Il caso Leopardi

di Agostino Ingenito
(cultore e studioso leopardiano, Associazione “Napoli e Leopardi”)

– Articolo inviato dall’autore al Portale del Sud nel mese di giugno 2010, in occasione del 212° genetliaco di Giacomo Leopardi –
Il caso Leopardi, le reali cause della sua morte, le bugie di Antonio Ranieri.
173 anni dopo il giornalista Agostino Ingenito racconta la vicenda, rivelando particolari inediti.


A 173 anni della morte (14 giugno 1837), ancora molti i lati oscuri sulle ultime ore di vita del recanatese, tra le “finzioni” di Antonio Ranieri, il depistaggio di alcuni e le verità nascoste sulle reali cause del decesso in una Napoli colerica e rivoltosa.

Giacomo Leopardi era giunto a Napoli il 2 ottobre 1833 e ad accompagnarlo, nella capitale del Regno dei Borbone, l’amico Antonio Ranieri; la motivazione ufficiale era l’esigenza di giovarsi di un’aria mite e salutare.

Della città Leopardi alterna giudizi entusiasmanti ad altri di autentica repulsione, non disdegnando, nelle lettere inviate al padre conte Monaldo, di citare molti episodi di vita quotidiana tra le difficoltà economiche, le incomprensioni e le truffe di alcuni editori, del noioso circolo letterario partenopeo, delle ambiguità del “fidato” Ranieri, non dimenticando le belle gite sul golfo e il profilo austero dello Sterminator Vesevo.

Se è chiaro che in quella Villa Ferrigno a Torre del Greco (punto“A” sulla mappa), il nostro avesse trascorso molto meno tempo di quanto fatto credere per anni, è altrettanto indubbio che il suo ultimo domicilio fu a Napoli in Vico del Pero 2 (punto“B” sulla mappa), dove trovò la morte; sopraggiunta non certa per una congestione di sorbetti e confetti di Sulmona, inviati dalla sorella Paolina, come purtroppo ancora insistono alcuni, ma per la peste del momento, il terrificante colera che non diede scampo a Leopardi, consumato dal male, in quell’afoso giugno del 1837.

Nella vicenda del Leopardi due uomini soltanto brillano per la loro onestà: il medico Nicola Mannella e l’agostiniano scalzo, padre Felice; tutti gli altri disonesti, corrotti, corruttori, mentitori e falsificatori.
Eppure, non si crederebbe, non c’è stato nessuno che non ha creduto in tutto o in parte alle menzogne di Antonio Ranieri che fu artefice decisamente di un’autentica messa in scena creduta per anni.

Al momento del trapasso, sempre se è vero ciò che scrive Ranieri (perché di questi occorre prendere tutto con le molle), erano le ventuno italiane, vale a dire le cinque del pomeriggio. Ranieri lo ribadì nel 1845, poi in un “supplemento”, nel 1847, ed infine nel “Sodalizio” nel 1880, sempre per sostenere che il suo amico non morì di colera e che la salma fu risparmiata dall’essere gettata nella fossa comune, mentre in realtà le cose andarono proprio così: il Leopardi morì di colera e la salma nella fossa comune andò a finire.

Con la complicità dei suoi familiari e della servitù, fin dal mattino del 14 giugno, per allontanare il sospetto che in casa sua ci fosse un coleroso, fece sostare la carrozza con il cocchiere “Danzica” all’angolo del Vico Pero sulla strada di S. Teresa, per far credere al vicinato che si era in procinto di partire per Torre del Greco, mentre invece il povero Giacomo stava morendo di colera.
Occorreva inventare qualche altra cosa, ed ecco che il Ranieri scrive che Leopardi la notte avanti il 14, aveva sgranocchiato tre libbre (963 grammi) di confetti di Sulmona e che mentre stava in procinto di “partire” per Torre del Greco, ingurgitava una specie di brodaglia alternata con un’abbondante granita fredda, cose impossibili per un ammalato di colera. Scrive ancora il Ranieri che Leopardi era vestito e nel frattempo che lui era andato a chiamare il dottor Mannella, il cui compito, si badi, si limitò soltanto a poche convenevoli parole e le ultime furono: mandate a chiamare subito un prete, perché di altro non c’è tempo.
Il medico che pur lo aveva in cura da quattro anni, non disse di che male stava morendo il suo paziente che, a dir del Ranieri, meno di un’ora prima s’era seduto a mensa più gaio del solito. La verità, come sempre, è una soltanto, e Antonio Ranieri si guardò bene dal dirla: egli voleva che il dottore gli rilasciasse un certificato dal quale doveva risultare che Leopardi non era morto di colera. E dato il carattere irreprensibile del medico, dovettero volare anche parole grosse.
Un altro battibecco avvenne con il frate agostiniano, venuto per assistere il moribondo che intanto era già morto. A Padre Felice non importava di che male era morto il Leopardi e, dopo di aver pregato al capezzale del defunto, scrisse il biglietto da servire al parroco dell’Annunziata a Fonseca (
punto“C” sulla mappaper la registrazione nel libro dei defunti. Lo riportiamo dalle ”memorie” dello stesso Ranieri: “Si certifica al signor parroco, qualmente istantaneamente è passato a migliore vita il conte Giacomo Leopardi di Recanati al quale ho prestato l’ultime preci de’ morti: ciò dovevo, e non altro. Firmato padre Felice da Sant’Agostino, agostiniano scalzo”.
Poche ore e il messaggio viene cambiato dallo stesso Ranieri rimediando la prima bugia. Bisognava completare il tutto con un finto certificato medico che Mannella non aveva voluto sottoscrivere e cosi interviene il compiacente e antiborbonico Stefano Mollica che dichiarerà il falso.

