomare, la serata finale culminava con il golfo illuminato dai mille colori della più bella gara di fuochi d’artificio che si potesse ammirare.

Delle partenze, a metà settembre, per i pellegrinaggi a Montevergine (in provincia di Avellino) (per devozione alla Madonna, ‘a Mamma Schiavona) ne ho pochi ricordi (relegati alla parte vecchia di Via Giacomo Leopardi e Via Cumana). Qualche macchina bardata, in maniera un po’ pacchiana, con nastri fiori ed effigi sacre.
Del racconto dei miei parenti avevano più nulla.

Il ricordo è più nitido dei “fuienti” con pantaloni e maglie di un candido bianco, fascia diagonale e cinta celeste.
Nelle settimane precedenti il lunedì in albis, le domeniche mattina il corteo dei fuienti passava per ogni strada (ogni quartiere aveva ed ha la sua congregazione) con tanto di banda e al grido “SOREEEEÈ ‘A MAAAROOONNAAAAAA …”, chiedendo una piccola offerta per finanziare il loro pellegrinaggio al Santuario della Madonna dell’Arco a Sant’Anastasia che sarebbe poi avvenuto il giorno di Pasquetta.

La Napoli spagnola, quella dei Quartieri spagnoli, l’ho vissuta tra Salita Tarsia (a Montesanto), dove inizialmente lavorava papà, e Via Carlo De Cesare, dove mia zia aveva il laboratorio di ricamo.
Ogni vicolo di Napoli era (e forse lo è ancora oggi) un microcosmo autosufficiente. Si viveva, si sposava dando continuità alla vita; si riusciva a soddisfare economicamente alle necessità primarie quotidiane e non solo.
Il pianino, la vendita di “copielle” (versi di canzoni e spartiti musicali), le sigarette di contrabando (“MERICAAANEEEEEE TOSTE E MOOOSCEEEEEE”), le riffe (le lotterie del vicolo), le castagne spezzate, le pizze fritte.

Abbascio (giù … oppure … lungo) Toledo (il “via” per questa strada lo si trova solo nella toponomastica), affollata come lo è sempre stata, tra negozi “di una certa importanza” e bar “di alto livello”, i nostri poveri suonavano la fisarmonica, vendevano piccoli album “a fisarmonica” di foto turistiche, vendevano “curnicielli” e con il barattolo che “fumava” incenso scacciavano il malocchio, vendevano i palloncini, vendevano quei “cuppetielli” con la trombetta e il pulcinella che andava su e giù.
Agli ingressi della Galleria umberto (anche questo nome non riesco a scriverlo maiuscolo) c’erano i lustrascarpe con i troni di legno dove sedevano i clienti.
E davanti al Maschio Angioino c’erano i fotografi con quei grossi scatoloni, montati su trepiedi traballanti, che immortalavano il tuo ricordo della città.

Scriveva Domenico Rea: “Io dico che Napoli come teatro non è finita, siamo noi napoletani che, chiusi nelle nostre automobili, non riusciamo a vederla. Provate a camminare per strade, vichi e piazze popolari: il teatro dell’arte potrebbe trovarvi ancora qualche idea, e alludo proprio al teatro d’avanguardia, quello che fa tanto impazzire i giovani e le signore alla moda.”

Le baracche le ricordo in due punti distinti e tra di loro opposti: Via Marina (abbascio ‘o puorto) e la salita di Via nino bixio (anche questo lo scrivo minuscolo), a Fuorigrotta.
Grazie al “sacco edilizio” quasi tutti i loro abitanti ebbero una casa.
Accanto all’edilizia popolare si sviluppò un’edilizia che avrebbe soddisfatto (non importa a quale prezzo sociale e di sicurezza) le esigenze delle nuove classi media e ricca.
Napoli non aveva ancora un piano regolatore e non fu difficile a costruttori senza scrupoli mettere le mani ovunque (sul centro, sulla costa, sulle colline).
I costruttori sfruttarono aderenze politiche, cavilli legali, corruzione, e l’accettazione supina dello scempio da parte delle classi dirigenti e professionali fece il resto.

Erminio Scalera, giornalista, in quegli anni scriveva: “Una volta la cronaca, bianca e nera, ci ricordava nelle sue luci ed ombre, che la nostra città era stata una grande capitale. Adesso ce ne ricordiamo soltanto in qualche salotto, mai in un avvenimento, in un congresso, in una cerimonia ufficiale. E nemmeno nei delitti, nemmeno negli scandali c’è più la sinistra grandezza di un tempo.”

(Gennaro Agrillo)