Come artificiosa è la storia di voler Leopardi trasportato per miracolo alla chiesa di San Vitale a Fuorigrotta (punto”D” sulla mappa) [nota del webmaster: demolita a seguito del “risanamento” del quartiere Fuorigrotta nel 1939] e colà seppellito, sfuggendo al rigore della polizia borbonica.
Niente di più falso. L’epidemia di colera, per la prima volta in Europa, ebbe inizio a Napoli il 2 ottobre del 1836 quando un doganiere del porto fu colpito dal male. Immediatamente furono prese tutte le misure per arginare il diffondersi del morbo. Primo provvedimento, preso personalmente da re Ferdinando Il, fu il divieto assoluto di seppellire i morti, anche se deceduti per qualsiasi altra malattia, oltre che nelle chiese, in qualsiasi punto della città, se non in due precisi luoghi appositamente allestiti: uno a Poggioreale (
punto”E” sulla mappa) e l’altro in una vasta cava di tufo abbandonata, sita nella zona detta delle Fontanelle (punto”F” sulla mappa) .
All’ordine rigorosissimo e alla fitta rete di controlli fissi e volanti non sfuggì nessuno. Morti di colera e non, tutti nelle fosse comuni, nudi e nella calce viva.
Al giugno 1837 i morti per colera erano stati circa ventimila. Difficile credere che Leopardi, come cita Ranieri aiutato dai suoi fratelli Luca e Giuseppe, avesse potuto avere in poche ore, una cassa da morte in noce, una targa in ottone con scritte in oro, tre carrozze con la bara di traverso in una, la compiacenza del parroco di San Vitale (
punto”D” sulla mappa) , che se ci fu per la falsa tomba, e non ultimo il lasciapassare dal feroce generale Francesco Saverio del Carretto, proprio colui che lo aveva fatto arrestare cinque anni prima, appena sceso dalla diligenza al suo rientro a Napoli, perché sorvegliato politico. Il Ranieri era tornato a Napoli per un indulto di Ferdinando II, a patto che doveva risiedere in Napoli e non oltrepassare la cinta daziaria.
La verità sulla sepoltura di Leopardi verrà a galla soltanto sessantatré anni dopo, il 21 luglio del 1900, quando, finalmente, da una ricognizione risultò che la cassa conteneva due femori, altre ossa frammiste a terriccio e, non senza sorpresa si notò l’assenza del cranio, la parte più nobile.

Orrore! Si gridò allo scandalo, alla profanazione della tomba, alla sottrazione del prezioso cimelio.
Quella cassa non racchiuse mai i resti di un corpo umano intero, tantomeno quello di Leopardi.

Antonio Ranieri e i suoi parenti potettero inventare tutte le bubbole da raccontare ai gonzi, ma non poterono mettere nella cassa, perché impossibile a trovarlo, il corpo o un scheletro intero aventi le stesse caratteristiche del corpo del Leopardi doppiamente gobbo; né potevano introdurre nella cassa un teschio, facilmente identificabile tramite il calco della maschera rilevata dallo scultore Tito Angelini, dalla quale, poi, il pittore Domenico Morelli, ricostruì le sembianze approssimative del poeta e che i culturati chiamano ” ritratto”.
Quale ritratto?! Quando morì il poeta, Domenico Morelli contava appena undici anni.

Dalla cassa non mancava soltanto il teschio. Per le ragioni suddette mancavano ovviamente anche la colonna vertebrale e la cassa toracica, altri elementi dai quali sarebbe risultato evidente che i resti non erano quelli di Giacomo Leopardi. E alle tante balle se ne aggiunse un’altra: l’umidità della zona aveva disfatto le ossa che mancavano.

Se invece di una tomba falsa, il Ranieri, per onorare la memoria dell’amico, avesse elevato un cenotafio vero, proprio nel cimitero dei colerosi a Poggioreale (punto”E” sulla mappa) o in quello delle Fontanelle (punto”F” sulla mappa) , come avvenne per tanti uomini illustri, non avrebbe tolto alcun merito, né diminuita la grandezza del poeta, e non sarebbe passato alla storia per il più grande bugiardo e truffatore dell’Ottocento napoletano, e noi oggi, con l’approssimazione di qualche metro, sapremmo almeno il luogo esatto in cui fu sepolto Giacomo Leopardi, come sappiamo dove furono sepolti tanti uomini illustri, quali il grande incisore medagliere Achille Arnaud, il pittore olandese Antonio Sminck Van Pitloo e l’insigne musicista napoletano Nicola Zingarelli e tanti altri che non hanno nulla da vergognarsi per essere morti di colera.